Cassazione penale, Sezione V, Sentenza n. 32061/2014

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DUBOLINO Pietro – Presidente –

Dott. MICHELI Paolo – Consigliere –

Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CAPUTO Angelo – Consigliere –

Dott. LIGNOLA Ferdinando – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

S.C.A. N. IL (OMISSIS);

avverso l’ordinanza n. 1278/2010 CORTE APPELLO di ANCONA, del 18/01/2013;

sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. FERDINANDO LIGNOLA;

Il Procuratore generale della Corte di Cassazione, Dott. Eugenio Selvaggi, ha concluso per iscritto chiedendo l’annullamento la dichiarazione di inammissibilità del ricorso.

Svolgimento del processo

1. Con ordinanza in data 18 gennaio 2013, la Corte d’appello di Ancona ha dichiarato l’inammissibilità dell’appello proposto nell’interesse di S.C.A., avverso la sentenza del Tribunale di Ancona in data 11 marzo 2010, con la quale l’imputato era condannato alla pena di giustizia per il reato di cui all’art. 612 bis, commi 1 e 2, all’esito di giudizio abbreviato.

2. La Corte territoriale ha osservato che l’atto di appello era da considerarsi inammissibile per genericità, poichè fondato su meri asserzioni, del tutto avulse dalla motivazione della sentenza impugnata, limitandosi ad negare l’esistenza del reato per avere l’imputato agito in seguito a provocazione dalla moglie, ragione per la quale era anche chiesto il riconoscimento della relativa circostanza attenuante.

3. Avverso l’ordinanza ha proposto ricorso l’imputato, con atto del difensore, avv. Nicoletta Pelinga, deducendo violazione di legge e vizio di motivazione, poichè all’appello non possono applicarsi i principi in tema di specificità dei motivi utilizzati nella verifica di inammissibilità del ricorso per cassazione. Il ricorrente richiama la giurisprudenza di questa Corte, secondo la quale, in virtù del principio devolutivo, il giudice d’appello è tenuto a rivisitare “in toto” i capi ed i punti della sentenza di primo grado oggetto di impugnazione (Sez. 2, n. 36406 del 27/06/2012, Livrieri, Rv. 253893); nel caso di specie tale obbligo consegue all’indicazione dell’imputato di una prova documentale, depositata in atti ed alle argomentazioni circa il proprio diritto di vedere e frequentare la figlioletta; inoltre era stato richiesto il riconoscimento dell’attenuante della provocazione.

Motivi della decisione

1. Il ricorso è fondato.

2. Dalla semplice lettura dell’atto di appello emerge che l’imputato ha sollevato delle specifiche questioni che attengono: 1) all’insussistenza del delitto di atti persecutori, avendo l’imputato agito solo nell’interesse della figlia minore; 2) al mancato riconoscimento dell’attenuante di cui all’art. 62 c.p., n. 2.

Nel caso di specie, quindi, l’atto di impugnazione riscontra i requisiti di cui art. 581 c.p.p., poichè le doglianze non sono scollegate rispetto alla sentenza di primo grado impugnata.

L’appellante, continuando a coltivare la propria linea difensiva, si è comunque confrontato con il provvedimento impugnato, formulando motivi di appello che presentavano quelle necessarie, sia pur ridotte all’essenziale, connotazioni di specificità, idonee a far sorgere il diritto ad una risposta della Corte d’appello, in applicazione del principio del “favor impugnationis”.

Invero, la Corte territoriale non ha affrontato i temi proposti con l’appello e ha utilizzato un modello stereotipato di ordinanza, che può valere per qualsiasi caso.

2.1 In proposito questa Corte Suprema ha più volte affermato il principio secondo il quale, in tema di impugnazioni, la specificità che deve caratterizzare i motivi di appello deve essere intesa alla luce del principio del “favor impugnationis”, in virtù del quale, in sede di appello, l’esigenza di specificità del motivo di gravame ben può essere intesa e valutata con minore rigore rispetto al giudizio di legittimità, avuto riguardo alle peculiarità di quest’ultimo (Sez. 4, ord. N. 48469 del 07/12/2011, El Katib, Rv. 251934; Sez. 6, n. 9093 del 14/01/2013, Lattanzi, Rv. 255718).

E’ evidente che, per quanto sopra esposto, nessun incidenza sulla presente decisione possono avere le sentenze di questa Suprema Corte citate nell’impugnata ordinanza.

2.2 Si deve, comunque, rilevare che due delle predette sentenze (Sez. 3, n. 5020 del 17/12/2009 – dep. 09/02/2010, Valentini, Rv. 245907;

Sez. 6, n. 43207 del 12/11/2010, T., Rv. 248823) hanno per oggetto l’inammissibilità, per genericità del motivo, del ricorso per cassazione e non già dell’atto di appello. Si deve sottolineare in proposito che il ricorso per cassazione è caratterizzato da un “obbligo di specificità rafforzato” e cioè della specificità generale dell’art. 581 c.p.p. e di quella peculiare che trova fonte nella tassatività dei vizi di motivazione rilevanti in cassazione (ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. E). Principio, questo, che dovrebbe essere tenuto ben presente dalle Corti di merito allorchè decidono sull’inammissibilità dell’atto di appello.

3. Di conseguenza l’ordinanza impugnata deve essere annullata. Gli atti devono essere trasmessi alla Corte d’Appello di Ancona per il corso ulteriore.

3.1. Va disposto l’oscuramento dei dati delle parti, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio l’ordinanza impugnata e dispone la trasmissione degli atti alla Corte d’Appello di Ancona per il corso ulteriore. In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52 in quanto imposto dalla legge.

Così deciso in Roma, il 19 maggio 2014.

Depositato in Cancelleria il 21 luglio 2014