Provincia Autonoma di Trento: Filippo Degasperi M5S deposita PDL per “Istituzione di centri di informazione e di consulenza multidisciplinari per la promozione della bigenitorialità e per la tutela dalla violenza domestica senza distinzione di sesso.”

XV LEGISLATURA                                                                                     ANNO 2016

PROPOSTA DISEGNO DI LEGGE ,  n.

Istituzione di centri di informazione e di consulenza multidisciplinari per la promozione della bigenitorialità e per la tutela dalla violenza domestica senza distinzione di sesso

Su proposta del Consigliere Filippo Degasperi

Gruppo consiliare MoVimento 5 Stelle

Presentato il ….. marzo 2016

Assegnato alla Quarta Commissione permanente

 

RELAZIONE ILLUSTRATIVA al disegno di legge concernente:

Istituzione di centri di informazione e di consulenza multidisciplinari per la promozione della bigenitorialità e per la tutela dalla violenza domestica senza distinzione di sesso

La Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, ratificata con legge nazionale 176/1991, stabilisce che ogni bambino ha diritto ad essere cresciuto dai suoi genitori (art 7). La stessa Convenzione stabilisce inoltre che tale diritto non è derogabile nel caso di separazione della coppia coniugale (art. 9). La Carta di Nizza, parte del Trattato di Lisbona, ribadisce che il bambino ha il “diritto di intrattenere regolarmente relazioni personali e contatti diretti con i due genitori, salvo qualora ciò sia contrario al suo interesse” (art. 24, comma 3).

Tale principio è presente anche nell’ordinamento giuridico italiano, in particolare esso è principio fondante della legge 8 febbraio 2006, n. 54 intitolata “Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli”, la quale modifica l’articolo 155 del codice civile, che prevede quanto segue: “Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”. Infine, l’art. 337-ter del codice civile ribadisce “il diritto [del bambino] di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori; di ricevere cura, educazione, istruzione ed assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”.

L’ISTAT rileva che le separazioni e i divorzi sono in costante aumento. Il 72% delle separazioni e il 62,7% dei divorzi hanno riguardato coppie con figli. Secondo il dato ufficiale ISTAT nel 90,3% dei casi di disgregazione coniugale con figli è stato applicato l’affidamento condiviso, ma il dato non ci dice con quali modalità. La lacuna viene colmata dai dati raccolti dall’Osservatorio Nazionale sul Condiviso di Adiantum che ci informa che nel 93% dei casi il domicilio prevalente del figlio/a è quello della madre. Ricordiamo che la residenza prevalente, pur non essendo prevista dalla legge 54/2006, è di fatto una prassi giuridica recentemente recepita dall’articolo 2 della legge 219 del dicembre 2012 in materia di filiazione. Solo il 2% dei figli di genitori separati vede rispettato pienamente quel diritto ad essere cresciuti da entrambi i genitori in modo paritetico. Mentre agli altri è imposto di vivere l’83% del tempo con il genitore cosiddetto prevalente e con l’altro soltanto il 17% del tempo. Quasi un bambino su tre in Italia è privato del rapporto continuativo con uno dei due genitori.

Innumerevoli studi scientifici internazionali in campo neurobiologico, psicologico, biomedico e sociologico dimostrano l’importanza della compresenza dei genitori nella vita dei bambini per un loro sviluppo psico-fisico equilibrato. Per esempio la deprivazione materna e/o paterna ha effetti misurabili sotto il profilo neuroendocrino sugli equilibri ormonali con effetti negativi sullo sviluppo della prole. I bambini privati di una delle due figure genitoriali, tipicamente il padre, sono più a rischio di povertà e psicopatologie, maggiormente inclini agli attacchi di panico, hanno un più alto tasso di disordini di comportamento, delinquenza, abbandono scolastico, abuso di sostanze e violenza in fase adolescenziale, e sono più vulnerabili alle malattie.

I figli di genitori separati sono perciò le vittime principali della mancata realizzazione della volontà del Legislatore in materia di bigenitorialità.

Una delle cause di questa mancata realizzazione è sicuramente la carenza di informazioni e azioni di sensibilizzazione sulla cultura dell’affido condiviso rivolte ai genitori in fase di separazione, fase caratterizzata da litigiosità in cui spesso il figlio finisce per essere conteso o usato come arma di ricatto. In particolare gli adulti hanno bisogno di essere informati sull’importanza della compresenza dei genitori nella vita dei loro figli dopo la separazione e di essere aiutati a superare non solo il conflitto ma anche gli stereotipi di genere che tendono a relegare la figura paterna in un ruolo marginale e in qualche modo sacrificabile nella cura e nell’educazione del figlio. La mediazione familiare, strumento nato per aiutare i genitori in fase di separazione ad accordarsi per garantire al proprio figlio il diritto alla bigenitorialità è usufruibile in forma privata presso liberi professionisti e in forma gratuita in alcune ASL. L’ordinamento italiano però non prevede l’obbligatorietà per il giudice di informare sull’esistenza di questo strumento.

E’ ruolo delle istituzioni, stando alla recente mozione del 2 ottobre 2015 del Consiglio d’Europa, quello di promuovere la pari responsabilità genitoriale e una forma di affidamento denominata shared residence in cui i figli trascorrono tempi più o meno uguali con ambedue i genitori. La nostra Proposta di Legge vuole essere un atto concreto per raccogliere questo invito e promuovere la cultura della bigenitorialità sul territorio della Provincia Autonoma di Trento, pensando anche ad un modello esemplare da proporre anche all’intera Regione Trentino Alto Adige.

La “violenza domestica” è definita dalla Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia con legge n. 77 del 27 giugno 2013 come “tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”. La convenzione esplicita che vittime di violenza domestica sono donne, uomini e bambini. La stessa legge distingue inoltre la violenza domestica dalla “violenza di genere”, intendendo quest’ultima come una forma specifica di violenza, che colpisce maggiormente le donne, e perpetrata per colpire la donna in quanto donna e per mantenere la donna in posizione subordinata rispetto agli uomini.

Come anche rilevato dalla letteratura sociologica e psicosociale, non tutta la violenza ricevuta dalle donne e non tutta la violenza domestica può essere interpretabile come violenza di genere, ossia come violenza riconducibile alla diseguaglianza di potere e alla rigida separazione dei ruoli nelle società patriarcali. Ci sono altri fattori (dinamiche relazionali e particolarità situazionali, stress, situazione psicologica, patologie, uso di droghe e alcol, violenza appresa, contesto socio-economico, ecc.) che contribuiscono a innescare la violenza e che vanno tenuti in considerazione nell’interpretazione e quindi nella prevenzione e nella risposta assistenziale alle vittime.

Innumerevoli studi internazionali rilevano che la violenza domestica è commessa in modo reciproco e simmetrico dall’uomo e dalla donna, con modalità differenti che rispondono alle tipicità dell’identità maschile e femminile. Inoltre, la violenza fisica perpetrata dalla donna sull’uomo è generalmente meno visibile rispetto a quella perpetrata dall’uomo sulla donna. I bambini sono vittime di violenza domestica maschile e femminile sia in modo diretto sia indiretto (violenza assistita) in quanto spettatori della violenza tra gli adulti della famiglia. In entrambi i casi la violenza genera effetti negativi nello sviluppo psico-fisico del bambino e segna le modalità relazionali anche nella vita adulta.

La risposta istituzionale alla violenza domestica, nonché il discorso pubblico e la rappresentazione nei media, sono focalizzati sulla violenza maschile contro le donne interpretata in chiave di genere, che come abbiamo visto è solo una delle possibili dimensioni del problema sociale della violenza domestica. Questo particolare approccio è confermato nella recente legge n. 119 del 15 ottobre 2013 che prevede un “Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere” elaborato “con il contributo delle associazioni di donne impegnate nella lotta contro la violenza e dei centri antiviolenza” (Art. 5 comma 1).

Inoltre, l’Intesa tra il Governo e le regioni, le province autonome di Trento e di Bolzano e le autonomie locali del 27 novembre 2014 relativa ai requisiti minimi dei Centri antiviolenza e delle Case rifugio, definisce “i Centri antiviolenza” come “strutture in cui sono accolte – a titolo gratuito – le donne di tutte le età ed i loro figli minorenni” (art.1) e stabilisce che tali centri debbano “avvalersi esclusivamente di personale femminile adeguatamente formato sul tema della violenza di genere“ (Art. 3).

Ne consegue che il contrasto istituzionale alla violenza domestica, raccomandato come abbiamo visto dalla stessa Convenzione di Istanbul, resta parziale in quanto non interviene in modo sistematico per accompagnare in un percorso di recupero quelle donne/madri che agiscono violenza nell’ambito familiare (fisica, psicologica, sessuale, economica, ecc. ), e in un percorso di tutela e cura dei bambini/e che vivono in queste famiglie, nonché degli uomini/padri che in questi contesti si trovano nella posizione di vittime. Esistono però sul territorio nazionale, nonché a livello internazionale, centri nati per colmare questo bisogno e che adottano una logica diversa da quella di genere accogliendo tutte le vittime senza distinzione di sesso (alcuni esempi: Centro Antiviolenza Bigenitoriale di Rovereto, Centro Ankyra di Milano, CEAV di Verona, Associazione per i Diritti del Cittadino a L’Aquila). Questo disegno di legge provinciale vuole incentivare, anche sul piano economico, e regolamentare questo emergente settore di intervento socio-sanitario da parte di organizzazioni senza fini di lucro sul territorio della Provincia Autonoma di Trento.

Il conflitto può essere al contempo fattore di disgregazione familiare e violenza, situazioni di estrema vulnerabilità, sia sotto il profilo psicologico sia socio-economico e legale, per tutte le persone coinvolte, in primis i bambini e i loro genitori.

La finalità di questa proposta di legge è la promozione concreta della tutela del diritto dei bambini ad essere cresciuti da entrambi i genitori in un contesto consono a un equilibrato sviluppo psico-fisico (contesto perciò non violento) anche dopo la separazione.

La relazione e il testo del disegno di legge sono stati elaborati grazie alla consulenza e alla collaborazione con la dott.ssa Daniela Bandelli e con il Sig. Roberto Buffi Presidente del Centro Antiviolenza Bigenitoriale (CAB) Onlus di Rovereto.

INDICE

Articolo 1 – Definizione ed attività dei centri di consulenza multidisciplinari per la bigenitorialità

Articolo 2 – Professionisti operanti nei centri di consulenza multidisciplinari per la bigenitorialità

Articolo 3 – Note di copertura finanziaria

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