Forteto: la comunità degli abusi. Commissione d’inchiesta sull’affidamento dei minori: la relazione finale

Conoscenza della congruità dell’attività di affidamento dei minori a comunità e centri rispetto agli obiettivi perseguiti dalla legislazione regionale in materia di tutela e promozione dei minori, alla luce della vicenda Il Forteto.

 

 

 

Commissione d’inchiesta sull’affidamento dei minori


Conoscenza della congruità dell’attività di affidamento dei minori a comunità e centri rispetto agli obiettivi perseguiti dalla legislazione regionale in materia di tutela e promozione dei minori, alla luce della vicenda Il Forteto

RELAZIONE FINALE

Commissione d’inchiesta sull’affidamento dei minori

Composizione

Stefano Mugnai Presidente

Paolo Bambagioni Vicepresidente

Maria Luisa Chincarini Segretario

Dario Locci – Componente

Monica Sgherri – Componente

Ex art. 18 comma IV dello Statuto, il Consigliere Giovanni Donzelli ha preso parte a numerose sedute, mentre il Consigliere Marco Manneschi ha partecipato a una seduta

NB: nel rendere conto delle testimonianze di chi si è presentato in Commissione in qualità di vittima, adopereremo per ciascuna di queste persone un nome di fantasia

I N D I C E

Prima parte

1. Commissione d’inchiesta sull’affidamento dei minori: la genesi istituzionale 5
2. Perché la Commissione d’inchiesta 5
2.1 I fatti 5
2.2 Motivazioni politiche 6
3. Attività svolta dalla Commissione d’inchiesta 6
4. L’istituto dell’affido 8
4.1 Inquadrare la materia 8
4.2 La Toscana: il fenomeno in cifre 8

Seconda parte

5. «Alla luce della vicenda Il Forteto» 11
–  5.1 Il Forteto, storia di una comunità 12
–  5.2 Il Forteto: lessico familiare 15
–  5.3 Il Forteto: accade durante una giornata 16
–  5.4 Il Forteto: affido a chi, come e perché 18
–  5.5 Il Forteto: pratiche abusanti 24
o  5.5.1 Gli abusi sessuali 25
o  5.5.2 Gli abusi fisici 28
o  5.5.3 Gli abusi emotivo-affettivi 31
o  5.5.4 Gli abusi psicologici 33
–  5.6 Il Forteto: la rete di relazioni 42
6. La Regione Toscana e Il Forteto 51
–  6.1 Era il 1980: accadde in aula 52
–  6.2 Dagli Anni ’90 a dopo il 2000: accadeva alla Asl 10 55
–  6.3 I fondi regionali: un riepilogo 57

Terza parte

7. La Toscana e le politiche per gli affidi 61
7.1 La Regione 62
7.2 Il Tribunale per i Minorenni e la Procura presso il Tribunale per i Minorenni 64
7.3 L’Istituto degli Innocenti 68
7.4 I servizi sociali 71

Quarta parte

8. Conclusioni: le politiche regionali in tema di affidamento dei minori 75
8.1 Il lavoro della Commissione d’Inchiesta 75
8.2 Riferimento normativi 76
  • 3 Una riflessione sui soggetti coinvolti: Servizi, Tribunale, famiglie affidatarie,

 

Regione Toscana 78
–  8.4 Spunti per una revisione delle politiche regionali in materia di affido 83
4  P R I MA PA R T E
  1. Commissione d’inchiesta sull’affidamento dei minori: la genesi istituzionale

L’istituzione della Commissione d’inchiesta sull’affidamento dei minori è stata deliberata dall’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale il 3 aprile 2012, a seguito della richiesta avanzata da consiglieri di tutti i gruppi politici presenti nel Consiglio regionale della Toscana. La Commissione d’inchiesta risponde alla necessità di un’accurata valutazione del fenomeno dell’affidamento dei minori a comunità come Il Forteto, oggetto di indagini della magistratura per maltrattamenti, abusi e violenze. L’iniziativa si propone dunque di esaminare l’efficacia dell’azione regionale nell’ambito delle politiche per i minori, ricordando che proprio in quell’ambito rientra anche l’emanazione di Indirizzi in materia di affidamento di minori a famiglia e servizi residenziali socio-educativi, ai sensi dell’art. 53, comma 2, lettera e), legge regionale 24 febbraio 2005 n. 41 (emanati con delibera della Giunta regionale n. 139 del 27 febbraio 2006, B.U. Toscana 22 marzo 2006, n. 12).

  1. Perché la Commissione d’inchiesta

2.1 I fatti

Come detto, l’iniziativa di istituire una Commissione d’inchiesta sull’affidamento dei minori nasce su impulso di consiglieri appartenenti a tutti i gruppi politici sulla base delle vicende giudiziarie che hanno coinvolto Il Forteto a cominciare dall’arresto, il 20 dicembre 2011, di Rodolfo Fiesoli detto il

Profeta, 71 anni, fondatore della cooperativa agricola Il Forteto di Vicchio del Mugello e capo carismatico di quella realtà. I reati ipotizzati sono maltrattamenti e violenza sessuale anche ai danni di un minore. Il 23 dicembre Fiesoli viene rimesso ai domiciliari. Il 28 dicembre è la procura ad avanzare i primi dubbi sulle procedure di affidamento. Guardando indietro, Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi, altro leader storico nonché anch’egli fondatore del Forteto, hanno già avuto nel 1985 una sentenza di condanna per vari capi d’imputazione tra cui «corruzione di minorenne», «sottrazione consensuale di minorenne», «usurpazione di titolo», quest’ultimo poi amnistiato. Da quella data, gli affidi sono proseguiti: circa sessanta sono i piccoli collocati presso persone all’interno della comunità da quella sentenza ad oggi. Alcuni si trovano ancora adesso all’interno della struttura. Perché la normativa regionale non è stata in grado di scongiurare eventuali storture o errori procedurali? Cosa non ha funzionato? Ci sono meccanismi da rivedere? E’ possibile attivare maggiori tutele rispetto ai minori che finiscono in affido alle comunità o a coppie inserite in quel tipo di contesti? Da questi fatti, e dall’esigenza di rispondere a queste domande, nasce l’iniziativa di una Commissione d’inchiesta sull’affido dei minori. Per quanto attiene l’attività investigativa, il 16 ottobre 2012 la Procura di Firenze annuncia la chiusura delle indagini e la notifica di altri 22 avvisi di garanzia – il reato ipotizzato per tutti è maltrattamenti, ma in due casi si aggiunge l’omesso controllo – ad altrettante persone all’interno del Forteto. Non solo: in quella occasione si apprende che la Procura fiorentina ha disposto la trasmissione di parte degli atti alla Procura della Repubblica di Genova, ufficio requirente competente per le indagini inerenti ipotesi di reato a carico di magistrati del distretto di Corte di appello di Firenze. Il 27 dicembre 2012, i magistrati inviano la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di tutti e 23 gli indagati.

2.2 Motivazioni politiche

L’obiettivo politico che la Commissione si è posta in maniera condivisa è stato quello di fornire, attraverso il lavoro di inchiesta, una serie di indicazioni utili a rendere sempre più efficienti le attività di affidamento di minori in Toscana, partendo dalle criticità che sono emerse e stanno tuttora emergendo dalla vicenda del Forteto. Per questo la Commissione si è data il compito di acquisire informazioni ed elementi di conoscenza diretti su tutti questi aspetti, senza sovrapporsi, nel caso specifico della vicenda del Forteto, all’attività giudiziaria in corso. Se la decisione di occuparsi di questi temi è stata presa su iniziativa di tutti i gruppi consiliari, ciò non di meno l’argomento è tra i più delicati da esplorare e riveste implicazioni etiche e comunque extrapolitiche. Per questo motivo la Commissione ha scelto di concentrarsi nell’acquisizione di tutti i dati utili a far emergere eventuali errori nei comportamenti della molteplicità di soggetti coinvolti con l’intenzione di non nasconderne alcuno. Altro obiettivo prioritario era quello di stabilire se vi fossero smagliature normative da poter sanare.

  1. Attività svolta dalla Commissione d’inchiesta

La Commissione si è insediata ufficialmente il 1 giugno 2012. All’unanimità sono stati eletti presidente Stefano Mugnai (Pdl), vicepresidente Paolo Bambagioni (Pd), consigliera segretaria Maria Luisa Chincarini (Idv). Della commissione fanno parte anche Dario Locci (presidente Gruppo misto) e Monica Sgherri (presidente Fds-Verdi). Dalla seconda seduta del 6 giugno 2012 – durante la quale è stato stabilito il programma delle attività – a quella conclusiva dell’8 gennaio 2013 sono state effettuate 23 sedute durante le quali sono stati ascoltate 53 persone. Le audizioni hanno condotto davanti alla Commissione numerose persone che hanno testimoniato le proprie esperienze all’interno del Forteto, i responsabili legali della Cooperativa Il Forteto, dell’Associazione Il Forteto e della Fondazione Il Forteto. Poi è stata la volta dei soggetti istituzionali interessati in attività di tutela dei minori: assessore e dirigenti della Regione competenti in materia, il Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza, il Tribunale dei Minori, i responsabili dei centri di affidamento, dei servizi sociali delle Asl e delle Società della Salute, i responsabili di associazioni e comunità che si occupano di affidamento dei minori in Toscana, le associazioni di famiglie affidatarie di minori, professionisti con competenze attinenti la materia. Ecco in dettaglio le audizioni effettuate: 19 giugno 2012  Presidente e membri dell’Associazione Vittime del Forteto 27 giugno 2012  Presidente e membri dell’Associazione Vittime del Forteto 3 luglio 2012  Presidente e membri dell’Associazione Vittime del Forteto 11 luglio 2012 Testimoni di fatti accaduti all’interno della comunità Il Forteto 18 luglio 2012 Testimoni di fatti accaduti all’interno della comunità Il Forteto 26 luglio 2012 Testimoni di fatti accaduti all’interno della comunità Il Forteto 13 settembre 2012 Rappresentanti delle seguenti persone giuridiche: Fondazione Il Forteto, Associazione Il Forteto, Cooperativa Il Forteto 19 settembre 2012 Assessore al ‘Welfare e politiche per la casa’, Dirigente dell’area di coordinamento ‘Inclusione Sociale’ della Giunta Regionale, Dirigente competente in materia di affidamento minorile indicato dall’Assessorato ‘Diritto alla Salute’ 27 settembre 2012      Garante per l’infanzia e l’adolescenza 4 ottobre 2012 Presidente Tribunale per i Minorenni di Firenze 11 ottobre 2012 Presidente Istituto degli Innocenti di Firenze 18 ottobre 2012 Responsabili dei Servizi sociali territoriali del Mugello, in particolare: i Dirigenti dei Servizi sociali dei Comuni di Dicomano e Vicchio, il Direttore della Società della Salute del Mugello, il Responsabile dell’Unità Funzionale Sociale dell’Asl 10 di Firenze, il Responsabile dell’Unità Funzionale Salute Mentale Infanzia e Adolescenza (Ufsmia) dell’Asl 10 di Firenze 25 ottobre 2012 Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Firenze 30 ottobre 2012 Ex sindaco di Calenzano (FI) Sig. Fabrizio Braschi. Legali rappresentanti delle Associazioni «Famiglie per l’Accoglienza», AiBi («Amici dei Bambini»), «Papà e mamme separati in Toscana Onlus» 8 novembre 2012 D.ssa Malfanti (Dirigente della Società della Salute di Livorno, responsabile dei servizi sociali territoriali di zona), D.ssa Paganelli (Dirigente della SdS Valdinievole), D.ssa Badiani (Coordinatore SdS Area Pratese), Sig.ra Gabriella Giommetti (già logopedista dei servizi sociali Area Livornese), Sig.ra Luciana Previti (già assistente sociale Area Livornese) 22 novembre 2012 Dr. Massimo De Berardinis (Dirigente responsabile UFSMA della Asl 10 di Firenze), Dr. Marino Marunti (già responsabile UFSMIA Asl 10 Firenze); Sig.ra Augusta Gaiarin (ex insegnante e residente nel comune di Dicomano) 11 dicembre 2012 Legali rappresentanti di ANFAA Firenze (Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie); Ubi Minor (Coordinamento Associazioni toscane tutele e promozione diritti dei bambini); Comunità Papa Giovanni XXIII;

510 italiani
90 stranieri non accompagnati
MINORI OSPITI DI COMUNITA’ EDUCATIVE IN TOSCANA
  1. L’istituto dell’affido

 4.1 Inquadrare la materia

L’affidamento familiare è un intervento temporaneo di aiuto e di sostegno a minori provenienti da famiglie non in grado di occuparsi delle sue necessità. Attraverso l’affidamento, il bambino incontra una famiglia che, accogliendolo nella propria casa e nella propria vita, si impegna ad assicurare un’adeguata risposta ai suoi bisogni affettivi, educativi, di mantenimento ed istruzione nel totale rispetto della sua storia individuale e familiare. L’affidamento familiare è caratterizzato da alcune specificità: è una situazione di temporaneità (due anni, prorogabili fino a quattro); garantisce – salvo diversa disposizione del Tribunale in caso di affidamenti giudiziari – il mantenimento dei rapporti con la famiglia d’origine nella quale – sempre – è previsto il rientro. A livello nazionale, l’affidamento familiare è previsto e regolamentato dalla legge 184/1983

Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori, modificata con la legge 149/2001 Diritto del minore ad una famiglia. Nella legge regionale della Toscana 41/2005 sul sistema sociosanitario c’è una serie di articoli che fanno esplicitamente riferimento ai minori e al loro affido fuori famiglia: da questo discende, nel 2006, la circolare regionale sull’affido dei minori di cui abbiamo parlato in precedenza1.

 4.2 La Toscana: il fenomeno in cifre

 Per osservare il fenomeno affidi «alla luce della vicenda Il Forteto», appare utile fornire qualche dato sulla sua dimensione. Lo faremo attraverso quelli forniti alla Commissione dal Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza del Consiglio regionale, carica attualmente ricoperta dall’on. Grazia Sestini, nel corso dell’audizione che le abbiamo dedicato il 27 settembre 20122. Gli ultimi dati che sono stati forniti alla Commissione dicono che in Toscana ci sono 111 strutture di accoglienza per minori: sono strutture riconosciute dalla Regione Toscana e quasi tutte queste hanno fatto o stanno facendo le procedure per l’accreditamento. Chi non ha ancora l’accreditamento ha comunque l’autorizzazione al funzionamento da parte dei Comuni.

 Sono più di 600 i minori ospiti di queste comunità educative, comunità di tipo familiare o

case famiglia, ossia tutte le tipologie che la nostra legge comprende. Di questi, circa 90 sono minori stranieri non accompagnati e sono quasi tutti concentrati nell’area fiorentina.

In generale, gli affidi sono per il 77% giudiziari, cioè disposti dall’autorità giudiziaria, con un aumento considerevole negli ultimi anni. Rispetto al 2008, l’incidenza di affidi giudiziari rispetto

  • Indirizzi in materia di affidamento di minori a famiglia e servizi residenziali socio-educativi, ai sensi dell’art. 53, comma 2, lettera e), legge regionale 24 febbraio 2005 n. 41, cit.
  • Verbale 11, relativo alla seduta del 27 settembre 2012, pagg. 2 e ss.
Altro
Trascuratezza o patologie
Conflittualità familiare
Incapacità educativa
DEL MINORE DALLA FAMIGLIA
 
MOTIVI DI ALLONTANAMENTO

 

alla totalità è aumentata del 4%. In Toscana, per ogni bambino o ragazzo ospite di una comunità ce n’è 1,7 – ovvero quasi il doppio – in affido familiare, o intrafamiliare o eterofamiliare.

Perché i figli vengono tolti alle famiglie? Nel 25% dei casi per incapacità educativa dei genitori, con cause molteplici che

possono essere legate a malattie, dipendenze, problemi relazionali. Nell’11% dei casi, ma il trend è in aumento, l’allontanamento avviene per conflittualità

familiare; ci sono zone della Toscana dove la conflittualità familiare è talmente alta che il 40% dei figli di coppie che si separano vengono affidati dal giudice ai servizi sociali e solo dopo collocati presso un genitore. Nel 10% dei casi, infine, l’allontanamento avviene per trascuratezza o patologie.

 La scelta della famiglia cui affidare il minore prevede di norma specifici percorsi di conoscenza e valutazione da parte dei servizi sociali. Ad illustrarli alla Commissione, i responsabili toscani delle associazioni di famiglie affidatarie. Luciano Cristoferi, presidente regionale per la Toscana dell’Associazione Famiglie per l’Accoglienza, ha presentato le procedure attuate dal Centro affidi di

 Firenze: «Si parla di una serie di colloqui calendarizzati, che sono quattro incontri di gruppo tipo informativi di cosa è l’affido […] Dopo un percorso tipo corso di formazione di quattro sabati mattina, non mezz’ora scappa e fuggi, si svolgono i colloqui individuali, per cui il colloquio di coppia e il colloquio singolo. Mi sembra, se non vado errato, che siano quattro dove vai in un gruppo e altri quattro […] in cui te vai come coppia e poi anche come singolo […] e poi la visita domiciliare […] Poi vieni inserito in una banca dati»3. Se la famiglia si rende disponibile ad affidi in altra provincia, per quanto sia collaudata nell’esperienza dell’affido deve comunque affrontare un nuovo percorso di valutazione. Lo ha riferito per esperienza diretta lo stesso Cristoferi, venti anni di affidi alle spalle e un nuovo cammino di questo tipo in atto nell’autunno del 2012. Un vissuto che lo porta ad escludere recisamente, a domanda diretta della Commissione, che sia «possibile che dei servizi sociali abbiano affidato un minore a delle persone senza che queste siano state valutate da nessuno»4 come, stando alle testimonianze recepite, parrebbe essere accaduto al Forteto. Questo nella fattispecie dell’esperienza fiorentina. Altre associazioni hanno infatti riferito che la diffusione e la strutturazione dei centri affidi, la cui istituzione è prevista dalla Regione Toscana con delibera 384 del 1994, non è affatto omogenea sul territorio regionale: «Non ci sono centri affidi in ogni città come previsto – ha rappresentato alla Commissione il vicepresidente dell’Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie (Anfaa) Andrea Bartolini – e dove ci sono spesso sono molto snelli, se non quasi trasparenti»5.

Quando i servizi collocano un minore in una famiglia o in una struttura, sono tenuti a curare la vigilanza su quell’affidamento. Nel corso delle varie audizioni, dagli attori più titolati dei procedimenti di affido sono via via giunte versioni persino contrastanti su coloro cui la legge assegna questo compito, in particolare sulla competenza territoriale: spetta ai Comuni che attivano l’affido, o ai Comuni dove il minore va a risiedere? Non solo, un altro dei compiti principali che la legge, anche quella nazionale, assegna ai servizi è quello di curare il rapporto tra il

  • Verbale 16 relativo alla seduta del 30 ottobre 2012, pag. 14
  • Ivi, pagg. 17-18
  • Verbale 21 relativo alla seduta dell’11 dicembre 2012, pag. 25

minore e la famiglia d’origine. Infatti l’affido, per sua natura e per disposizione legislativa, ha carattere temporaneo. La legge stabilirebbe un termine di due anni (prorogabili per altri due) che raramente risulta rispettato, spesso perché nel frattempo non si sono create le condizioni per il rientro del minore nella famiglia d’origine.

S E C O N D A P A R T E

  1. «Alla luce della vicenda Il Forteto»

Il mandato istituzionale di questa Commissione d’inchiesta è la «conoscenza della congruità dell’attività di affidamento dei minori a comunità e centri rispetto agli obiettivi perseguiti dalla legislazione regionale in materia di tutela e promozione dei minori, alla luce della vicenda Il Forteto». Dovendo impiegare Il Forteto quale lente attraverso cui esaminare le politiche regionali per l’affido, ci si imponeva di radunare una messe la più corposa possibile di testimonianze su chi al Forteto ha vissuto o vive tuttora, da chi ne è fuggito denunciando abusi di varia natura a chi ancora oggi ne guida le principali realtà: cooperativa, fondazione, associazione. Il fatto che la vicenda del Forteto costituisse il punto di partenza del lavoro di indagine ha determinato le condizioni per l’accoglimento, da parte della Commissione, della richiesta di essere ascoltati presentata dal “Comitato Vittime de Il Forteto”. Il numero delle persone ascoltate, la drammaticità dei loro racconti, la diversità dei singoli episodi narrati ma al tempo stesso la loro assoluta coerenza col quadro d’insieme rappresentato rende molto difficile avanzare dubbi sulla tragica veridicità di quanto ascoltato in commissione. Pertanto il materiale delle trascrizioni sarà trasmesso agli organi competenti interessati dalla vicenda. Si è trattato di un lavoro sostanzioso, che qui occupa una buona parte della relazione e che ha impegnato in tutto sette sedute durante le quali abbiamo ascoltato 20 testimoni ricavando dati per lo più univoci e concordanti. Nel luglio 2012, nel concedere ai lavori di questa Commissione una proroga, l’Ufficio di presidenza di questo Consiglio regionale formalizzò obiezioni sulla quantità di sedute che la Commissione aveva scelto di dedicare alla ricostruzione di dinamiche e contesti ne Il Forteto. Convinti della nostra scelta, abbiamo proseguito nel nostro lavoro.

5.1. Il Forteto, storia di una comunità

La comunità Il Forteto nacque nel 1977 sotto forma di cooperativa agricola6 da un gruppo di soci fondatori, giovani frequentatori di una parrocchia pratese. Così racconta in Commissione7 Saverio Praticò, presidente dell’Associazione Vittime del Forteto e socio fondatore: «Il gruppo si frequenta alla Querce di Prato e c’è una parrocchia […] con il parroco, Don Renzo Fantappiè. Lui (Rodolfo Fiesoli, ndr) sottolineava sistematicamente l’ipocrisia della chiesa, dando dei falsi, dei farisei, perché poi all’inizio gli piaceva leggere il Vangelo, poi ha cambiato genere. Erano tutti farisei, lui si identificava nel Cristo, quindi Don Renzo Fantappiè era un egoista […] perché la gente andava in chiesa tutta falsa.. devo dire che con queste cose un po’ faceva presa, perché sinceramente è come dire che le famiglie sono tutte egoiste, chiuse e non vogliono aiutare il prossimo: erano questi gli argomenti per infinocchiare anche noi quando avevamo 17 anni, perché noi si verificava che era così in casa, ossia che i genitori cercavano di essere un po’ più chiusi, di essere preoccupati e di non aiutare.. no? Lui martellava su queste cose. Nell’ambito della chiesa sapeva bene i punti deboli che potevano essere quelli della chiesa e li usava tutte le sere, insomma». Daniela Falorni, altra fondatrice, componente dell’Associazione Vittime del Forteto, prosegue8: «Lui (il parroco Fantappiè, ndr) passava le prime volte, ci sarà stato due volte alla riunione con noi lì a parlare del più e del meno, ma in genere se ne andava e ci lasciava la stanza. Si stava da noi, e questo teatrino lo portava avanti Rodolfo: Rodolfo e un po’ Luigi (Goffredi, ndr), che erano i più anziani». Ma cosa ci faceva Fiesoli in una parrocchia, se contestava così aspramente la chiesa? A questa domanda diretta della Commissione risponde Saverio Praticò9: «E’ banale: lui abitava davanti alla parrocchia della Querce, non c’erano altri locali… sì, sì, so che lui aveva un’origine… era un comunistaccio sfegatato, anch’io e lui il cristianesimo e il socialismo li metteva insieme». E’ su questo mix di spinte ideali che, in anni nei quali il comunitarismo era una bandiera, il gruppo di giovani decide di fondare la comunità. Ecco l’ispirazione dichiarata nella home page del sito del Forteto10: «Don Milani era morto ormai da una quindicina d’anni, ma la sua figura ancora viva nel Mugello ed il suo impegno di vita divennero la guida ideale della giovane cooperativa, insieme ad altri personaggi dell’area fiorentina come padre Balducci, Meucci, Gozzini, con il loro pensiero di solidarietà, di riconquista di diritti negati e di civile convivenza». Lo scopo dunque non era solo quello di offrire opportunità di lavoro, bensì anche quello di impegnarsi in un percorso di crescita comunitario, di vita sociale collettiva e di accoglienza di minori con handicap fisici e mentali, con un passato di disagio familiare o abusati sessualmente. «Maturava l’esigenza – raccontano ancora le schermate del sito – di dare un futuro al gruppo, la prospettiva di una vita in comune. L’agricoltura sembrò allora l’ambiente più adatto per concretizzare l’ideale di vivere insieme, dilatando il concetto delle antiche famiglie contadine toscane, di solito molto numerose e abbastanza simili ad una comunità». E Il Forteto, spiega ancora il sito, «è soprattutto una comunità, e la forma cooperativa è stata lo sbocco concreto in cui realizzare una vita in comune».

La comunità nascente, composta da 33 membri, si insediò agli inizi del 1977 in località Farneto, nel comune di Calenzano. Il 4 ottobre di quell’anno si trasferì in località Bovecchio, nel comune di Barberino di Mugello, assumendo l’attuale denominazione Il Forteto. Nel 1982 si trasferì nella sede odierna di Vicchio a seguito dell’acquisizione di una vecchia fattoria denominata Riconi e dei suoi 500 ettari che – tra colline, pianura, boschi e seminativi – si estendono sul confine tra i comuni di Vicchio e Dicomano, in provincia di Firenze. A fianco della struttura di accoglienza (che ha sede in Dicomano, frazione Orticaia n. 13 presso Villa Gentili) esiste la cooperativa agricola Il Forteto (con sede legale in Vicchio, frazione Rossaio n. 6) che rappresenta una realtà di innegabile rilievo imprenditoriale. Oltre all’allevamento di bestiame bovino e alla coltivazione di frutta biologica, la cooperativa possiede un maneggio, un caseificio che esporta prodotti in numerose nazioni estere, un panificio, un supermarket e un vivaio con vendita diretta al pubblico. Inoltre, da qualche anno è aperto un agriturismo nato dalla ristrutturazione di una casa colonica e del fienile. Tutti i membri della comunità sono impiegati, con differenti mansioni, nella cooperativa agricola che offre però lavoro anche a diverse decine di dipendenti esterni. I soci lavoratori aderenti alla vita comunitaria dell’associazione Il Forteto, che vengono retribuiti come operai agricoli, versano l’80% della paga in una cassa comune, mentre il rimanente viene riservato alle piccole spese personali. Attualmente, la cooperativa agricola ha un fatturato annuo di circa 15 milioni di euro. Al 31 dicembre 2011 la situazione degli occupati era la seguente: 89 operai agricoli a tempo indeterminato, 13 operai agricoli a tempo determinato, 5 impiegati a tempo indeterminato. Nel numero dei lavoratori occupati sono ricomprese 7 persone diversamente abili, mentre l’occupazione femminile è pari al 46%11. Proprio per l’attività di cooperativa agricola, Il Forteto ha beneficiato di contributi regionali.

Alla Querce, dove la parabola del Forteto ha avuto inizio, osservano l’evolversi di questa esperienza con qualche sconcerto. Lo ha riferito alla Commissione Fabrizio Braschi che, in quegli anni, era segretario della locale sezione del Pci e poi – dal 1995 al 1999 – Sindaco del Comune di Calenzano. Braschi ricorda la confidenza di una donna della Querce che, inizialmente, spingeva il proprio figlio a frequentare il gruppo di Fiesoli. Racconta che il figlio un giorno le abbia detto: «A dodici anni non posso stare a masturbare Rodolfo tutti i giorni e a farmi masturbare, non ci posso stare»12. Al di là della confidenza raccolta da Braschi, è ancora l’ex segretario di sezione ad affermare: «Rodolfo era solito appassionarsi ai bambini, non gli piacevano le donne mai […] quando ha visto questi ragazzi timidi, poco propensi alla socializzazione e quindi dediti a lui, […] Quando scoprì questa covata di ragazzi lasciò anche il lavoro, smise e cominciò quest’avventura, cominciò a farsi chiamare “il profeta”»13. Alla Querce, racconta Braschi, la nascita del Forteto produsse un vero e proprio scossone. E accade qualcosa di significativo. Questo: «Alla Casa del

Popolo furono fatte varie assemblee […] è venuto l’allora Presidente del Tribunale a giustificare qualcosa che non… Meucci, a giustificare qualcosa che era ingiustificabile […] si sono fatte delle assemblee sul Forteto, perché questa storia ha devastato una comunità, un paese […] Anche lì venne il Presidente del Tribunale dei Minori in una Casa del Popolo… […] è stato tra il 1974 e il 1981. […] Poi era come parlare.. tutto quello che si diceva ci veniva addosso, perché nessuno ci ascoltava»14. Si tratta davvero di devastazione sociale, dal momento che le persone che con Fiesoli fondarono Il Forteto si distaccarono da quella comunità in maniera traumatica: «I genitori di questi ragazzi […] il primo problema per loro […] era la violenza con cui trattavano la famiglia, perché con la famiglia andava chiuso ogni rapporto, distrutto ogni rapporto […] il rapporto con la famiglia, distruggere la famiglia e il legame con la famiglia»15. Simile dinamica, vedremo in seguito, verrà replicata nelle condotte all’interno del Forteto proprio nei confronti dei minori in affido. Negli Anni ’80 la magistratura inizia ad occuparsi del Forteto. Il 3 gennaio 1985 la Corte d’appello di Firenze condanna Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi per vari capi d’imputazione tra cui «corruzione di minorenne», «sottrazione consensuale di minorenne», «usurpazione di titolo», quest’ultimo reato poi amnistiato per entrambi. Il tutto perpetrato «nell’incutere ad individui dalla personalità – o per età o per altra causa – immatura il timore della riprovazione del “gruppo” costituito dalla comunità guidata dal Fiesoli e dal Goffredi, e dopo aver scardinato, ricorrendo a forme di convincimento ossessive, aggressive, emarginanti ed umilianti, ogni preesistente valore e le figure parentali, in modo da renderli del tutto dipendenti da loro, costretto ad accertare e a praticare il regime di vita da loro imposto nella cooperativa e caratterizzato da promiscuità assoluta tra persone dello stesso sesso; pratica dell’omosessualità; messa a disposizione della cooperativa di ogni risorsa personale; autocritica per colpe mai commesse e per fatti mai compiuti; attribuzioni a terzi di colpe mai commesse; divieto di rapporti eterosessuali anche fra marito e moglie; divieto di contatti con le famiglie di origine e ostilità nei confronti delle stesse da manifestarsi anche con violenza fisica».16 Alla Querce, dove ‘Foffo’ Rodolfo Fiesoli era cresciuto ed aveva iniziato il cammino costitutivo del Forteto, secondo quanto appreso in Commissione dalla testimonianza dell’ex sindaco di Calenzano Fabrizio Braschi la sentenza venne commentata così: «Nel paese non c’è stato questo ammantare di sovrastruttura ideologica delle vicende di Fiesoli: il giudizio di Fiesoli era rimasto quello dato e quindi il paese diceva “era l’ora, perché un grullo così che facesse tutto” […] nel paese sicuramente il giudizio su Fiesoli era unanime»17.

Con la finalità dichiarata di diffondere l’esperienza sociale ed educativa della comunità Il Forteto, nel 1998 è stata istituita – su iniziativa di alcuni soci della cooperativa – la Fondazione Il Forteto, poi trasformatasi in Fondazione Il Forteto Onlus al cui vertice è stato nominato Luigi Goffredi. La fondazione si pone lo scopo di individuare, a mezzo di ricerche anche scientifiche, adeguati modelli di rapporti interpersonali e sociali, oltre che di tutelare i diritti dei minori e delle fasce deboli, di istruire le famiglie ai compiti educativi nei confronti dei figli naturali, affidati o adottati e tutti coloro che sono impegnati nello svolgimento di compiti educativi nei confronti di minori con disagi psicofisici. La Fondazione ha ottenuto il riconoscimento della personalità giuridica dalla Regione Toscana con decreto del Presidente della Giunta n. 3185 del 9.06.2000, ed è inoltre iscritta al Registro regionale del volontariato con decreto della Provincia di Firenze n. 4332 del 2.11.200418. Alla comunità di accoglienza in senso stretto sono stati affidati, sin dai tempi della sua costituzione, numerosi minori con un passato di disagio sociale, di maltrattamento, abuso sessuale o handicap psicofisici. La posizione giuridicamente anomala della struttura è ribadita dagli stessi servizi sociali chiamati a svolgere, sotto diversi profili, i ruoli istituzionali sul territorio. In particolare, il direttore della Società della Salute del Mugello Dr. Massimo Principe scrive alla Commissione: «Né si configurava la funzione di controllo esercitato nell’ambito della Commissione Multidisciplinare di Vigilanza e Controllo dell’Azienda Sanitaria, ai sensi dell’art. 20 della legge regionale 41/2005 […] non essendo Il Forteto né una struttura residenziale né altra tipologia prevista dalla normativa regionale sulle strutture di accoglienza previste per i minori»19.

Ascoltato in Commissione nell’audizione dedicata ai vertici dei tre soggetti giuridici che formano Il Forteto (Cooperativa, Fondazione, Associazione), il presidente della Cooperativa Il Forteto Stefano Pezzati ha tenuto a specificare: «Mi preme segnalare che la cooperativa non ha nei suoi scopi quello dell’accoglienza dei minori, non intrattiene rapporti con gli enti preposti a questo fine e non percepisce finanziamenti a questo titolo. La cooperativa non rientra nel novero degli enti, comunità o centri riconosciuti ai sensi della legge regionale del 24 febbraio 2005 numero 41, né ha attivato specifiche convenzioni con gli enti preposti. Più volte ho avuto modo di spiegare e di segnalare formalmente agli enti competenti, tra questi il Tribunale per i Minori e il giudice tutelare, l’estraneità della cooperativa come soggetto giuridico all’affidamento di minori»20. Nella stessa sede, così si è espresso il presidente della Fondazione Luigi Goffredi: «La Fondazione non ha tra i suoi scopi quello di accogliere minori in affidamento, non cura in materia i rapporti con nessun ente, non ha convenzioni con Comuni, Asl e servizi socio assistenziali»21. Anche il presidente dell’Associazione Il Forteto Silvano Montorsi ha voluto dichiarare: «L’associazione non ha tra i suoi scopi quello di accogliere minori in affidamento, non cura in materia i rapporti con nessun ente, non è riconosciuta in albi o elenchi appositamente istituiti, non ha convenzioni con Comuni, Asl, servizi socioassistenziali e non percepisce alcun contributo a questo titolo»22. Formalmente, in effetti, gli affidi venivano effettuati a persone appartenenti alla comunità Il Forteto, ma non direttamente alla comunità come soggetto complessivo.

5.2 Il Forteto: lessico familiare

Prima di iniziare ad esporre quanto emerso dalle testimonianze assunte durante le audizioni, è utile comporre una sorta di piccolo vocabolario di espressioni in uso al Forteto che, come accade in ogni comunità chiusa, sviluppa un proprio peculiare linguaggio, una sorta di ‘lessico familiare’ di cui è indispensabile conoscere il significato per comprendere ciò che i testimoni riferiscono. Ecco dunque una breve legenda dei termini e delle locuzioni più ricorrenti:

Acchitare: provocare sessualmente, fare ‘agguati’ amorosi;

Acchitarsi: fare questo reciprocamente fra due persone;

Chiarimenti: pratica molto simile a una pubblica confessione;

Essere di fòri: avere un problema emotivo, o essere arrabbiati con qualcuno; genericamente: essere turbati e travisare la realtà;

Famiglia funzionale: nozione coniata dal Forteto, che vi impernia la propria filosofia legata all’educazione dei minori e agli affidi, si sviluppa in opposizione al concetto corrente di famiglia. E’ composta da due persone – un uomo e una donna – spesso accomunate solo da conoscenza superficiale e in ogni caso non legate da vincoli affettivi, ritenuti nocivi;

Farsi le fantasie: avere fantasie sessuali;

Fissatura: riunione che avviene ogni sera dopo cena per dividere il lavoro e stabilire i compiti di ciascuno il giorno dopo; è in questo frangente che spesso hanno luogo i

chiarimenti’;

Materialità: fardello interiore dovuto a problemi di origine sessuale;

Sacre stanze: sono le stanze allestite ad hoc per le visite degli ‘esterni’, dagli ospiti vip agli assistenti sociali.

5.3 Il Forteto: accade durante una giornata

Ore 4: «Tante volte mi alzavo alle quattro e andavo con lui (il padre affidatario, ndr) invece di andare a scuola, oppure andavo in caseificio e etichettavo lo yogurt, ora non ti dico.. lavoravo o che. Poi per esempio questo dito me lo sono smozzato a 7/8 anni, perché pigiavo i tasti della sponda di un camion che mi diceva lui di pigiare e allora mi amputai mezza falange». (Michele Giumetti, nato a Firenze nel 1984, arrivato al Forteto in affido all’età di 5 anni. Associazione Vittime del Forteto)23;

Ore 5: «La vita prima di tutto era h24 là dentro con lavoro, lavoro, lavoro, lavoro. Ci si alzava alla bellezza delle ore 5/6, c’erano un paio di orette di lavoro prima, e poi ci si presentava a scuola. Mi avevano messo nel campo degli ovini, cioè delle pecore, cosa della quale mi vergognavo un po’ perché comunque, specialmente quando vai a scuola, quando sei ragazzino ti dicono “ah il pecoraio! Arriva il pecoraio!”» (Federico Bianchini, nato al Forteto nel 1978, rimasto al Forteto fino ai 18 anni. Associazione Vittime del Forteto)24;

Ore 6: «Tutti i giorni erano uguali, ti alzavi presto e andavi al lavoro. La mattina bisognava alzarsi presto e preparare la colazione per gli uomini […] dovevi fare le colazioni, servire, pulire e poi anche andare a lavorare». (Gaia Viviani, entra al Forteto fin dagli inizi ed è sull’orlo della maggiore età. Associazione Vittime del Forteto)25;

Ore 8: «Andavo nella scuola con l’idea che – poi può anche essere che non lo si sentisse – però che si sentisse subito che ero stato a contatto con degli ovini per gli odori, per la… anche se comunque mi coprivo, mettevo una tuta, degli stivali e degli… però comunque dei segni c’erano». (Federico Bianchini)26;

Ore 10: «Tipo nel periodo estivo, quando finivano le elementari o le scuole, tu andavi a rifare le camere dove dormiva anche Rodolfo, portavi la colazione a Rodolfo, perché lui si alzava alle o alle 11, insomma lui non lavorava» (Michele Giumetti)27;

  • «Quando uno era in crisi andava a portare il caffelatte a Rodolfo. Io andai una mattina a portare il caffelatte a Rodolfo […] e quella mattina me lo ritrovai con la canottiera senza mutande, perché entravi nella camera che era buia […] fece per prendermi, io accesi la luce e vidi che era nudo, praticamente, perché dormiva senza mutande… Praticamente mi dice “vieni in collo a me che sei pronta per affrontare tutta la tua materialità, io sono l’uomo puro” e i soliti discorsi. Quel giorno mi ricordo che gli lasciai lì il caffelatte e gli dissi “questo è l’ultimo caffelatte che prendi!”» (Miriam Coletti, arrivata al Forteto in affido nel 1983 all’età di 8 anni. Associazione Vittime del Forteto)28;

Ore 12: «Ci si riuniva alle ore del pranzo e della cena e si mangiava tutti insieme giù nella villa […] quindi bisogna essere presenti per forza tutti insieme». (Diletta Giommi, affidata al Forteto nel 1997 all’età di 16 anni, incinta. Associazione Vittime del Forteto)29;

  • «Praticamente le donne mangiano a dei tavoli, non era tanto piacevole avvicinarsi al tavolo

degli uomini». (Daniela Falorni, al Forteto fin dalla prima ora, dal 1977. Associazione Vittime del Forteto)30;

  • «C’era una mensa grande con la distribuzione a self service» (Federico Bianchini)31;

Ore 13: «Ricordo che a volte tornavo da scuola, c’avevo il viso bianco e dovevo dire come mai c’avevo il viso bianco e allora ero diventato furbo, andavo in bagno prima di andare.. hai visto? Tornavo da scuola che era l’una, mezzogiorno etc.: il tempo di andare in bagno e tirarsi due schiaffi per farlo un po’ più colorito e tu tornavi di là in sala da pranzo, dove c’erano tutti». (Michele Giumetti)32;

  • «Un processo che iniziava così “ eh, ma che hai fatto? C’hai il viso bianco: ma che hai fatto?”, “ no, niente, non ho niente”, “ no, che hai fatto? Eh, no..” e si creava questa cosa e questa persona – me compreso e altre persone – si arenava lì al tavolo dove era il.. speravo tutte le volte che andavo a lavorare – veramente questo ve lo dico con il cuore: speravo – che mi accadesse questa cosa sempre dopo pranzo, perlomeno avevo pranzato e la facevo a stomaco pieno, invece tante volte si verificava prima di pranzo e ero sempre affamato (Federico Bianchini)33;
  • «Vi racconto una cosina bellina delle fragole: si raccoglievano tutti le fragole la mattina, poi ci portavano il panino a pranzo […] insomma, venivano lì al campo a portarci il pranzo e a volte non si doveva mangiare, perché magari durante la raccolta delle fragole avevamo acchitato qualcuno o eravamo troppo.. come si può dire? Faceva un caldo boia e magari a volte ti levavi la maglietta o ti tiravi un po’ su i pantaloni… sì, sì, acchitare nel senso di provocare sessualmente: vi riferisco le parole precise… magari sono parole un po’ particolari, ma insomma per capire. Sono diventate parole di uso comune lì al Forteto… ad esempio, una volta […] perché eravamo state troppo provocanti e allora non si doveva mangiare, oppure a volte anche perché “i panini per voi non ci sono, voi lavorate e noi ci si riposa!”» (Gaia Viviani)34;

Ore 15-19: «Io andavo da Rodolfo e praticamente a 15 anni e mezzo […] mi dette un bacio sulla guancia e lì lo accettai volentieri, un bacio sulla guancia uno lo può accettare, poi successivamente – perché è stata graduale, questa cosa – siamo passati al bacio a stampo e lì mi irrigidii un pochino […] successivamente siamo passati al bacio con la lingua […] e io stavo sempre zitto, non dicevo nulla, faceva tutto lui. Praticamente poi lui mi prese la mano e me la mise sul.. però sopra i pantaloni, me lo fece proprio lui, […] la sua mano e io non c’avevo forza di.. e poi, siccome portavo sempre i tony, non avevo mai i jeans, una volta […] mi mise la mano dentro il sedere e per un pochino mi ci ha infilato il dito, questo è capitato cinque o sei volte e queste cose duravano dai dieci ai quaranta/quarantacinque minuti, perché poi io andavo a scuola e dovevo andare a fare i compiti, […] e quindi andavo in bagno, mi sciacquavo e andavo a fare i compiti. Questa cosa la dissi alla Betty, l’affidataria, e lei fu meravigliata, “insomma, non è possibile che abbia fatto queste cose qui!”, c’avevo anche paura a raccontarle, perché avevo paura delle conseguenze […] e allora stavo zitto e subivo». (Emanuele Filotti, in affido al Forteto dall’età di 13 anni. Associazione vittime del Forteto)35;

  • «I compiti dagli altri bambini no, perché Thomas.. c’erano altri bambini dell’età sua e quindicon chi giocare ce l’aveva, non c’era il problema di avere contatti con altri bambini».

(Diletta Giommi)36;

  • «Lì i ragazzi dovevano rimanere lì, giocare lì, stare lì, stare con i ragazzi all’interno… non si usciva: né feste, né compleanni organizzati, né andare a vedere uno spettacolo.. (Gaia Viviani)37;
  • E poi c’era anche l’esclusione dal mondo esterno […] a calcio non ci andavi, il calcio lo facevi lì al Forteto tra noi ragazzi (Michele Giumetti)38;

Ore 20: «Quella sera sempre a tavola che avevo 14 anni […] mi toccò inventarmi che il mio babbo mi portava a prostituirmi, infatti non me lo ricordavo, non sapevo quello che dirgli lì, perché ti mettono in un modo tale per farti dire le cose…» (Emanuele Filotti)39;

Ore 22-02: «La sera nelle riunioni dovevo riferire tutte le fantasie: insomma, onestamente a volte me le sono anche inventate, eh, perché quando c’è da rimanere la sera a mezzanotte, l’una, le due…» (Gaia Viviani)40;

  • Se la donna guarda l’uomo è oggetto di chiarimento e il chiarimento è la tortura quotidiana che tutte le sere viene perpetrata per decenni, non per un giorno […] Questo era un appuntamento di tutte le sere, tutte le sere si fissavano i lavori […] dopodiché prendeva la parola il Fiesoli e si parlava dei problemi che c’erano stati durante la giornata, ma non lavorativi, dei problemi a livello di rapporti interpersonali e di relazioni. […] il tema era monotono, perché era sempre lo stesso: le fantasie sessuali. Si doveva sempre parlare delle fantasie sessuali e sotto processo c’erano quasi sempre delle povere ragazzine».

5.4 Il Forteto: affido a chi, come e perché

Al Forteto uomini e donne vivono divisi: dormono, mangiano, lavorano separati anche se sposati. Questa è la regola fondamentale della vita in comunità. I rapporti eterosessuali sono chiaramente osteggiati. Ciò implica, fra le altre cose, un effetto inevitabile: al Forteto nascono pochissimi bambini. Nessun bambino viene generato se non per quello che lì viene considerato un errore. Qualora accada, testimonianze dirette riferiscono che il piccolo viene strappato alla madre naturale e cresciuto da altri: «Lui (Rodolfo Fiesoli, ndr) toglieva bambini veri, biologici nati prima dell’inizio del Forteto alle madri vere, perché capirà che la madre vera è un problema, è un pericolo, è una persona che protegge il figlio»42. Eppure nuove energie affettive e fisiche servono.

Nuove energie arrivano attraverso i minori in affido, che vengono in qualche modo generati non carnalmente – certo – bensì (ri)generati emotivamente, spiritualmente, psicologicamente nel contesto che si è poc’anzi ricostruito attraverso le voci dei testimoni ascoltati in Commissione, un contesto scandito da lavoro, scuola, abusi, paura. Giorno dopo giorno, i ragazzi vengono sostanzialmente plagiati. Sono i soldati del Profeta, come Rodolfo Fiesoli è uso farsi chiamare. I ragazzi ospitati all’interno del Forteto sono di norma scolarizzati fino ai termini minimi di legge e quindi indirizzati al lavoro in cooperativa. Ciò accade fino dai primissimi anni di avvio della comunità. Gli affidi proseguono senza battute d’arresto anche dopo il 1985, anno della condanna di Fiesoli e Goffredi da parte della prima sezione penale della Corte d’appello di Firenze43 per capi d’imputazione tra cui la «corruzione di minorenne». Di come all’interno del Forteto quella sentenza venne vissuta parla il presidente della Cooperativa Stefano Pezzati: «Per me – ha affermato in Commissione – è stato un errore giudiziario, questa è la mia opinione, ma è un’opinione confermata anche dal fatto che a Rodolfo Fiesoli qualche anno dopo hanno affidato dei bambini, quindi chi ha valutato Rodolfo Fiesoli probabilmente l’ha ritenuto idoneo. Sono confortato anche da queste cose»44.

I ragazzi accolti al Forteto sono nominalmente affidati dal Tribunale dei Minori a una coppia che è tale solo sulla carta, poiché spesso i genitori affidatari non hanno alcun rapporto fra di loro; è poi però la comunità – in sostanza Rodolfo Fiesoli – a decidere chi effettivamente seguirà i bambini. Qualora ad essere affidati siano dei fratelli, questi vengono separati45 e i loro rapporti disincentivati, salvo poi mimare spazi comuni e relazioni stabili in occasione delle visite di controllo degli assistenti sociali di cui – a quanto è stato riferito alla Commissione – quasi sempre si sapevano in anticipo le date. Concetto cardine della comunità è quello, del tutto originale, di ‘famiglia funzionale’. Su di esso i vertici del Forteto, sentiti in audizione, non si sono voluti esprimere. A domanda diretta della Commissione che chiedeva «una definizione del concetto», ancora Pezzati ha risposto: «Credo sia oggetto di dichiarazioni per le quali è stata interessata la magistratura, quindi non mi volevo addentrare in circostanze e fatti perché non…». Alla reiterazione della domanda da parte della Commissione, Pezzati ribadisce: «Appunto: per non subire strumentalizzazioni […] in linea generale, se ci sono delle pubblicazioni si rimanda alle…

possono essere lette»46. Da quanto emerge dalle altre numerose testimonianze, tuttavia, si può affermare che il concetto di ‘famiglia funzionale’ si basa sul presupposto per cui la coppia e la famiglia comunemente intese rappresentano luogo di egoismo e ipocrisia inadeguato all’educazione dei giovani ai valori di uguaglianza, altruismo e solidarietà. Solo disaggregando l’unità familiare, secondo quando asserito da Fiesoli e recepito dai componenti della comunità, ci può essere il perseguimento di tali valori. I genitori funzionali sono quindi un uomo e una donna slegati da qualunque vincolo affettivo, accomunati dal solo intento educativo del minore a loro assegnato: «Ancora oggi – racconta Diletta Giommi nell’audizione del 19 giugno 201247 – non so chi sono realmente sulla carta le persone che mi facevano da genitori affidatari:

  • «C’era un discorso di separazione familiare: io e lui eravamo legalmente affidati alla stessa famiglia … “lui” è mio fratello, sì. Legalmente eravamo affidati alla stessa famiglia, in realtà però eravamo seguiti da due famiglie diverse.

 Ora io le chiamo famiglie in maniera sbagliata, perché in realtà non c’era alcun tipo di rapporto sentimentale né niente, però non ci facevano stare insieme, me e lui, perché dicevano che era una cosa controproducente» (Gianni Anzini, Verbale 7, cit., pag. 15)

affidata a Bocchino Mariangela e Rodolfo Fiesoli, che ovviamente non sono spostati tra loro e non fanno parte dello stesso nucleo familiare».

La Giommi, tra l’altro, non è solo ‘oggetto’ di una famiglia funzionale in quanto minore affidato, ma ne viene anche resa ‘soggetto’ proprio per quanto riguarda il suo figlio naturale. La ragazza arriva al Forteto già incinta all’età di 16 anni, nel 1997: «Ero incinta e, prima di arrivare al Forteto, stavo con un ragazzo […]: eravamo molto innamorati e il fatto che io fossi rimasta incinta non era un caso, in quanto non stavo bene in casa e era un éscamotage, nella nostra testa di sedicenni, per creare una famiglia, avere un figlio e quindi sposarsi e andarsene via. Il procedimento del Tribunale è andato più veloce di questo, per cui sono arrivata al Forteto e questa cosa ha interrotto i nostri piani. Cosa succede? Che il primo mese non ho contatti con nessuno, non posso parlare assolutamente con nessuno, ovviamente avevo avuto una ribellione in famiglia e quindi avevo rotto tutti i rapporti con i miei familiari, tranne che con questo ragazzo. L’idea mia era quella di passare un periodo lì al Forteto, però di ritornare con questo ragazzo e, poiché ero incinta, di mettere su la nostra famiglia: cosa succede? Che proprio Angela, Rodolfo e tutte le persone intorno a me incominciano a mettermi delle insicurezze, ossia a farmi credere che il mondo esterno nella figura di questo ragazzo non mi avrebbe dato una certezza e una sicurezza per crescere un figlio, incominciano proprio a mettermi… mi insinuano tutti dubbi, tutte paure, giocano su questa mia precarietà psicologica per mettermi contro anche questo ragazzo, per farmi credere che io dovevo stare lì e che l’unico modo per poter crescere questo bambino era avere una sicurezza dentro il Forteto […] io comunque ero innamorata di questo ragazzo e volevo tornare in casa sua. All’incirca dopo un mese il mio arrivo al Forteto Rodolfo mi chiama e, insieme a Luigi Goffredi, andiamo in Tribunale […]: praticamente abbiamo un incontro con la famiglia di questo ragazzo, […] il padre di mio figlio. Abbiamo un incontro nel quale i genitori di […] (si parla di questo ragazzo, del quale non si ritiene di fare il nome ndr) richiedono il mio affidamento, ovviamente io ero incinta di lui, e il (magistrato, ndr) ci manda a fare un giro liberamente, a me e (questo ragazzo, ndr), per Firenze. Io ovviamente ero contentissima, perché dopo un mese o forse anche di più avevo rivisto questo ragazzo, non avevo avuto più contatti, non mi avevano passato una telefonata assolutamente se poi dopo ho saputo che invece lui telefonava tutti i giorni e che era interessato, non mi aveva abbandonato, invece in tutto il periodo che sono stata al Forteto mi hanno fatto credere che lui mi aveva abbandonato, che non gli interessava di questo bambino, che io ero sola al mondo e avrei dovuto stare solo esclusivamente lì dentro. Cosa succede? Che in quell’occasione Rodolfo si arrabbia molto, perché il (magistrato, ndr) ci lascia liberi di fare un giro per Firenze da soli, io avevo 16 anni e questo ragazzo ne aveva 17, poco più di un anno più di me e al mio ritorno al Forteto Rodolfo era arrabbiatissimo, io mi sentivo quasi in colpa, proprio.. mi aveva fatto una testa, durante il percorso in macchina, dicendomi che non era stato giusto, che il giudice aveva sbagliato: si era proprio arrabbiato anche davanti al giudice, mentre eravamo tutti lì, aveva dato un po’ in escandescenza, era evidente che lui era contrario a questa cosa. […] In quell’occasione il (magistrato, ndr) fa un decreto nel quale dà il permesso a (questo ragazzo, ndr) di venire a trovarmi un giorno a settimana, il giorno stabilito era il lunedì e quindi (questo ragazzo, ndr) tutti i lunedì di seguito viene a trovarmi: questo succede per tre o quattro settimane. Arrivò un lunedì in cui purtroppo ci fu uno sciopero di treni e (il ragazzo, ndr) chiese il permesso al Forteto – questo lo so dopo, perché ovviamente all’epoca non c’era il cellulare e non ci poteva essere un contatto diretto, quindi queste sono cose che mi hanno raccontato dopo, non potevo saperle, comunque domanda se poteva – di venire il martedì, perché c’era questo sciopero. Angela non gli permette di venire il martedì e gli dice “se vuoi venire a trovare Diletta, se ti interessa di Diletta prendi il treno, non mi interessa a che ora arrivi, non mi interessa come fai, devi venire”.

Questo ragazzo parte da Livorno, rimane bloccato a Firenze e continua a telefonare, a un certo punto mi passano la telefonata, sempre in vivavoce in cucina davanti a tutti, durante la quale mi arrabbio, perché gli dico “scusa, ma sei bloccato a Firenze, se ti interessa vieni”, perché tutta la mattina Angela mi diceva che a lui fondamentalmente non interessava di venire da me e che, se avesse voluto, se gli fosse interessato doveva venire in tutti i modi, non le interessava come. Io gli dissi – il Forteto è lì a 40 km da Firenze e le dissi – “ Angela, andiamo a prenderlo a Firenze”, “ assolutamente no! Lui deve venire da te, se ti vuole viene”. Questo ragazzo, invece che alle nove la mattina o alle dieci arriva all’una a Borgo San Lorenzo, io al telefono con lui mi arrabbio tantissimo… ero proprio imbestialita, perché Angela continuava a dirmi che non gli interessava, “lo vedi che non…”, mi aveva proprio messo su e aveva giocato sulla mia rabbia. […] Praticamente all’una arriva a Borgo San Lorenzo con un autobus, riesco a convincere Angela a andare a prenderlo a quest’autobus, perché lei lì per lì non voleva quasi andare e ovviamente, quando lo vedo, ributto su di lui tutta la rabbia e tutta l’enfasi che avevo perché non era arrivato all’orario in cui doveva arrivare: ovviamente avevo 16 anni e per me era così. Angela gioca su questo fatto e anzi, lo rincorre prendendolo a calci, dicendogli “non ti fare più vedere, non venire più!” […] a un certo punto gli disse “tanto Diletta non è incinta di te”, incominciò a urlargli dietro e questo ragazzo ovviamente impaurito, vedendo me arrabbiata in quel modo lì e tutte e due che gli vociavamo in quel modo prese e scappò via, questo è stato l’ultimo giorno che ho visto il padre di mio figlio»48.

Una volta compiuto il distacco dal padre naturale, al figlio della ragazza un padre viene comunque procurato, ovviamente individuandolo all’interno del Forteto: «E’ qui che incomincia a entrare un pochino la figura di Rodolfo: incomincia a spiegarmi che al Forteto questi bambini hanno tutti un padre e una madre affidatari e quindi mi dice “tuo figlio non ha un padre” […] e incomincia a dirmi che deve avere un padre. Io gli dico “mio figlio un padre ce l’ha: se vorrà si farà avanti lui”, ovviamente io non sapevo che questo ragazzo invece, come in seguito mi hanno raccontato per telefono lui e la madre… […] Cosa succede? Che incomincia a propormi un padre: il padre per questo bambino è suo figlio Marco Fiesoli, che tanto comunque avrebbe dovuto prendere un bambino in affidamento e sicuramente gli è convenuto […] “fare da babbo a un bambino”, perché aveva tre mesi e ovviamente non aveva le difficoltà di un altro bambino tolto alla famiglia con problemi o situazioni un po’ strane. Io non avevo nessun tipo di rapporto con Marco Fiesoli, ma nemmeno… ovviamente i rapporti tra uomo e donna erano limitatissimi: forse ci si diceva “ciao” se ci si incontrava mentre si andava a mangiare, ma forse neanche. Mi trovo questo ragazzo che all’improvviso la sera incomincia a venire su alla chiesa, dove Thomas doveva stare e incomincia a occuparsi di Thomas. Inizialmente non volevo accettare in nessun modo questa cosa, era proprio…non mi tornava, perché dicevo “ma come? Mio figlio un padre ce l’ha e se non ce l’ha sta senza”, era assurdo per me che un’altra persona dovesse fare da babbo al mio bambino. […] Rodolfo continua a spiegarmi che lui mi aiuta, che lì doveva essere così e quindi dovevo accettare questa cosa; piano piano incomincio, col passare del tempo, a accettare Marco e quindi a prendere accordi, “te vieni alle sei, io vado via”, cose di questo genere, non c’era mai… si trattava di tenere il mio bambino due ore alla sera e quindi lui incomincia così a fare da babbo a mio figlio»49.Questo spiraglio di fiducia si approfondisce quando il bambino, per un incidente, si provoca un’ustione. Nessuno, riferisce la Giommi alla Commissione, vuol soccorrerlo. Solo Marco Fiesoli si fa avanti per accompagnare la mamma e il piccolo all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze: «Da lì incomincio a avere fiducia nei confronti di Marco […]. Thomas incomincia a avere due anni e Rodolfo incomincia a dirmi “il prossimo anno Thomas avrà tre anni e dovrà andare all’asilo”, ovviamente Marco continua a fare da babbo a Thomas, quindi Thomas chiama babbo lui per la prima volta […]. Rodolfo incomincia a dirmi “guarda, ormai Thomas è affezionato a Marco, Marco fa da babbo a questo bambino, il prossimo anno dovrà andare all’asilo e […] avrà dei problemi con gli altri bambini, si sentirà diverso e poi comunque te fondamentalmente ormai sei dentro il Forteto e non riuscirai mai a avere una vita fuori dal Forteto, non potrai mai stare senza il Forteto, senza le persone che hai intorno” e che la mia forza era stare lì, praticamente, non avrei mai potuto avere un futuro fuori dal Forteto. E poi io non avevo un lavoro fuori dal Forteto, non avevo una casa, avevo rotto con la mia famiglia e non avrei potuto tenere né crescere questo bambino, quindi l’unico modo per poter, alla fine, sopravvivere io e mio figlio era restare al Forteto e fare riconoscere Marco Fiesoli come padre naturale di mio figlio. All’inizio ero arrabbiatissima, non riuscivo a accettare questa cosa […] però non avevo altra via d’uscita, questo è il punto. Mi ero affezionata alle persone che stavano intorno a me, avevo bisogno d’aiuto, ero una ragazza madre di 16 anni con un figlio e l’unica cosa che avrei potuto fare era far riconoscere Marco come padre di mio figlio. Alla fine Rodolfo mi convince, tra l’altro comprandomi, regalandomi un cavallo – sono molto appassionata di cavalli – mi fa questo regalo bellissimo, mi regala questa cavalla stupenda costosissima e quindi io in qualche modo cedo e a quel punto dico “va bene, faccio riconoscere Marco come padre di mio figlio”. Cosa succede? Che lui organizza tutto, mi chiama un giorno e dice “sai, Diletta, devi andare giù in Tribunale, metti una firma e vieni via”, io ero molto contrastata in questa cosa: sapevo quello che andavo a fare, però stavo malissimo, ero combattuta dentro di me, perché io comunque sapevo che mio figlio un padre ce l’aveva, mio figlio non era un bambino preso in istituto che non aveva un padre o una famiglia e stavo male per questo, però non vedevo un’alternativa. Allora prendo e vado giù con Marco Fiesoli al Tribunale dei Minori a Firenze, davanti avevo […] lo stesso giudice che ha fatto il decreto per il mio affidamento al Forteto, lo stesso giudice che conosce il padre di mio figlio naturale e anche la sua famiglia, lo stesso giudice al quale la famiglia del padre di mio figlio chiede il mio affidamento, perché ero incinta di questo ragazzo, lo stesso giudice che fa il decreto degli incontri con il padre di mio figlio mi fa firmare un foglio nel quale dichiaro che il padre naturale di mio figlio è Marco Fiesoli. Io lì mi sono legata le mani, praticamente ho regalato mio figlio a una persona che non era suo padre»50.

La predicazione di un mondo fuori dal Forteto cattivo, cinico, sbagliato, incapace di comprendere le logiche della comunità giustificava poi – sempre secondo i leader del Forteto – la necessità di dimostrare la normalità della coppia titolare dell’affido del minore e, in generale, di tutte le coppie della comunità. Tale esigenza si acuisce dopo la sentenza con cui, il 3 luglio 2000, la Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo condanna l’Italia per l’affidamento a Il Forteto di due bambini, figli di italiani emigrati in Belgio, comminando una multa complessiva di 200 milioni di lire come risarcimento dei danni morali per trattamenti giudicati non conformi alla Convenzione di salvaguardia dei Diritti dell’Uomo. In occasione di un’ispezione di una delegazione della Corte Europea per verificare le condizione di vita dei minori oggetto della sentenza, una abitazione era stata organizzata in modo da far vedere che i genitori affidatari dormivano insieme in una camera con letto matrimoniale e una camera con foto e giochi a dimostrazione che i fratelli condividevano la stessa camera adiacente a quella degli affidatari. Stessa messinscena veniva attuata in occasione delle visite – rare e annunciate – degli assistenti sociali51. Il presidente dell’Associazione Silvano Montorsi, a domanda diretta su questo, risponde: «A questo non le so rispondere: mi viene da sorridere, però… diciamo che quando c’è stata questa situazione o non c’ero… se non c’ero non l’avrò vista, però direi che non mi risulta una cosa siffatta»52. La recita si arrestava tuttavia alla ‘sceneggiatura’ della famiglia normale. Per il resto, infatti, i rapporti con gli assistenti sociali sono gestiti direttamente da Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi, come si evince da numerose testimonianze assunte in atti53.

Gli adulti, dal canto loro, vengono motivati a ricevere ragazzi in affido come atto di solidarietà:

«“C’è tanta gente nel mondo che sta male”.. anche nel prendere i bambini la convinzione più grossa è stata che noi saremmo stati generosissimi, nel senso che si sarebbero presi dei ragazzi levati dagli istituti, gli istituti poi sono a carico dello Stato… si sarebbe fatto il bene del mondo, no, a prendere questi bambini in famiglia? All’inizio io c’ho creduto […] continuamente appena c’era un po’ di stabilità con i ragazzini presi, subito te ne proponeva altri: se avessi dato retta a tutti quelli che mi proponeva Rodolfo avrei una squadra di calcio…»54. Come dimostrazione tangibile di un simile slancio di caritatevole responsabilità sociale, gli affidatari del Forteto venivano spinti a rinunciare alle rette che normalmente i Comuni corrispondono per ciascuno dei bambini in affido: «Nel momento in cui sono venuto fuori non si era mai presa la retta dei bambini, perché al Forteto non volevano che si prendesse la retta, anche se è un diritto a noi avevano detto di non prendere la retta»55.

Scelte personali, replica il presidente dell’Associazione Montorsi: «L’accoglienza di minori o persone svantaggiate è svolta volontariamente e a titolo personale o familiare dai singoli soggetti e nuclei che direttamente si relazionano con gli enti o con i familiari affidanti, i servizi sociali e quanti hanno il compito e la responsabilità di controllare e vigilare. Per quanto in mia conoscenza, le persone interessate all’affidamento dei minori si rendono disponibili gratuitamente e, per loro nelle camere l’hanno fatto dopo la sentenza di Bruxelles, perché fu l’Europa a obbligare l’Italia a fare un controllo più preciso. Naturalmente con una settimana d’anticipo si seppe, si risistemarono le camere e si ridisegnarono anche a livello di persone, perché non si potevano fare i mescoloni come venivano fatti, tipo il figliolo suo con lui e.. allora vennero un po’ risistemate, riavvicinate etc. etc.. Si sono allestite le camere matrimoniali, che non c’erano. […] Sì, nelle camere dove c’erano i bambini furono messi i peluches per creare più un discorso familiare, perché all’inizio anche le camere erano abbastanza austere: fotografie e posters non erano tanto concessi […] furono create e poi in tante altre case, in quelle periferiche, la chiesa, la casa, giù al negozio.. lì credo non ci sia mai stata neanche l’ombra di un’assistente sociale e di qualcuno che potesse farne le veci» (Verbale 6 relativo alla seduta dell’11 luglio 2012, pag. 34). A confermare l’intensificarsi delle visite degli assistenti sociali negli ultimi anni interviene la testimonianza del presidente dell’Associazione Silvano Montorsi che afferma: «I rapporti con gli assistenti sociali che vigilano sull’andamento degli affidi e sulle condizioni dei minori sono frequenti; anzi, rispetto a una situazione assai più rarefatta negli ultimi decenni le visite degli operatori e dei servizi si sono rese via via più frequenti» (Cfr. Verbale 9, cit. pag. 8). Il fatto che le visite degli assistenti sociali fossero annunciate è confermato dagli stessi servizi sociali (Cfr.

Verbale 17 relativo alla seduta dell’8 novembre 2012,

 

  • «Agli assistenti sociali e ai rapporti ci pensavano solo Rodolfo e Luigi (Fiesoli e Goffredi, ndr). […] Ci chiamavano quando venivano gli assistenti sociali, prima ci parlavano loro, poi noi si andava giù con il bambino tre secondi con una specie di recitina, no? “Tutto bene, tutto a posto, tutto perfetto, il bambino è bravo, noi siamo bravi, il bambino è contento” e fine dell’argomento, noi si andava via e rimanevano lì a parlare» (Gaia Viviani, Verbale 8, cit., pag. 7);

 

«L’affidamento era stato fatto dal Tribunale dei Minori a me e a mia moglie, ma in realtà i ragazzi erano seguiti Gianni da me e dalla Mariella […] mentre mia moglie seguiva quello più piccolo, con un altro che si chiama Sauro Sarti, poi in Tribunale dei Minori spesso siamo andati tutti e quattro […] Era quasi un’abitudine per noi dover condividere ragazzi in affidamento con persone che poi scientificamente gli hanno dato il nome di famiglia funzionale, non era più una coppia, capito?» (Verbale 6, cit., pagg. 47 e 49).

scelta, rinunciano ai contributi normalmente previsti a sostegno per questo tipo di impegno»56. La rinuncia è ovviamente lecita. Tuttavia, essa porta con sé una serie di implicazioni non necessariamente secondarie: innanzitutto rende Il Forteto e le persone che vi abitano autentici catalizzatori per gli affidi. Molti Comuni trovavano infatti vantaggioso affidare lì i ragazzi a costo zero. Ci permettiamo una considerazione: rinunciando alla retta si agevolavano i Comuni sottraendo di fatto risorse ai minori, veri destinatari finali delle rette che dovevano servire al loro mantenimento. Le associazioni di famiglie affidatarie, dal canto loro, hanno espresso viva contrarietà alla pratica fortetiana di rinunciare alla retta. Ecco quanto hanno affermato in Commissione:

Marco Landi (Presidente Anfaa): «Noi ci battiamo da anni affinché nessuno rinunci e perché tutti prendano la retta […]. Francamente come Presidente di Anfaa devo dire che non sarei assolutamente d’accordo se una famiglia non prendesse la retta: la prenda e la dia a chi vuole, che è un’altra storia, però la prenda […]».

Columbu Annarmaria (Ubi Minor): «Io posso solo confermare».

Camarlinghi Letizia (Papa Giovanni XIII): «[…] è un atto veramente di giustizia la retta per le famiglie affidatarie: chi ci rinuncia non fa giustizia per quel minore».

(Verbale 21, cit., pagg. 16-18)

Il parere sembra condiviso anche proprio da Montorsi che, a domanda diretta sulla singolarità della diffusione tanto massiva di quella che viene definita come scelta personale, risponde: «Da un punto di vista pratico questo è stato oggetto di discussioni interminabili, perché ovviamente ogni singolo si interfacciava con quegli altri, a ogni nuovo inserimento: per dire, il tuo vicino prendeva un ragazzo, “te li pigli, ma io quasi quasi non li piglierei”, ovviamente poi dopo ognuno ha deciso in autonomia. Credo anche che qualcuno (ora noi si dice.. io ritengo che la stragrande maggioranza non li abbia presi, però siccome è una cosa che veniva decisa singolarmente, non escludo che qualcuno) li abbia presi, però sicuramente per quello che so io la stragrande maggioranza non li ha presi. Per dire, con il senno di poi, forse, per esempio, dato che erano soldi pubblici, con le difficoltà che tante volte avevamo di inserimento nel mondo del lavoro con i figlioli che ora sono grandi, se anche si fossero presi e, volendo essere genitori al 100%, si fossero accantonati in un loro conto e ora, per dire, la mia figliola avesse avuto un gruzzoletto… però a quei tempi ci garbava fare così: perlomeno a me, poi che le devo dire?»57.

5.5 Il Forteto: pratiche abusanti

Le numerose testimonianze acquisite restituiscono in maniera univoca e concordante un quadro nel quale all’interno del Forteto le pratiche abusanti rappresentano la consuetudine. Da quanto si è potuto ascoltare, il microcosmo del Forteto scandisce le proprie abitudini secondo regole che si potrebbero definire speculari rispetto al mondo che tutti conosciamo. Lì l’abuso risulta essere la prassi. Il rispetto, un’eccezione da dosare sapientemente per esercitare e consolidare il controllo sulle persone; dunque, in definitiva, è un abuso anch’esso. Per questo, per tentare di tracciare uno spaccato per lo meno sommario di quanto abbiamo acquisito nel corso delle prime sei sedute di audizioni, abbiamo ritenuto opportuno dividere gli abusi secondo tipologia e scegliere qualche esempio dalle centinaia di pagine dei verbali piene di contenuti tutti drammaticamente simili tra loro.

5.5.1 Abusi sessuali

C’era la corruzione di minorenne tra i capi di imputazione per i quali Rodolfo Fiesoli viene condannato nel 198558. Ciò nonostante, gli affidi di minori all’interno del Forteto sono proseguiti. In una comunità che osteggia di fatto i rapporti eterosessuali, il sesso è però presente in ogni aspetto della vita e del pensiero, caratterizza persino linguisticamente chi vive al Forteto. Qualunque comportamento vero o presunto, qualunque gesto o sguardo anche insignificanti: tutto viene ricondotto al sesso, alle fantasie sessuali, a memorie reali o indotte di abusi subiti da parte della famiglia d’origine. Al Forteto il sesso permea l’esistenza e pare essere la meta costante dei cosiddetti chiarimenti. A ogni età. I minori, così, spesso divenivano o continuavano ad essere prede. Purtroppo, ciò avveniva col consenso non solo collettivo, ma anche dei genitori affidatari. Le diverse testimonianze ci riportano di pratiche e di abusi sessuali sui ragazzi del Forteto da parte dei genitori affidatari, siano essi uomini o donne, e di un atteggiamento compiacente nei confronti delle ‘strane’ attenzioni del Fiesoli su ragazzi a loro affidati. Michele Giumetti, arrivato al Forteto in affido alla fine degli Anni 80 all’età di cinque anni, racconta: «Tu andavi a rifare le camere dove dormiva anche Rodolfo, portavi la colazione a Rodolfo […] ci ha provato, però io non sono riuscito a… ero un po’ più sveglio, boh, non so come si dice, però sì, mani nelle mutande, addosso, baci nel collo, poi mi ci portava la mia mamma affidataria da lui, […] e allora in camera “ah, come sei bello! Come sei coso!”, mani nelle mutande, mani… questo succedeva anche davanti alla mia mamma affidataria… sì, mi dava i baci nel collo davanti alla Daniela Tardani (è la madre affidataria, ndr), cioè mi ci portava lei “ma lasciati andare! Rodolfo fa così con tutti, è normale, ti leva questa materialità!”»59. Ancora Giumetti: «Mi ricordo che la mia mamma mi faceva il bagno e tante volte, quando fai il bagno a un bambino, c’è la possibilità che abbia delle erezioni e lei voleva che io spiegassi le mie fantasie sessuali. Io ti parlo… avrò avuto 6/7 anni e dovevo dirle come mai e che l’essere toccato da lei a me piaceva: insomma, mi aiutava lei a dirlo, però lo dovevo dire»60.

Da quanto ci è stato riferito ripetutamente, non era unicamente Rodolfo Fiesoli a perpetrare simili mostruosità. Miriam Coletti arriva al Forteto all’età di 8 anni nel 1983, affidata a Luigi Goffredi e Mariella Consorti: «C’era anche l’altra bambina di Luigi Goffredi, che era una bambina down e l’aveva proprio adottata: era più piccola di me, mi sembra di due o tre anni e […] io mi ricordo che Goffredi la sera veniva a darle la buonanotte. Io dormivo nel letto a castello di sopra e lei di sotto e sentivo un po’ di versi strani, quando veniva lì a darle la buonanotte, quindi una sera a un certo punto dissi “ma…” e mi affacciai di sotto per vedere quello che succedeva: vidi che c’era Luigi Goffredi che le aveva levato i lenzuoli di sopra e la stava masturbando»61. La Coletti finisce in affido per aver subito abusi sessuali: «Negli abusi sessuali che avevo subito c’erano stati dei rapporti orali con degli adulti e, per non farmi sentire che potevo aver fatto cose schifose […] che Luigi Goffredi per farmi capire tutto questo discorso sia arrivato a chiedermi di fare del sesso orale con lui per vedere che era una cosa che normale […] però mi ricordo quella volta che Luigi Goffredi mi chiese davvero quel rapporto orale con lui e mi ricordo che all’inizio mi rifiutai, perché non.. primo perché non capivo, mi vergognavo, non capivo: avevo davanti una persona della quale per

 

  • Verbale 5, cit.,due anni mi ero fidata […] Comunque andò che dovetti fare quello che mi chiese e devo dire la verità, si ruppe un po’.. tutta questa fiducia che avevo […] era l’87, sì, ho fatto un po’ di conti e era l’87»62. Dunque aveva 12 anni. Come vedremo più avanti, Miriam Coletti riferisce di essere stata messa nelle condizioni di dover avere rapporti sessuali non solo con il padre affidatario, ma anche con la madre affidataria.

Il sesso è anche merce di scambio, moneta sonante per pagarsi uno spazio di tranquillità. Piero Zavattini entra al Forteto che ha appena compiuto 18 anni. Gli vengono comunque assegnate due figure di riferimento di tipo genitoriale. Gli abbiamo chiesto come fossero i rapporti con questa ‘mamma’, e se lei fosse una donna affettuosa. Ecco la risposta: «Io c’ho fatto sesso, con questa qui, perché capii il giochetto come funzionava: l’unico modo per non subire certe cose […] era avere la protezione completa di qualche grande. In questo caso qui io, facendo l’amore con la OMISSIS (si riferisce alla madre affidataria, ndr), mi ero.. innanzitutto non chiarivo più con la OMISSIS (ancora la madre affidataria, ndr), con la quale all’epoca chiarivo un giorno sì e un […] mi eliminai l’80% dei problemi […] L’unico punto debole – prosegue Zavattini – era sempre Rodolfo, infatti quando si riavvicinò più pesantemente ai conigli, mi attaccò al muro, mi mise la lingua in bocca e mi mise la mano dentro ai pantaloni lì ci fu uno dei primi scontri fisici forti tra me e lui: lo spinsi via e, quando si arrivò poi in villa a desinare, successe del casino, sempre con il discorso che non volevo affrontare la mia omosessualità»63.

Già, l’omosessualità. Al Forteto era non solo permessa ma addirittura incentivata, un percorso obbligato verso quella che Fiesoli definiva “liberazione dalla materialità”. Somministrata quale medicina per superare conflitti edipici o traumi passati, l’omosessualità diventava balsamo al divieto di rapporti tra sessi differenti ma anche via maestra per un’evoluzione individuale di successo e, in conseguenza, strumento per ottenere il consenso sociale all’interno del Forteto: «Lì gli unici rapporti che erano permessi tra i sessi erano di tipo omosessuale: non che abbiamo niente contro l’omosessualità – racconta Saverio Praticò, il presidente dell’Associazione Vittime del Forteto – però lì erano vere e proprie forzature, ossia l’amore riconosciuto e accettato, l’amore vero, alto e nobile era solo quello con lo stesso sesso. Chiunque avesse […] la tendenza verso l’altro sesso, cioè la normalità, era sottoposto a verifiche e a chiarimenti […]. Il bene e l’amore vero erano quelli di tipo omosessuale, perché lì non c’era materia»64. Sottrarsi a questa pratica, e alle avances di Fiesoli, era possibile al prezzo di rimorsi e angosce: «Un giorno – racconta Gianni Anzini

– Rodolfo viene a consolarmi, io […] ero entrato un po’ in crisi per la questione sessuale riferita al mio passato, viene a consolarmi […] cercando di avere un approccio sessuale. Io lì per lì mi irrigidii e gli dissi di no, ma a lui la cosa non andò molto a genio. Io però nei due mesi successivi mi sono sentito in colpa per aver detto di no. […] Mi sentivo in colpa per avergli detto di no e non comprendevo perché […] psicologicamente parlando sono cose che devi fare per affrontare la tua materialità, per poter star meglio: in effetti io ero entrato in crisi proprio per un discorso sessuale e, volendo incastrarcelo, aveva la sua logica […] lì dentro e la risposta che avevo da tutti era che la cosa era normale, ero io che ero maligno, in realtà quelle cose Rodolfo le faceva controvoglia. Che poi in realtà non è solo lui a farle, ma le fanno anche gli altri»65. Ancora: «Se avevi un rapporto sessuale con un ragazzo – racconta Miriam Coletti – era il peccato più grosso che tu potessi fare, perché te avevi preso la strada del genitore che era da condannare»66. Se i ragazzi, come si è visto, sono oggetto di attenzioni da parte dei leader del Forteto e vengono così instradati alla pratica omosessuale, le ragazze vengono indirizzate dalle altre donne. Diletta Giommi, lo si è visto poco sopra, arriva al Forteto già incinta all’età di 16 anni, nel 1997. Ritiene, perché come si è appreso dalla sua testimonianza non è del tutto sicura, di essere affidata a Rodolfo Fiesoli e Mariangela (detta Angela, ndr) Bocchino: «Angela mi dice che […] se una persona si fa delle fantasie su un uomo vuol dire che scappa dalle proprie difficoltà nel rapporto tra le donne. […] Lei incomincia a spiegarmi e a dirmi che […] i rapporti nel mondo fuori dal Forteto non sono giusti, perché le persone scappano dalla realtà facendosi delle fantasie tra uomo e donna, addirittura inizialmente lei si bacia con altre donne davanti a me e, proprio tra donne, c’è una sorta di insegnamento al rapporto omosessuale: praticamente lei mi spinge proprio a avere rapporti omosessuali con altre ragazze, mi insegna e la normalità è quella, al punto che se mi fosse venuta una fantasia nei confronti di altre persone dovevo.. mi sentivo in dovere di andare a spiegarle il motivo di questa cosa: avevo sicuramente avevo una difficoltà, se io avevo guardato un ragazzo sicuramente avevo avuto una difficoltà nel rapporto con altre ragazze lì dentro, questo era un dato di fatto. E piano piano io incomincio a arruolarmi nell’esercito del Forteto con la testa […]: avevo 16 anni e avevo ben chiaro come funzionava il mondo, ero incinta e quindi non ero omosessuale»67. Miriam Coletti, minorenne, racconta di avere avuto un rapporto omosessuale con la madre affidataria:

«Per affrontare tutte queste cose c’era sempre il solito rapporto omosessuale che ti portavano piano piano a […] avere dei rapporti con delle donne adulte: questo mi è capitato una volta con la madre affidataria, verso i 13 anni, la Mariella Consorte era la madre affidataria e poi più da grande mi sono ritrovata con altre due persone adulte e devo dire che […] mi sono ritrovata a un certo punto a non distinguere più davvero la cosa: se ero omosessuale o no, a un certo punto non lo sapevo più, perché avevo questi rapporti abbastanza obbligati con queste persone adulte e, avendo questi rapporti omosessuali, Rodolfo Fiesoli mi considerava la meglio del mondo, in quel periodo ero la meglio, ero la più brava e quindi vivevo in pace e alla fin fine avevo anche i miei rapporti di nascosto con i ragazzi, perché stando in pace non ero tanto sotto controllo»68.

Lilia Vezzosi entra al Forteto in affidamento all’età di 11 anni; è il 1987. Ecco la sua testimonianza: «Già quando ero più piccola dicevano che mi piacevano le ragazzine e infatti una volta con la Miriam fui chiusa in una stanza e si doveva avere un rapporto, però io mi ricordo che […] lì ero in prima o in seconda media e lei era un pochino più grande, di due anni o tre, di me. E niente, si fu chiuse in questa stanza e si doveva avere un rapporto, fatto sta che io e lei non si ebbe niente, però poi ci si era organizzate su cosa dire, perché poi dopo ci interrogavano»69. Con l’adolescenza, poi, arrivano le prime, inevitabili cotte: «Siccome io e lei (si tratta di una ragazzina coetanea della Vezzosi, ndr) eravamo nella stessa camera […] era un’evasione questa di avere dei ragazzi e quindi dovevo affrontare la mia materialità con questa OMISSIS. Siccome dormivamo insieme la Daniela Tardani disse “buonanotte, mi raccomando, affrontate la vostra materialità” e chiuse la camera. Io e lei si stette tutta la notte a parlare e a dire che cosa che si poteva raccontare e si raccontò il giorno dopo, però non so per chi, se per me o se per lei non tornò la versione, qualcosa si era sbagliato e allora si fu umiliate davanti a tutti nella sala dove si pranza, […] davanti a tutte le persone dopo mangiato. Fatto sta che il giorno dopo si stette tutti a parlare così e la sera si dovettero affrontare le nostre materialità: alla fine, insomma, si disse “va beh, affrontiamo le nostre materialità, perché sennò qui non si va avanti” e niente, così se te dopo dichiaravi o facevi quello che era.. dopo te stavi in grazia di Dio, dopo per un almeno un mese o due stavi.. anzi, eri brava, “hai visto la Lilia? Ha affrontato le sue materialità! Un applauso alla Lilia”, capito? Facevano proprio delle cose plateali e quindi te ti sentivi bene e per un pochino te la scampavi»70.

5.5.2 Abusi fisici

«Mi ricordo di una volta quando avevo 17 anni in cui c’era una ragazzina down appoggiata al muro con dietro il babbo affidatario che gli tirava gli scappellotti; io mi arrabbiai […] insomma, non sopportavo i soprusi, però quando entrai nel giro c’erano la caramella e lo schiaffo e loro erano bravi e equilibrare queste due cose»71. Le numerose testimonianze ascoltate riferiscono per la stragrande maggioranza che botte e punizioni, al Forteto, sono prassi quotidiana e vanno di pari passo con ritmi di lavoro che sfuggono qualunque modello di contrattazione da paese occidentale72. Le violenze colpiscono tanto i piccoli quanto i grandi, e ciascuno è protagonista di un’osmosi continua tra l’essere vittima e il farsi aguzzino di altri sfortunati. Così la stessa persona che un momento subisce, nel momento successivo può scaricare parte della propria frustrazione nel praticare violenza a sua volta73; in questa oscillazione di ruoli, da un lato maturerà un senso di colpa individuale che la renderà più docile nel sottoporsi alla sua dose di abusi fisici che a quel punto si convincerà di meritare74, dall’altro concorrerà allo svilupparsi di un senso di colpa collettivo utile collante a una comunità voluta per essere chiusa. Ciascuno, infatti, custodisce il terribile segreto suo e di tutti. Il silenzio diviene una forma spontanea di autotutela ma, al tempo stesso, preserva il gruppo.

Per i membri della comunità, ragazzi compresi, trama e ordito delle giornate è il lavoro: «Lavoravo da quando ero alle elementari con la mia mamma affidataria, perché quando ero più piccola si andava a lavorare sia nel caseificio che nei campi, dappertutto, in bottega…»75. Per riflettere ed elaborare, in questo contesto, manca il tempo: «Continuo a vivere nel Forteto lavorando giorno e notte, sempre di continuo, sono incinta e per tutto il periodo della gravidanza lavoro… diciamo che, quando ho detto “mi sono arruolata nell’esercito”, è perché ero diventata un soldato»76. Il presidente della Cooperativa Stefano Pezzati non nega che nell’azienda abbiano lavorato dei minorenni: «Nell’azienda hanno lavorato dei minori, però regolarmente assunti con assunzioni.

Prima si poteva assumere a 14 anni, con i contratti di formazione lavoro ed è stato uno strumento molto utilizzato, soprattutto per quelli che non avevano intenzione di continuare a studiare»77. Ma le testimonianze acquisite ci spingono purtroppo a constatare, in una tragica scala di valutazione, che per il minore questo sia forse l’abuso meno agghiacciante. Racconta Saverio Praticò: «Mi ricordo il figlio di un giudice della Corte d’Appello […] non era un minorenne, ma era un minorato e sul minorato si inveiva. […] nel caso specifico di Pietro, lui spesso si ritrovava a mangiare con le donne e a mangiare tipo insilato: l’insilato è un mix di fieno, silomais di fibre lunghe che si dà ai ruminanti

 

  • «A volte mi sono dovuta trovare praticamente a essere io quella che picchiava le altre bambine come loro facevano con me, perché ci aizzavano contro e dicevano che se te non facevi parlare questa […] ero anche io colpevole e quindi ti veniva la rabbia addosso di dire “dopo vengo punita anch’io” » (Cfr. Verbale 5, cit., pag. 7)

 

  • «Arrivavo lì dalla Venere e dicevo tutti i giorni “mannaggia, anche oggi non sono riuscita a arrivare senza essermi fatta una fantasia!” e allora lei, con il mestolo, mi puniva […] ma io convinta mi abbassavo per farmele dare, per dirvi dell’assurdità… pensavo di meritarmele veramente» (Cfr. Verbaleruminanti: noi avevamo un allevamento di bovini e ovini, veniva portato appositamente da un responsabile della stalla e Rodolfo serviva il piatto di silomais a Pietro Ciampi, che lo mangiava, vomitava e si doveva rimangiare questo vomito. Questa è una violenza»78. I minori in affido non sfuggono alla prassi: «Tante volte prendevi le botte con gli zoccoli o che e sicché tante volte, quando andavi a scuola il giorno dopo, a sedere ci stavi male, non è che.. ti faceva male il culo. […] avrò rotto tre mestoli!», riferisce Michele Giumetti alla Commissione79. Ma fino a che punto? «Botte, schiaffi, tirate di capelli, a volte eravamo proprio… una volta a scuola non ci andai da quanto ero pesta: ero in seconda media e non ci andai per tre giorni, perché Mauro me ne aveva date talmente tante che non andai a scuola, perché avevo tutti i segni qua al collo, poi la Elena il quarto giorno mi truccò un pochino e mi ricordo che vidi il correttore»80. Una volta a scuola, qualcuno si accorgeva del malessere di questi ragazzi. Lo riferisce un’ex insegnante di Dicomano, Augusta Gaiarin, ascoltata dalla Commissione: «Una cosa che penso che mi rimarrà sempre impressa è che mi diceva (uno dei bambini della sua classe che viveva al Forteto, ndr) “sai, ho paura” e tante volte vedevo che tra di loro c’era un atteggiamento molto strano, tipo… non so…

quando qualche insegnante o io si sgridava un bambino perché esagerava e allora diceva “stai attento, eh, perché lo dico, eh, questa sera!”, poi io ho capito che la sera c’era questo momento di riflessione che era traumatico per i bambini, dove piombavano i castighi e… […] mi è rimasta impressa questa paura: capivo che non erano bambini sereni»81. Più di un testimone riferisce dell’esistenza di una stanza deputata alle punizioni: «Mi ricordo che con la mia amica di classe, che abitava lì al Forteto, ci davamo la crema dopo che uno veniva picchiato in una stanza che si chiamava forno, perché quando c’ero io no, ma prima lì veniva fatto il pane e c’era un po’ l’abitudine di sentire che il bambino che in quel momento doveva essere punito veniva chiuso in questa stanza del forno, si sentivano gli urli e mi ricordo che noi, abbastanza terrorizzate, si rimaneva fuori; quando succedeva a te… mi ricordo che entravo lì dentro e un pochino reagivo, però più reagivi e peggio era, quindi a un certo punto mettevi il fermo»82. Talvolta le punizioni, pur rimanendo di carattere corporale, escludono le percosse ma si concretizzano nel dover rimanere in piedi alla cosiddetta madia, o in un angolo83. O, anche, in una stanza buia: «Con quei bambini che erano lì e tante volte succedeva che si litigava e allora, questo quando ero cresciuto, da adolescente, succedeva che ti toccava stare in piedi in una camera al buio»84.

E poi c’è un bambino, Francesco. Non è al Forteto in affido ma la sua esperienza è paradigmatica: la mamma di Francesco, una fondatrice, lo aveva partorito prima che la comunità nascesse. Lui arriva lì con lei ma poi, come da regole fortetiane, le viene sottratto per essere affidato a una ‘coppia funzionale’85. Nemmeno lui, figlio naturale, sfugge a questa frenesia punitiva. Lo abbiamo tristemente appreso nel corso di una delle prime audizioni. Ecco uno stralcio di quel verbale:

Saverio Praticò: «A un certo punto questo figlio, che ha un po’ di malessere, farà la pipì ancora a 9/10 anni […] È questo bambino nel corridoio che tutte le notti o spesso verrà trovato nel corridoio con i lenzuoli pisciosi, lì rannicchiato e a volte anche a dormire a due

  • «Perché se non stavi a giornate, a ore o a sedere, o alla madia – avevamo un mobile che si chiamava madia – oppure all’angolo… dovevi spiegare…» (Ivi, pag. 4)

passi dai morti che sono nella cappella: terapie selvagge, no? Dalla Daniela Tardani. L’ha cresciuto la Daniela Tardani, Federico Bianchini e lì ci sono i pavimenti […] con tutte le bare dei morti della famiglia dei Conti Gentili e dei Conti Guidi, tutto il pavimento pieno.. e questo bambino è lì a due passi a dormire da solo rannicchiato».

Commissione: «Cioè questa donna che l’aveva in affido, quando il bambino faceva la pipì lo prendeva e gli diceva “ora te ne vai nel corridoio..?».

Saverio Praticò: «Sì». […]

Daniela Falorni: «Molto spesso, sì».

Commissione: «Chi è che ci inciampava: lei? Era lei che ci inciampava?».

Daniela Falorni: «Io e mio fratello. Uscendo, come potete ben capire, avevo bisogno di andare dallo psicologo, perché… e la prima cosa che ho raccontato era che vedevo questo bambino […] mi alzavo alle quattro la mattina per essere giù e il bambino sì, praticamente ci stava tutta la notte, a volte aveva freddo, era bagnato e…»

Esiste anche un altro genere di abusi fisici: quelli legati alla pratica abusiva di prestazioni di carattere medico-infermieristico, con i leader della comunità che alla bisogna – stando a quanto ci è stato più volte raccontato – si improvvisavano dentisti, fisioterapisti, capo infermieri… A riassumere le tante voci ascoltate in questo senso, ecco la testimonianza di Gaia Viviani: «Se un ragazzo si feriva, sia ragazzini presi lì in affidamento minorenni, sia noi, non si doveva andare né dal dottore né al pronto soccorso: queste cose erano fissazioni, i punti li metteva Rodolfo e Luigi curava i denti, faceva tutte le cose… le carie e tutte queste cose. E poi vorrei dire anche un’altra cosa: per esempio, nel periodo in cui svenivo in caseificio e dovevo chiarire, dopo finalmente mi sono fatta gli analisi e avevo un’anemia da trasfusione… ma di nascosto, eh, gli analisi…». Per la cura dei denti, al Forteto era stata regalata l’apposita poltrona attrezzata, il cosiddetto ‘riunito’. E quindi, come ammette il presidente della Fondazione Luigi Goffredi: «No, se uno c’aveva un buco nel dente che gli faceva male c’erano le goccioline da metterci e gli si mettevano, o sennò per esempio l’altro giorno è cascata la protesi a uno, in farmacia vendono il cemento fai da te, perché erano tutti in ferie… era in ferie il dentista, quindi ho fatto abuso di professione e poi gli hanno messo l’apparecchio, insomma»86. Pur non volendo indugiare nell’esposizione del dolore di queste persone, abbiamo ritenuto necessario riportare le testimonianze utili a rendere chiaro e comprensibile il quadro. Quanto accaduto a Lilia Vezzosi merita di essere ascoltato:

«Non sono solo le punizioni, è tutto: per esempio, quando nel ‘93 sono cascata dal motorino ero minorenne… caddi dal motorino e mi feci male al ginocchio. Caddi dal motorino recandomi in caseificio a etichettare lo yogurt, eravamo in ritardo […] Subito vennero, “non ti sei fatta nulla”, perché effettivamente visibilmente non c’era niente, però io piangevo perché sentivo male, comunque andai in caseificio, lavorai tutta la mattina in piedi allo yogurt, “eh, ma cosa piangi a fare? Eh, vedi, perché sei di fori sei cascata…”, rimontai sul motorino per ritornare a casa all’una, mi faceva male e non volevo andare a mangiare perché mi faceva talmente male che volevo sdraiarmi. No, andai a tavola, mangiai e niente, dopo dovevo sparecchiare, feci per alzarmi e non ce la facevo, perché mi era venuto un pallone, ma un pallone così. Sicché “ma come mai? Perché tu eri di fori, perché non eri di fori”, comunque finalmente alle sette di sera mi portano al pronto soccorso a Borgo San Lorenzo, “è cascata dal motorino, così e così”, mi aspirano il ginocchio, mi dicono che è un versamento e torno a casa fasciata, vado alle nove in caseificio, perché tanto un versamento che vuoi che sia?

Questo per dodici giorni. Alla fine all’ultima aspirazione tiro un calcio a quello che mi stava aspirando il ginocchio, perché sento un dolore atroce, sicché subito mi mandano da uno specialista che subito mi rimanda al Palagi e il giorno dopo vengo ricoverata per il legamento crociato, in più mi si era rotto l’osso, comunque ho avuto una vite, in più ho avuto il legamento crociato e il menisco aspirato. Finito questo mi rimandano a casa dopo una settimana con un Donjoy che partiva da qua fino in fondo, con le ruote: insomma dovevo piegarle per varie gradazioni e dovevo fare la fisioterapia, questa fisioterapia non era un fisioterapista che te la poteva effettuare, ma era Mauro Vannucchi che mi doveva fare lui da fisioterapista, perché io mi dovevo fidare, perché più esperto di lui che guardava le mucche… eh! Comunque urlavo, ma urli! Perché praticamente dalle camere mi sentivano fin dove si mangiava, sicché poi arrivava Rodolfo che si incazzava, perché diceva “ah, guarda, fai un casino che sembra che stai sgozzando un maiale!”, ma io urlavo perché il ginocchio a ripiegarlo mi faceva male, dovevo fare fisioterapia nell’acqua – questo l’ho saputo dopo: dovevo fare fisioterapia nell’acqua – certe cose… […] dovevo andare in caseificio lo stesso: avevano preparato una sedia con un coso in legno saldato e dovevo tenere la gamba così e tingere, etichettare etc. […] Comunque dovevo fare per sei mesi fisioterapia così, la bicicletta legato il piede, la bicicletta stava ferma, le avevano levato le ruote e l’avevano saldata dentro un coso […] Comunque tornai a fare il controllo e il ginocchio non mi è tornato perbene: perché? “Perché è colpa tua, perché non hai ascoltato gli insegnamenti di Mauro e tutte le cose”, questo nel ‘93, fatto sta che nel ‘98 mi ricedette il ginocchio: era quello che mi avevano aspirato, siccome non avendo fatto fisioterapia perbene mi era rimasto a manico di secchio mi hanno dovuto fare un altro intervento, però day hospital. Lì ero un po’ più grandicella […] però tutti mi dicevano sempre “come mai non hai voluto piegare il ginocchio?”, proprio i dottori: come se io non mi fossi impegnata nella riabilitazione, quando non mi è stata fatta la riabilitazione e il ginocchio non mi tornerà mai come mi doveva tornare, infatti nel 2003 ho dovuto risubire un altro intervento perché mi si riruppero i legamenti laterali e quindi ho subito tre operazioni. Mauro diceva “te la faccio io fisioterapia” e io a quel punto, nel 2003, gli dissi “no, tu non me lo tocchi proprio il ginocchio!”, comunque Mauro non mi parlò per quattro mesi, perché ho scelto di andare dal fisioterapista».

5.5.3 Abusi emotivo-affettivi

L’ostacolo maggiore per la comunità nell’annettersi psicologicamente, oltre che fisicamente, i ragazzi che vi venivano affidati era la famiglia d’origine, legame naturale con l’esterno che perciò andava immediatamente rescisso: «Una delle condizioni da mettere subito in atto era di tagliare completamente i ponti con la famiglia d’origine e quindi uno si ritrova a 18 anni, quando ti senti di essere un uomo ma in realtà non lo sei, tagliato fuori, la famiglia d’origine l’hai in qualche maniera allontanata, gli amici che non sono lì non esistono più, non possono neanche venirti a trovare e tu ti trovi completamente isolato»87. A domanda diretta da parte della Commissione su questo specifico argomento, il presidente dell’Associazione Silvano Montorsi risponde: «A volte, a quanto mi consta, per le cose che ho sentito ci sono state delle disposizioni del Tribunale in cui si vietavano in modo categorico i contatti tra… è successo […] di dover intervenire per cercare di non fare effettuare questo contatto, perché magari i genitori, il cui figlio o i cui figli erano in affidamento presso qualcuno lì da noi venivano all’improvviso e quindi c’era da avvertire i

Carabinieri, perché si sapeva che il dispositivo non permetteva il contatto, perlomeno per far sapere… così come c’ho la contezza per poter dire che in tantissimi casi è stato cercato di riallacciare dei rapporti anche da parte di persone che erano sottoposte a questo tipo di vincolo»88. Ad alcuni bambini – che sono oggi tra gli adulti ascoltati dalla Commissione – è stato raccontato che i genitori erano morti. Ad altri è stato detto, anche se non era vero, che non li avevano più cercati e dunque non li avrebbero più rivoluti indietro: «Anch’io – racconta ad esempio Lilia Vezzosi – credevo davvero che la mia famiglia d’origine non ci fosse più e che non mi volesse ed ero arrabbiata fissa, perché dicevo “ma come? […]” non c’avevo più nessuno, nessuno veniva mai e invece poi uscendo ho saputo che venivano e che dicevano loro che io non li volevo vedere, mi telefonavano e dicevano loro che non c’ero»89. Altri sono stati spinti – con esito positivo o meno – a denunciare i propri genitori per abusi mai subiti: «Io avevo dei problemi perché da bambina ero stata abusata da uno zio e su questa cosa Rodolfo ci […] ha giocato tanto, per esempio allontanandomi dalla famiglia, dicendomi che mio padre non mi aveva difeso, mia mamma nemmeno […] mettendo su tutto un castello, una costruzione per cui praticamente la mia famiglia era quasi come se mi avesse abusato, era come se mi avessero abusato loro: anzi, perfino insinuando che mio padre potesse avere delle attenzioni sessuali nei miei confronti, cosa mai successa, che la mia mamma mi odiava, perché la mia mamma era arrivato pure a dire che aveva delle tendenze omosessuali: insomma, sinceramente vi dico che in quel periodo c’ho creduto»90. Oppure: «A Gianni Anzini arrivarono a far dire che aveva visto la sua mamma prendere i soldi dall’uomo che l’aveva violentato […] Rodolfo ci disse così tanto che lui lo doveva dire, perché sennò la sua mamma sarebbe riuscita a riaverlo […] l’importante era che alla fine di ogni chiarimento […] la colpa ricadesse sui genitori per il discorso della patria potestà»91. In almeno un caso, a quanto ci è stato riferito si sarebbe addirittura pianificato a tavolino di impiantare in due bambine più piccole falsi ricordi attraverso delle recite. Ecco, secondo quanto abbiamo ascoltato durante le audizioni, come ciò avvenne:

«E poi si iniziavano a inculcare nella testa piccole cose: magari il babbo l’ha toccato come è successo alla OMISSIS, con il discorso della OMISSIS delle recite, insomma funzionava così, l’annullamento dei genitori era la prima cosa da fare […].Il discorso della OMISSIS e della OMISSIS… furono portate di forza via da Dicomano dai Carabinieri e dagli assistenti sociali, furono portate al Forteto, però con loro c’era un problema: non c’era nulla di scritto […] l’unica soluzione sarebbe stata quella di far parlare la OMISSIS e la OMISSIS del loro passato e allora c’era pochissimo tempo, anche perché la madre avrebbe messo in mezzo il proprio avvocato e non ci sarebbe stato nulla, non ci sarebbe stato nessun motivo apparente perché fossero tolte queste due bambine. Dopo qualche giorno di studio arrivò il discorso della recita: l’organizzazione era… naturalmente la OMISSIS era troppo piccola per affrontare certe situazioni, le affrontava solo come… come si può dire? Come spettatrice, più che altro per aiutare OMISSIS (la sorellina più grande, ndr) e per far capire a OMISSIS che se lei diceva queste cose salvava la vita anche alla sorella, perché c’era un legame parecchio forte come c’è tra fratelli. Comunque era stato pensato che potevano essere costruite piccole recite, naturalmente sempre per gradi, non potevano subito far mettere al mostro nero la mano tra le gambe alla bambina e allora iniziò… c’era la Betty Sassi, che era la mamma – non so se affidataria, insomma era la mamma – ufficiale della OMISSIS, la teneva in collo, poi c’era la

Grazia che considerava la OMISSIS e poi magari in quel momento lì c’era la Marida che faceva, in questo caso, il pedofilo, cioè la persona che violentava la OMISSIS e che all’inizio le dava noia solo a livello vocale, poi pian piano si avvicinava e le faceva la carezzina sulle spalle (qui si parla di giorni, non si parla di minuti: era una cosa proprio graduale, ma nelle due o tre settimane in cui è successa questa cosa), io ero lì come spettatore, perché dovevo imparare anch’io queste tecniche. In poche parole dopo un pochino magari poi scambiavano i ruoli, perché non doveva essere sempre una persona a fare l’uomo nero, come non doveva essere sempre una persona a considerare la bambina, come non doveva essere sempre una persona a fare la madre, quella che proteggeva la bambina e anche questa è una cosa importante, perché la bambina non doveva riconoscere in nessuna delle persone coinvolte una persona cattiva, perché sennò quelli del Forteto sarebbero stati puniti da questa cosa, era una cosa tattica studiata bene a tavolino. […] Insomma, alla fine della storiella si vedeva come esempio la Marida in collo alla OMISSIS, la Betty Sassi lì a dare il bacino alla OMISSIS per rassicurarla e per far sentire la protezione del Forteto a questa bambina e poi magari c’era la Grazia che le metteva le mani tra le gambe e le diceva “l’uomo nero ti faceva questo, vero?” e la OMISSIS […] diceva “sì, mi faceva così”, “e poi come ti faceva?”, “sì, mi toccava i seni”, ora una bambina naturalmente… però tutti gli atti sessuali che vengono fatti normalmente. E poi naturalmente a un certo punto mi dovevano mandare via, perché magari alle volte la OMISSIS scoppiava a piangere… c’erano dei momenti che erano un po’ più delicati e facevano allontanare tutti lasciando lì solo le persone interessate, tipo Francesco Bacci, che era il “ babbo” della OMISSIS. […] ora non so se sia affidatario, diciamo che all’interno del Forteto era il babbo della OMISSIS»

Ciò che sostanzialmente sembra perseguirsi al Forteto è la sottrazione di rapporti stabili, in maniera che la sola continuità relazionale si stabilisca con i leader; in senso verticale, cioè, non tra ‘pari’ in senso orizzontale. Laddove si creino, con gli affidi ad esempio, legami affettivi solidi, allora avviene che nel nome di quelli si fugga dalla comunità per mettere in salvo quel brandello di affettività ritrovata. Se per gli adulti lo svuotamento relazionale92 si concretizza nella divisione tra uomini e donne ancorché sposati e nel contrasto a qualunque interesse esterno al Forteto, per i bambini invece si materializza nell’essere figli di tutti e di nessuno, abusati o ignorati dai loro stessi genitori affidatari, privati di spazi gioco individuali nonché di una sistemazione anche logistico-abitativa che garantisca intimità familiare. Inoltre, ai ragazzi si nega il circuito di relazioni normalmente assicurato dalla scuola o dalle attività ludico-sportive le quali dovevano svolgersi tutte collettivamente all’interno del Forteto. Per chi vive al Forteto, nulla più esiste al di fuori se non un mondo ostile e ignoto.

5.5.4 Abusi psicologici

Al fine della formazione e del consolidamento della ‘personalità collettiva Il Forteto’ sembrano concorrere le pratiche che stiamo per passare in rassegna le quali – dall’azzeramento di ogni tipo di privacy alla disincentivazione sistematica agli studi, dalle pubbliche umiliazioni ai ripetuti ‘chiarimenti’ – innescavano una sudditanza psicologica molto simile al plagio, o per lo meno al condizionamento. Spesso durante le audizioni abbiamo sentito utilizzare l’espressione “lavaggio del cervello”, quel brain-washing che fin dagli anni Sessanta del Novecento viene applicato tra

92 Il presidente della Fondazione Luigi Goffredi minimizza questo aspetto quando afferma: «Quando è nata proprio la famiglia cosiddetta funzionale, che poi sono due persone che si conoscono bene perché poi la vita comunitaria… oltre alla vita in casa della comunità, c’è anche il lavoro insieme, quindi c’è un valore aggiunto di confidenza e di conoscenza. A parte il fatto che la legge prevede anche l’affidamento a un singolo, quindi […] diciamo che formalmente non c’è nulla… può essere il singolo, oppure due singoli che si impegnano insieme. In realtà, quando viene fatta questa scelta si crea, ovviamente, un rapporto di familiarità tra le due persone […] che qualitativamente ha delle diversità dalla coppia naturale» (Cfr. Verbale 9, cit., pag. 18) l’altro nei processi di affiliazione delle sette religiose. E proprio con il termine di ‘setta’ molte testimonianze definiscono Il Forteto per via delle sue dinamiche interne. Se non è un abuso psicologico in senso stretto, il fenomeno della sistematica disincentivazione scolastica cui si assiste al Forteto può esservi comunque ascritto in quanto limita il naturale processo evolutivo dei minori ostacolandone – piuttosto che assecondarle come sarebbe tra i compiti genitoriali – le genuine inclinazioni individuali. Il presidente della Fondazione Luigi Goffredi sostiene: «A noi risulta che ci fosse l’incoraggiamento (a proseguire gli studi, ndr93. Fatto sta che al Forteto, l’incidenza dell’abbandono scolastico dopo le scuole dell’obbligo è massiva e per nulla spontanea: «Abbiamo un 80% di scuola dell’obbligo, i casi che si differenziano sono il figlio di Rodolfo, Marco Fiesoli e altri pochi casi […] Molti, in quasi tutti i casi non li hanno fatti iniziare, in alcuni casi hanno iniziato la prima o la seconda superiore e poi sono stati tolti»94. L’effetto di una simile pratica è molteplice: acquisire forza lavoro per la cooperativa, livellare verso il basso l’autonomia di pensiero dei ragazzi ed evitare che si consolidassero rapporti con l’esterno. Cresciute all’interno della comunità, queste persone hanno denunciato la loro difficoltà ad emanciparsi e ad organizzarsi una vita autonoma all’esterno del Forteto, e denunciano oggi la loro paura concreta di perdere il posto di lavoro che hanno all’interno della cooperativa, con le gravi conseguenze che ne possono derivare quali, in almeno un caso, anche la perdita dell’affidamento del proprio bambino.

Per il resto, la prima novità che il nuovo arrivato si trova a sperimentare è l’abbattimento verticale della propria intimità e della propria individualità. Lo riferisce sinteticamente Diletta Giommi raccontando il suo primo giorno al Forteto: «Angela (la donna che le viene affiancata in funzione di madre affidataria, ndr) sta con me dalla mattina alla sera, ventiquattro ore su ventiquattro senza lasciarmi mai un secondo sola: non posso in nessun modo avere un secondo di libertà»95. Si procede a spersonalizzare e uniformare il suo aspetto fisico: «Il giorno dopo Angela incomincia… io vedo tutte queste ragazze della mia età e anche più grandi che mi guardavano come se fossi un’extraterrestre, una cosa venuta da fuori dal mondo perché […] mi truccavo, mi vestivo molto carina, avevo i capelli molto lunghi e ero una ragazza che a 16 incominciava le prime sue cose da donna. E subito Angela incomincia a farmi notare queste cose e a dirmi che non è giusto che io sia così, che mi deve tagliare i capelli, che mi devo vestire un po’ meno provocante, che devo essere un po’ più anonima, diciamo così, e proprio alle cinque del pomeriggio del giorno dopo che arrivo mi fa tagliare tutti i capelli, butta via tutti i miei vestiti e mi spiega queste cose.. io ovviamente sono arrabbiatissima, perché questa qui mi trasforma completamente da quella che ero». All’omologazione di ciascuno con ciascun altro e di tutti con l’ideale omo-sessuato predicato dal Fiesoli e perseguito dalla comunità, si aggiunge la privazione – per tutti tranne che per Fiesoli – di qualunque spazio di riservatezza. Abbiamo visto che al Forteto si mangia tutti assieme, con tavoli diversi per uomini e donne; si dorme, uomini con uomini e donne con donne, in camerate numerose. Tutto, a detta del presidente dell’Associazione Silvano Montorsi, per «scelta dei singoli individui che hanno fatto in piena libertà»96. Le telefonate sono alla mercé di tutti: «Lì c’era solo un telefono […] con il numero di telefono della cooperativa, c’era solo un tavolino, c’era il telefono e sopra c’era un altoparlante: chiunque rispondesse al telefono per affari di lavoro o per affari che riguardavano la cooperativa o per affari e cose personali tutti i presenti nella stanza potevano sentire il colloquio telefonico, capito? Questo era un forte imbarazzo», testimonia Antonio Frangioni97. Sostanzialmente, sintetizza Praticò, «se uno tentennava e telefonava alla famiglia c’era il vivavoce nella sala mensa, quindi tutti ascoltavano la telefonata»98. Tutti ascoltavano, così come tutti assistevano alle punizioni inflitte sempre in quell’agorà fortetiana rappresentata dalla sala mensa: «Lei – riferisce ancora Antonio Frangioni parlando di una donna del Forteto – è stata fatta camminare sul tavolo avanti e indietro a dire “sono una stronza, sono una stronza”»99. Oppure: «C’erano proprio delle punizioni plateali – spiega Lilia Vezzosi – una volta avevo il sacco nero in testa perché mi sentivo inferiore alla OMISSIS che era in classe con me e allora mi sentivo una monnezza, capito? Comunque alla madia, che sarebbe un mobile davanti dove si mangia, mentre tutti mangiavano io ero con questo sacco nero in testa e a me poi dopo piaceva il sacco nero, perché dopo a levalo vedevano che ero io e mi vergognavo il doppio, sicché ci stavo con il sacco […] erano tutte cose alle quali alla fine ti dovevi adeguare»100. Sempre in sala mensa, la sera dopo cena, si svolgono i cosiddetti ‘chiarimenti’. E’ obbligo per tutti, tranne che per i bambini piccoli, partecipare alle riunioni cosiddette di ‘fissatura’ in cui appunto si ‘fissano’ i compiti lavorativi di ciascuno per il giorno successivo. Ma, sera dopo sera, qualcuno finisce bersaglio dei ‘chiarimenti’, una sorta di pubbliche101 confessioni non necessariamente di fatti davvero avvenuti, durante le quali i singoli di volta in volta vengono tenuti su una sedia finché non ammettono ciò che Fiesoli e altri ‘anziani’ della comunità vogliono sentire. I testimoni riferiscono di essersi trovati a cedere al sonno, alle pressioni emotive, alla stanchezza e al peso degli sguardi di tutti gli adepti raccontando fantasie sessuali mai avute, abusi mai subiti, torti mai ricevuti dalle famiglie d’origine. Tutti non-ricordi che, ammessi come veri in quel contesto pubblico, finiscono per entrare comunque a far parte del bagaglio emotivo di chi, per poi raccontarli, è costretto a doverli intimamente elaborare. Divengono una sorta di bagaglio esperienziale indotto, una modalità particolarmente sottile di condizionamento102. Quanto può durare un ‘chiarimento’? Dipende dalla resistenza del singolo: «Il funzionamento era questo: […] ti svegliavi e iniziavi a chiarire con le persone che naturalmente si davano il cambio, perché loro si riposavano, te no e dopo fissare, si continuava a fissare perché c’erano le umiliazioni pubbliche, perché non bastava fare il chiarimento davanti a due o tre persone che magari erano più vicine a te e dalle quali potevi sentirti più considerato o almeno valorizzato: no, c’erano le umiliazioni pubbliche […]. Mi ricordo Federico Bianchini quando doveva partire per fare il militare e io ero uno degli aguzzini […] si stette almeno una settimana, fino alle quattro/quattro e mezzo di notte a fargli dire perché voleva partire per il militare, quando in realtà era […] omosessuale, magari si sentiva omosessuale e non aveva accettato l’abbandono del babbo perché c’aveva la mamma che era brutta e scema, chiarimenti così, erano una cosa abbastanza normale»103. Sulla materia dei ‘chiarimenti’, in audizione il presidente della Fondazione Luigi Goffredi a domanda precisa

  • «Alla fine i chiarimenti li fai […] in sala mensa di fronte a tutti quanti, difficilmente li fai per conto proprio, a meno che tu non abbia la fortuna di essere beccato quando sei da solo e allora forse te la sgami» (Cfr. Verbale 7, cit., pag. 14).
  • «Quella sera sempre a tavola che avevo 14 anni […] mi toccò inventarmi che il mio babbo mi portava a prostituirmi, infatti, non me lo ricordavo, non sapevo quello che dirgli lì, perché ti mettono in un modo tale per farti dire le cose… […] Infatti ti mettono in un modo tale di farti entrare le cose in testa come vogliono loro che te ai chiarimenti devi dirgli le cose che gli pare a loro» (Ivi, pag. 27)

 risponde così: «E’ un procedimento che qualsiasi genitore per conoscere e incontrare il proprio figlio, perché ovviamente, soprattutto quando i bambini e i ragazzi hanno un problema a scuola, il luogo dove si confrontano e dove emergono i problemi, le difficoltà positive e negative, tutte quelle cose, poi dopo a qualcuno devono comunicarle, devono chiedere un aiuto, se è emerso il problema, o comunque un aiuto a definire quello che gli succede. Ecco il chiarimento: chiunque, qualunque genitore chiede, se quello gli risponde male un’altra volta glielo richiede o aspetta un po’, aspetta il giorno dopo e così via». La Commissione domanda quindi di specificare durata e contesto dei chiarimenti che avvengono all’interno del Forteto: «Ripeterei quello che ha detto prima il presidente della Cooperativa, nel senso che qui sento proprio… siccome questo è uno dei punti di accusa, non è che.. senza raccontarsele tanto, preferirei passare avanti, perché… […] in questo contesto mi sembra opportuno, ma è anche una richiesta esplicita degli Avvocati che seguono la causa, non entrare nel merito delle cose sottoposte a indagine. Preferisco non rispondere ulteriormente»104.

Finora abbiamo esplorato condotte variamente condizionanti attraverso testimonianze puntuali. Esse trovano continuità nella vicenda di Mario Melani che – arrivato al Forteto all’età di 14 anni per raggiungere sua sorella Iris che vi è in affido dal 1982 – diviene il risultato di questa serie di trattamenti. Ecco la sua storia:

Mario Melani: «Devo dire il nome? Sono Mario Melani. Dicevo che il gioco più che altro è sapere i problemi, le problematiche del minore o di chiunque, di modo che poi dopo ci si possa colpevolizzare sopra, quindi uno in qualche modo.. te sei scoperto nelle tue debolezze e loro tendono a metterti il coltello sui fianchi rispetto a questa cosa qui, capito? E’ un creare delle situazioni a incastro […] io sono arrivato a 14 anni al Forteto e […] c’era già mia sorella al Forteto dall’’82, mia sorella è stata levata di casa a 8 anni tramite il Tribunale (per i Minorenni, ndr). […] Praticamente c’è stata mia sorella, che era venuta al Forteto, inizialmente c’erano gli incontri da fare con mia sorella, che tra l’altro sono stati solo due incontri fino a 14, perché poi non c’era verso né di vederla, né di salutarla: insomma, nell’unico incontro che c’è stato quando sono andato al Forteto Il Forteto si è presentato bello, diciamo, per una problematica di famiglia come la mia io ritenevo mia sorella fortunata, tra virgolette, se fosse andata via di casa e fosse venuta al Forteto, perché quando uno arriva tutto il fatto della villa, del giardino, del lago per fare il bagno, delle persone che sono tante e sorridenti, accoglienti etc. etc., il negozio dove potevi prendere il gelato gratis… tante cose che un bambino lo affascinano, c’erano i giochi e tutte queste qui e ci rimanevi affascinato. Comunque poi i rapporti con mia sorella si sono interrotti, perché non c’era mai verso.. […] E poi sono rimasto in casa fino a 13 anni e il rapporto con il mio babbo era devastato, perché il mio babbo era alcolizzato […] e poi con mia mamma c’era stato un episodio in cui avevo chiamato i Carabinieri, quando lui una sera in cui era molto ubriaco le mise il coltello.. perché ci minacciò anche di morte. […] al che, finita la seconda media – ero ripetente, perché ero bocciato un anno – fui trasferito […] al Villaggio del Fanciullo, alla Casa del Fanciullo a Lucca […] in qualche modo mia sorella era venuta a sapere che ero andato via di casa […] e da lì ci fu l’invito a riavvicinarsi, a […] andare al Forteto a trovarla e così via […] Inizialmente l’ho frequentato il fine settimana […] mi venne il Fiesoli Rodolfo, che era l’affidatario di mia sorella, e si iniziò a chiacchierare “come mai sei andato via di casa?” e così via e Fiesoli si propone sempre con uno charme… è il padre, è quello che sa i problemi, infatti lui mi diceva “conosco i tuoi problemi, lo so, tua sorella mi ha raccontato”, si presenta come una persona che già in qualche modo ha individuato quelli che possono essere i tuoi problemi e ti può aiutare in qualche modo a risolverli, perché è quello che ti individua.. no? Ti racconta le cose come se avesse la lucidità della vita per risolverti i problemi, diciamo così. Niente, iniziò così, il mio percorso al Forteto è iniziato così: io andavo i fine settimana e c’era mia sorella. E poi Rodolfo – sempre lui – faceva quello che mi diceva “vai, vieni il sabato e la domenica qui, vieni a trovare tua sorella. Ti piace? Non ti piace? Ci staresti?” […] Io poi, finiti gli studi, decisi di andare lì anche perché c’ero bell’e stato il Natale prima di finire la terza media, però via via che ci andavi, per esempio, mi ricordo – la prima cosa – che ero un tipo che aveva l’orecchino, avevo 14, avevo l’orecchino, avevo il chiodo e fumavo e quando misi piede lì dentro nemmeno conoscevo quello che avevo accanto, tra l’altro, e questo si rigirò e mi disse “oh, qui l’orecchino non si porta, eh! Te lo levi!”, ma nemmeno “ciao, come stai? Chi sei?”, niente, così! Siccome io lì per lì dico “ va bene”, ero lì ospite, sicché uno prende e si leva l’orecchino. Dopo poco c’era una figliola a mangiare davanti a me di cui lui era praticamente l’affidatario, insomma quella lì era la sua figliola, in qualche modo iniziano a litigare di brutto e questo l’ha presa a manate, ma proprio a manate piene, a schiaffi, sicché lì per lì ci rimani… ti impaurisci, no? Nel senso che dicevo “qui bisogna stare buoni, bisogna stare tranquilli, bisogna stare fermi”, così, e poi dopo frequentandolo Rodolfo inizia a farti i discorsi, “vedi? La tua sorella ha affrontato il discorso della tua famiglia, della tua mamma, perché la tua mamma non ti voleva bene, non vi voleva bene sennò decideva di stare con voi, invece ha scelto di stare con il tuo babbo, anche il tuo babbo era un violento” etc. etc., tra l’altro poi io non sapevo la motivazione per cui mia sorella era stata levata di casa e il Fiesoli disse che era stata levata perché a un certo punto lei veniva.. insomma, il mio babbo la palpava. Io di questa cosa in casa non mi ero mai accorto, insomma. L’aveva abusata, diceva che l’aveva abusata. […] e poi, prima di andare definitivamente, ci fu già un episodio del Fiesoli che si avvicinò, perché lui pian piano quando prendi confidenza.. a me, andando il sabato e la domenica, chiedeva di andare a sedere accanto a lui, perché quando uno era nuovo – per esempio io ero nuovo, avevo 14 anni – alle riunioni serali, che erano la fissatura, non era permesso di andare, inizialmente io non ci andavo, non sapevo di che cosa parlassero la sera […] il Fiesoli, per dire, mi diceva “vieni a sedere accanto a me alla televisione e stai qui” e ci fu il primo avvicinamento, insomma gli acchiti del Fiesoli tipo il solletichino, la linguaccia, mi metteva le mani sulla coscia, tutte queste manovre qui. Ora uno dice “ma perché hai continuato a andarci?”, eh, effettivamente ho iniziato a continuare a andare perché appunto dalla famiglia mi ero allontanato, lì c’era la possibilità, a un certo punto, di stare con mia sorella e poi non pensavo che fosse una cosa di routine, di abitudine del Fiesoli, finché c’è stato il primo avvicinamento quando praticamente mi propose di andare a dormire per Natale, di passare tutte le vacanze di Natale lì e una sera, siccome non avevo camere né niente, mi misero a dormire nella camera detta dei malati, dove era isolato. Di solito andavo a letto da solo e una sera mi disse invece “ti accompagno io”, lì mentre mi ero spogliato e messo a letto iniziò a palparmi, insomma iniziò a toccarmi fino quasi a mettermi il dito nell’ano, però non ebbi il coraggio di dirlo a nessuno, prima di tutto perché […] non conoscevo ancora nessuno […] e poi lui si presentava subito come il capo, questa è la cosa fondamentale: lo vedevi subito, io avevo 14 anni ma lo vedevo, lui si presentava come […] quello che in qualche modo era il capoccia che comandava e poi a tavola tutti lo salutavano, tutti. Stando a fianco a lui, giacché io ancora non l’avevo frequentato, vedevo che eri in qualche modo considerato. Sicché non dissi nulla, non dissi niente».

Commissione: «Te alla fine ti ritrovi formalmente affidato al Forteto senza che tu abbia espresso questo desiderio in maniera formale con un’assistente sociale?»

Mario Melani: «Sì, loro mi chiesero “ vuoi venire qui?”, io dissi loro di sì..

Commissione: «’Loro’ chi? Il Fiesoli?»

Mario Melani: «Sì, il Fiesoli. Mi chiese se volevo andare lì e poi dopo dissi di sì e disse

“guarda, ci si pensa noi”: praticamente dalla Casa del Fanciullo mi sono spostato al Forteto, però l’assistente sociale non l’avevo vista in quel momento lì, capito? […] E poi praticamente a 15 anni, fatta la carta d’identità per entrare nel mondo del lavoro etc. etc., perché con loro iniziai subito a lavorare, a scuola non è che fossi tanto bravo e comunque stavano già smettendo di andare a scuola tutti i ragazzi che erano all’interno […] Insomma, andai in Comune a fare la carta d’identità e nello stato di famiglia io ero nello stato di famiglia del Fiesoli insieme a mia sorella, però realmente il Fiesoli quando andai al Forteto definitivamente – ma già prima avviò a farmi l’avvicinamento – mi fece conoscere altre due persone: quelle che sarebbero state poi i miei genitori finché non sono venuto via. Non ho avuto come riferimento proprio paterno il Fiesoli Rodolfo, che era…

Commissione: «Quelli che sarebbero stati i tuoi genitori in termini – come dire? – di legge o nel quotidiano all’interno della comunità?»

Mario Melani: «No, nel quotidiano della comunità […] erano altre due persone. Me le fece conoscere e mi disse “guarda, stai con loro”, poi avviai a studiare un po’ con quella era la mia mamma, un po’ avviai a studiare con quello che era il mio babbo, a lavorare stavo sempre con loro e quindi è iniziata questa cosa e il Fiesoli però continuava… in qualche modo appunto veniva a vedere i lavori che ero a fare, mi elogiava, mi diceva “il Melani è bravo, il Melani è intelligente”, faceva tutti i discorsi sempre sui problemi, no? Diceva “lo so che te e tua sorella… insomma, tutte le dinamiche di casa etc. etc., però vedi, bisogna affrontarli, questi discorsi” e poi c’è stato il discorso che iniziarono a dirmi di questi chiarimenti, tipo di linguaggio, tipo “tu sei di fori” e a me suonava… non lo sapevo che cosa voleva dire “tu sei di fori”, oppure “tu ti fai le fantasie, tu fai gli acchiti”: che cosa sono gli acchiti? Non sapevo neanche cosa fossero. E appunto […] tra tutti i discorsi e questo gergo che loro usavano non capivo dove volevano arrivare: per dire, ti facevano a stare a lavorare e ti iniziavano a dire “eh, tu hai paura, ti senti bischero, non hai… non riesci nel lavoro e allora ti fai le fantasie, hai bisogno di evadere con il cervello perché ti senti bischero” e queste cose erano nuove, non capivo cosa volessero dire, comunque lo scopo era arrivare a farti dire che ti eri sentito bischero e che ti facevi le fantasie, però le fantasie erano un discorso omosessuale, andavi a ricascare lì, il problema era quello, cioè te praticamente facevi gli acchiti, gli acchiti li facevi alle ragazze che c’avevi accanto e dovevi per forza dire che – non so – avevi fatto.. non lo so, boh, qualsiasi bischerata, sculettare o cose che non erano neanche vere, tra l’altro. E lì toccava dire che era così, anche perché in tanti momenti non capivo dove volevano arrivare e poi si stava per ore e ore a parlare, anche questo inizialmente.. prima però iniziavano con una cosa così, simpatica, perché iniziavano così, a me quando iniziarono a parlarmi iniziarono così “eh, via, ti sei sentito bischero, e che sarà? Giù!”, ridendo e scherzando dicevano “eh, ti è successa qualche fantasia! Hai fatto qualche fantasia!”, poi mano a mano che si andava avanti le cose erano molto più rigide, cioè venivi fermato e picchiato, anche, perché se non rispondevi a quello che volevano loro c’erano le punizioni in questo modo qui e poi da 15 anni in poi ho iniziato a frequentare le riunioni la sera. Insomma, effettivamente credo fossi il primo ragazzo di 15 anni che quella sera frequentava le riunioni, perché il Fiesoli in qualche modo mi voleva tenere sotto la sua ala, perché il Fiesoli aveva delle attenzioni particolari nei miei confronti, infatti poi c’era via via il discorso.. si era avvicinato dicendomi di affrontare questo discorso della materialità con lui, insomma si doveva affrontare il discorso della materialità […] Niente, praticamente c’era il discorso di.. va beh, a parte le attenzioni del Fiesoli, che erano sempre più forti, anche perché lui riusciva a farti sentire […] l’unico al mondo, ti faceva sentire che eri importante per lui, ti faceva sentire la persona più benvoluta, creava questa relazione nei tuoi confronti come se lui ti volesse bene, come se… mi diceva “io sono il tuo babbo, sono una persona con la quale ti puoi confidare, sono un babbo spirituale” e contemporaneamente offriva questo discorso della materialità in questo modo.

Come me l’ha fatto a 14 anni e mezzo, avevo 14 anni e mezzo, il primo rapporto l’ho avuto con lui a 14 anni e mezzo, cioè voglio dire a 15 anni. Comunque il discorso era che le persone che stavano all’interno della cooperativa, per dire – queste due persone che mi aveva proposto – proponevano anche loro gli stessi discorsi, non c’era alternativa ai discorsi. Per esempio, questa Tardani Francesca, che era quella che mi doveva da mamma, tutte le volte che si faceva un chiarimento in qualche modo andava a cascare sul discorso che, in un modo o in un altro, mi facevo le fantasie, ero un acchitone e puntavo gli uomini per forza, ho dovuto anche dire […] che ho avuto rapporti con la mia mamma e con il mio fratello: insomma, lo dovevo dire per forza in tutti i modi in questo modo qui, perché tanto non c’era verso di levarci le gambe. […] una volta, per dire, s’era a fare scuola il pomeriggio giù nella scuolina tutti insieme e, siccome io avevo le galline e andavo a vendere le uova, sapevo che cosa era la dozzina, ma uno sa cosa è una dozzina e dovrebbe essere.. e gli altri ragazzi si misero a ridere, per dire, quindi mi ero arrabbiato per questa cosa qui, perché mi sentii preso in giro. Tornai su, ero arrabbiato e mi chiesero “che c’è? Che non c’è?”, insomma non lo volevo dire, perché mi vergognavo a dire che dall’essere bravo mi ero sentito quasi scemo, a saperlo. Mi vergognavo e non lo volevo dire e lui fui picchiato con il manico di una granata dato dappertutto, in testa e sulle braccia perché non stavo dicendo quello che dovevo dire e non parlavo. Mi riempirono veramente, c’avevo bozzoli così e questo fu Luigi Serpi a farlo, che era quello affidatario. Comunque anche la Francesca Tardani… la maggior parte delle volte erano o mestolo o zoccolo oppure sempre botte e erano episodi… questi due genitori non sono neanche fidanzati, non si conoscono neanche e questo ci tengo a precisarlo: non sono una coppia né di fatto né di nulla, sono lì e basta. […] perché quando uno arrivava al Forteto – e questo prima l’ho saltato – c’erano i maschi da una parte e le femmine da un’altra: ora io, avendo 14 anni, vidi – tra l’altro è mia moglie ora – questa ragazza bionda, il primo giorno che arrivai erano a sedere e io dissi “Madonna che bella fica la bionda!” e Rodolfo subito a alta voce fece “eh, ora ha da fare il maschione!”, ma subito subito disse “questo c’ha da fare il maschione, fa il maschio, fa quello che ***” e così, quasi come fosse una cosa che non era normale. Questo subito all’inizio e in più si presentava la scena che vedeva i maschi da una parte e le femmine da quell’altra e via via che uno stava lì non poteva rivolgere la parola alle femmine, cioè i maschi non potevano rivolgere la parola alle ragazze, perché diventava un discorso di acchitarsi a vicenda, di farsi le fantasie o di evadere dalla realtà e questa cosa era proibita, non ci si poteva nemmeno guardare. Questo quando sono arrivato a 15 anni, all’inizio, nel ‘91 […] le camere sì, nelle camere si dormiva solo maschi con maschi e le femmine con le femmine, anche questo era tutto… ogni cosa diciamo che era incanalata a vivere l’omosessualità in un modo in un altro, sicché te dovevi essere obbligato a dire che eri, perché poi per esempio io prima di venire via, raccontando la verità alla Tardani Francesca, lei mi ha detto che sono arrivato malato al Forteto: malato, perché io ero già omosessuale a 14 anni […] per anni sono stato – posso dirlo? – il concubino di Rodolfo, finché non mi sono accorto che andava anche con quegli altri ragazzi, perché io c’ho creduto veramente a Rodolfo, io mi ero veramente affezionato, perché mi faceva sentire importante Rodolfo […] oltre a vivere il rapporto sessuale, io credevo davvero che fosse una cosa che mi serviva e che mi faceva sentire importante, perché effettivamente il problema con il mio babbo… è sempre stato di merda, scusate… e quindi nulla. Però venne fuori che la maggior parte… siccome ci fu un’esplosione proprio da parte di questi due ragazzi che lo dissero chiaro e tondo, tutti i grandi – tutti: non salvo nessuno, perché lì sono tutti – dissero che era la terapia e che anche loro l’avevano affrontata, questa terapia. Qualcuno disse “eh, ma che sarà? S’è fatto anche noi!” e Gianni Romoli era uno che urlava che era una terapia, questo lo fecero per tappare tutto… Gianni Romoli era uno che urlava “è una terapia, è una terapia!”, come una cosa vissuta così, capito?»

Commissione: «Veniva detto la sera a cena davanti a tutti, o comunque con un gruppo di persone ristretto?»

Melani: «No, questa cosa della terapia fu detta nel momento in cui ci fu questo caos, questo boom di questi ragazzi che dissero quello che era successo nei confronti di Rodolfo, mentre la sera… […] la sera a fissare.. queste fissature quando uno arriva, è nuovo e guarda l’ambiente

– io parlo con gli occhi di un quindicenne, no? Per dire, io non c’ero mai stato, però – arrivi lì e c’era Rodolfo a capotavola che era quello che dava inizio alla spiegazione, cioè al discorso, perché tutti poi dopo – questo l’ho scoperto in conseguenza – andavano a dire le cose a Rodolfo, le cose di quello che si raccontava, perché io ho scoperto poi, raccontando le mie cose alla Francesca Tardani, tra l’altro anche le cose più… insomma, dalle cose più pesanti alle cose… per dire, se uno diceva una fantasia oppure un suo problema di casa, se raccontava un fatto di casa lei subito andava e lo raccontava a Rodolfo, quindi c’era questa cosa: te riportavi una cosa in confidenza alla persona che per te era quella che ti doveva proteggere, però non era più così, perché lì tutti in un modo o nell’altro… prima era Rodolfo, poi dopo veniva raccontato a tutti quelli che erano i grandi e quindi tutto quello di cui, per dire, si ragionava noi bambini, noi ragazzi, tra grandi se lo dicevano subito, quella andava da un’altra e le diceva “oh, mi ha raccontato questo, quest’altro e quest’altro”, sicché una cosa intima vera che poteva essere tua diventava voce in capitolo di tutti, tutti sapevano quello che tu avevi raccontato e tra l’altro la sera, durante le fissature, veniva fuori ai miei occhi di quindicenne che a una persona adulta veniva detto “tu sei di fori, tu sei incazzato e ora spieghi come mai, tu ci dici che cosa hai”, ma anche per cose che a me parevano delle banalità, insomma per bischerate: per dire, se a uno era cascato di mano un oggetto mentre era a lavorare e tutte le discussioni erano appunto riferite al passato, al discorso dell’immagine vecchia di casa, uno doveva raccontare che si era sentito imbranato, che si era sentito… tutte cose – come dire? – attraverso le quali uno si penalizzava per sé stesso, dietro a questa cosa qui, no? E poi dopo c’era il discorso della materialità, si ricascava lì: ancora questo discorso della materialità, secondo cui uno doveva.. non lo so, c’erano dei grandi che, per dire, raccontavano che si erano vestiti da donna e che si truccavano, oppure che avevano avuto fantasie su altri uomini etc. etc. in questo modo qui, sempre… […] come impatto vedi e dici “qui si ragiona di questo”, è come un percorso dove devi acculturarti e devi parlare in quel modo lì, tutto andava… il filone era quello. Alla fine, quando uno è grande, sapeva già dove doveva andare a parare e infatti alla fine, come Piero, sapevo già dove dovevo arrivare: anche se non era la verità, bastava che dicessi una bischerata. Sono arrivato a dire – ora però è una bischerata: sono dovuto arrivare a dire – che mi sono messo su per l’ano un Kinder Brioss.. no, per dire.. […] potevi raccontare tutte le bischerate possibili, bastava stare lì sul discorso della fantasia, sul discorso dell’omosessualità e non c’erano problemi.. […] Se eri sotto l’ala del Fiesoli come ero io.. io per esempio io invulnerabile, finché sono stato il concubino ed ero convinto di esserlo ero invulnerabile, nel senso che lui elogiava, perché lui mi elogiava anche davanti agli altri […] per dire, io ero arrivato al punto, avendo questo rapporto con il Fiesoli, che se non parlavo alla Francesca Tardani perché non ci volevo parlare lei mi diceva “vuoi andare dal Fiesoli?”, io gli dicevo “sì, vado a parlare con il Fiesoli”, perché.. ma poi non dicevo nemmeno nulla, sapevo che cosa andavo a fare, perché tanto poi alla fine anche ragionare con lui.. lui diceva “si ragiona”, ma poi era solo l’atto, perché era solo l’atto e tra l’altro c’era questa manovra del Fiesoli, come dice lui, che mi veniva a trovare a lavorare, mi prendeva e mi portava via. Insomma, io con il Fiesoli.. va beh, c’era questa parte di attenzione e per esempio quando avevo 15 anni ero a tingere le camere, il primo lavoro che ho fatto è stato imbiancare le camere della villa e lui veniva addirittura in camera lì e si andava nel bagno della camera, ma c’era questa Francesca Tardani che era lì a tingere insieme a me in camera, però io ci stavo mezz’ora in bagno e quando uscivo questa non diceva niente, cioè “ciao”, lo salutava come nulla fosse.. io mi vergognavo, nel senso che poi a ritornare a parlare con questa qui mi vergognavo, però vedevo che era una cosa.. Come dire? Il “ciao” era una cosa per dire che era accordato, non mi veniva nemmeno di andarle a dire la verità, perché pensavo “se vado a dire a questa che ho fatto mi dice che sono un bugiardo”, perché non faceva domande, non mi chiedeva nulla e poi c’era il discorso del fatto che tutte le volte le persone andavano a riportare le cose a Rodolfo, quindi in un modo o in un altro.. questa cosa qui. E poi un’altra cosa brutta è il fatto che io e mia sorella – io ero andato lì apposta per mia sorella – non ci si potesse vedere e nemmeno parlare: ero andato lì con l’invito a stare con mia sorella e invece è stato fatto di tutto per rompere il discorso con mia sorella, è stata creata competizione, rottura, di lei mi parlava male tanto Rodolfo, la Francesca Tardani me ne parlava male, le poche volte che si è parlato insieme la Francesca Tardani andava a dirle “non ti devi avvicinare a tuo fratello, perché tu gli vuoi fare da mamma”, insomma, c’è stata proprio una rottura e infatti c’ho fatto anche a botte con mia sorella: da ultimo, prima di mandarla via […] è stata buttata fuori […] la Iris è stata buttata fuori proprio in malo modo, è stata buttata proprio fuori per strada. Ora è a casa dalla mia mamma, è a casa: c’ha un bambino […] E niente, per quanto riguarda le amicizie – ritornando al discorso delle amicizie – c’è stato tutto il discorso della competizione e, oltre alla competizione, si doveva chiarire e si cascava sempre nel discorso che io dovevo dire a lui che mi ero fatto le fantasie su di lui e lui doveva dire che lui si era fatto le fantasie su di me, in qualche modo c’era sempre un discorso quasi.. Però questa cosa qui creava un imbarazzo grande tra di noi ragazzi, nel senso che se si stava insieme poi con uno non ci stai insieme, perché se lo stare insieme deve essere solamente un discorso sessuale.. a quei punti ci si odiava, io perlomeno. […] Sì, il problema… torno a dire, data la mia esperienza, che non ho avuto rapporti solo con il Fiesoli, ho avuto rapporti anche con Serpi Luigi, che ci ha provato ma non ho fatto niente, non è successo niente perché io avevo paura, quindi mi sono bloccato e questo ancora prima di Rodolfo, prima che avessi il rapporto con Rodolfo, il che… a 14 anni e mezzo… Serpi Luigi, quello che mi avrebbe fatto da babbo.. […] Poi ho avuto anche un rapporto con Goffredi Luigi, questo da grande, però: qui si è proposto lui.. […] gli atteggiamenti da parte dei grandi erano sempre quelli di.. finché ti facevi abbracciare e baciare eri bravo, eri considerato quello.. Lì il discorso era che se ti isolavi, se tendevi a rompere questa cosa venivi preso e considerato uno stronzo, finché c’avevi questa considerazione – io la chiamo considerazione – con gli altri uomini di essere abbracciato, baciato etc. etc. eri ben accettato […] Lì tutti o la maggior parte […] hanno avuto la stessa terapia, sono quelli che in qualche modo sono quelli più cosati da Rodolfo, quelli che stanno sotto l’ala di Rodolfo, quelli che bene o male lo spalleggiano, che sanno bene quale è la verità perché l’hanno avuto anche loro, questo trattamento e l’hanno coperto […] mi hanno sempre raccontato che il Fiesoli non è stato condannato e questo lo dico proprio per certo. Finché non ho letto un articolo di giornale dove ho letto che il Fiesoli era stato condannato nell’’85 non lo sapevo, perché loro hanno sempre smentito.. tutti, tutti dentro hanno sempre smentito questa cosa qui, tutti, dal primo all’ultimo! .. e comunque qualsiasi cosa venisse fuori.. se, per dire, un ragazzo diceva che l’aveva tentato lì veniva ricoperto.. veniva detto che questa persona era una stronza, era una bucaiola, che non era vero, che a un certo punto aveva dato di fuori, insomma che era un pezzo di merda, come diceva il Fiesoli Rodolfo e quindi tutti si mettevano contro quella persona, perché poi veniva fatta anche questa cosa qui. Per cui noi ragazzi la verità.. tante volte non si sapeva la verità, perché uno andava via o perché non andava via, capito? […] La mia assistente sociale l’ho rivista poi a 18 anni, è stata l’unica volta che l’ho rivista… […] quando è venuta a salutarmi per dirmi “ciao, sei maggiorenne” e è finita lì».

Commissione: «Cioè non è mai venuta a controllare?»

Melani: «No».

Commissione: «Scusa, lo ridico perché resti a verbale. Non è mai venuta a controllare come stavi negli anni in cui sei stato lì, da quando sei entrato?».

Melani: «No, in quei quattro anni che sono stato lì».

Mario Melani è uscito dal Forteto, dove però ancora si reca per lavorare. Si è sposato con una ragazza conosciuta all’interno della comunità, Viviana, a cui lo stesso Rodolfo Fiesoli lo ha inizialmente indirizzato salvo poi osteggiare la crescita di quel rapporto. Quando si è sposato, Mario lo ha fatto nascondendolo a Rodolfo Fiesoli fino a due giorni prima delle nozze. Prima di consumare il primo atto sessuale con la ragazza, Mario ha chiesto il parere di Rodolfo Fiesoli. Inizialmente, quando si trovava a dover baciare la ragazza, Mario chiedeva l’intervento di Rodolfo Fiesoli. Una volta sposati, Fiesoli tenta di separarli affettivamente, oltre che fisicamente attraverso la regola della divisione imposta tra uomini e donne. Non solo: «Poi in tutto questo avevo smesso di avere rapporti con Rodolfo […] perché mi ero accorto che lui trafficava anche con altri, che non ero più la persona alla quale.. mi aveva raccontato un monte di bugie, dicendo che era una terapia etc. etc., quindi non ce la feci. In tutto questo lui spingeva mia moglie a dirmi di andare a parlare con lui, perché dei problemi ne dovevo parlare e li dovevo risolvere con lui […] perché lei ci credeva ciecamente, a Rodolfo e non mi sono mai azzardato a raccontarle nulla […] la verità l’ha saputa dopo quando poi.. nel percorso che abbiamo fatto lo psicologo l’ha scoperto dopo quando si è deciso di venire via, un mese prima di venire via lei ha scoperto»105. Come prassi, anche Mario e Viviana hanno avuto minori in affidamento. Lei, ignara, quando il bambino presentava problemi tendeva a portarlo da Fiesoli; Mario, consapevole di cosa significasse, si opponeva con tutte le sue forze106. Quando Mario e Viviana decidono di cercare il secondo figlio naturale, fanno in modo che l’evento passi come un ‘incidente’. Mario viene isolato dal gruppo: «Rodolfo aveva messo me come quello da eliminare in tutti i modi e la Viviana invece la continuava a valorizzare […] a parte il fatto che mi è toccato… per aspettare questo ho dovuto ridare… avere rapporti sessuali con Rodolfo»107. Finché, durante una seduta dalla psicologa, Mario confessa a Viviana perché si oppone a che il bambino che hanno in affido passi tempo con Fiesoli, che intanto chiedeva a Viviana di mandarglielo in camera; lo stesso copione, da una generazione all’altra. Per Mario è un incubo e, finalmente, racconta a Viviana la verità. E’ il momento della rottura: «Allora a quel punto, quando lei seppe la verità, perché era la verità, ci fu proprio un momento in cui disse “no, no, andiamo via, io non ci sto più, non ci voglio stare più!”»108.

5.6 Il Forteto: la rete di relazioni

Le testimonianze fin qui presentate, oltre a tutte le altre che la Commissione ha acquisito, rilanciano con prepotenza il quesito che muove l’intero lavoro della Commissione d’inchiesta: com’è possibile che, anche dopo le sentenze passate in giudicato e nonostante tutta l’attività inquirente che fermentava attorno alla comunità, si sia continuato ad affidare minorenni a persone residenti all’interno del Forteto? Oggi lì si trovano ancora collocati in affido alcuni minori. Un ‘perché’ pienamente giustificatorio probabilmente non ci sarà mai. Sul come, però, è stato possibile farsi un’idea grazie alle numerose testimonianze che – in maniera univoca e concordante

– hanno via via restituito il quadro di una continua ricerca di relazioni da parte di Fiesoli come personalità della politica, della magistratura, della cultura e della comunità scientifica. Dinamiche che, da quanto si evince dal materiale acquisito dalla Commissione, sono il frutto dell’abilità e della capacità carismatica del leader della comunità Rodolfo Fiesoli, paziente ed accurato tessitore di una rete di relazioni e conoscenze eccellenti ciascuna delle quali concorreva, consapevolmente o meno, a un duplice risultato: da un lato conferire maggior credito alla struttura del Forteto nel suo complesso di realtà produttiva, sociale ed economica; dall’altro aprire nuovi orizzonti e nuovi contatti utili a ramificare ulteriormente quella stessa rete.

Nell’opera di convincimento e di plagio del mondo esterno alla comunità, molti sono stati gli strumenti d’ausilio. Libri, articoli di giornale, interviste video, conferenze, convegni: basti pensare che un mese prima dell’arresto, a novembre 2011, lo stesso Fiesoli era a Palazzo Vecchio per partecipare in qualità di relatore a un convegno relativo a TEDxFirenze, evento culturale «votato alla diffusione di idee di valore». Nel 1980 esce un libro (il primo di una quindicina sul Forteto) firmato da Luigi Goffredi (anche se pare che non sia stato scritto esattamente di suo pugno). Si intitola Non fu per caso… ed è un’apologia del Forteto, da cui salta fuori fin dalle prime righe lo spirito di autoreferenzialità e l’intenzione di dipingere la comunità come vittima del sistema. Dall’introduzione della riedizione 2010: «Il libro nacque per il bisogno di darsi una ragione dei fatti dolorosi e sconcertanti cadutici addosso all’inizio dell’esperienza come cooperativa e come comunità (accuse gravissime seguite da un interminabile processo) che ci provocarono una profonda disperazione per l’ingiustizia percepita». Non una parola sul fatto che quelle condanne sono passate in giudicato e diventate definitive, ovviamente. Prosegue l’introduzione: «Novembre 1997: i corsi e ricorsi storici ci propongono da questa data e per molti anni a seguire il rinverdimento di una situazione di fatto persecutoria, con molte affinità con il processo vissuto nei primi anni della Cooperativa. Il tutto parte dal ricorso contro lo Stato italiano presso la Corte europea per i Diritti dell’uomo di Strasburgo, inoltrato da una madre a cui erano stati tolti i figli e sospesa dalla potestà genitoriale per incuria e incapacità di tutela. Il processo di fatto non interessava la Cooperativa ma il modo di operare dello Stato. […] Di fatto sui giornali, nei rapporti della Corte, infine nelle testimonianze e nelle pubbliche esternazioni della madre avvenute addirittura in un programma di grande ascolto sulla televisione pubblica (miracoli e scelte della comunicazione!), venivamo “delegittimati” e fatti apparire come una manica di perversi criminali, processati mediaticamente e indicati impropriamente come imputati del ricorso alla Corte europea». Sulla cosiddetta ‘cultura del chiarimento’, Goffredi cita addirittura la pubblicazione di un sociologo, Giuseppe Ferroni, che «attraverso l’osservazione sistematica della comunità Il Forteto e i comportamenti dei suoi componenti, ha prodotto una ricerca (Forme di cultura e salute psichica. Universo simbolico, ethos, areté e regole di relazione nel mondo del Forteto, Giuseppe Ferroni, Il Mulino, Bologna 1999), incentrata sul concetto che le forme di cultura sono strettamente collegate alla salute psichica di chi le condivide, sottolineando, appunto, che la cultura del chiarimento voluta dai componenti del Forteto mostra di poter produrre recupero da disagi di tipo psicologico-affettivo e benessere psicologico».

Una quindicina i libri usciti sul Forteto tra il 1980 e il 2010, tra cui anche un paio di tesi di laurea e molti testi, questi ultimi a firma di Luigi Goffredi, in cui trova spazio la teorizzazione del modello comunitario del Forteto e in particolare il concetto di ‘famiglia funzionale’. In questo arco temporale sembra che nessuno si ricordi che sia Fiesoli che Goffredi erano stati anche condannati per usurpazione di titolo, spacciandosi per laureati alle Università di Berna e Zurigo.

Improvvisamente si tratta di due esperti del settore, che godono della fiducia di esperti ‘veri’.

Qualche esempio: La strada stretta: storia del Forteto (Il Mulino, 2003) è scritto da Nicola Casanova, dottore di ricerca in filosofia e giornalista pubblicista, e conta sulla prefazione di Franco Cardini, notissimo storico; Il libro dimenticato dalla scuola di Fiesoli-Goffredi (Editore Falco) viene presentato a Palazzo Vecchio nel 2009, mentre la prefazione di Fili e nodi, l’ultima opera di Fiesoli, porta la firma di Antonio Di Pietro. Tra le pubblicazioni anche molti atti di convegni sull’affido familiare, tra cui la proposta di modifica degli artt. 1-5 della legge 184/83, a cura di Luigi Goffredi.

Certo, è del tutto evidente come il consolidamento di un diffuso pregiudizio positivo nei confronti della realtà del Forteto si sia prodotto anche attraverso l’attenzione che – specie dopo le sentenze passate in giudicato – uno spaccato importante del mondo politico soprattutto locale ed altre importanti istituzioni dedicavano a quella realtà.

E’ indubbio che questa situazione è una delle ragioni di tante omissioni che hanno consentito che per così tanti anni accadessero fatti di tale gravità. L’immagine – al limite del leggendario e che le testimonianze ci dicono confliggente con la realtà dei fatti – che ne è scaturita è quella di un Forteto rifugio solido e sicuro in quanto oggetto e soggetto di attenzioni di varia natura e misura da parte – e verso – una pluralità di soggetti che si sentivano rasserenati, in questo rapporto, proprio dall’essere ‘uno tra molti’ rapporti equipollenti. E se poi Fiesoli, in questo contesto, insisteva per garantire a qualcuno la passerella vip, ad altri se occorreva persino voti e tessere, a un’altra personalità ancora un invito a pranzo o a cena, a un altro la spesa gratis in cooperativa quando non lavoretti nelle private abitazioni, tutto ciò pareva rientrare in un quadro di cordialità e di scambio di reciproche cortesie. Ciascuno vedeva il suo singolo innocuo rapporto. Fiesoli, però, intanto, in realtà gettava le fondamenta e costruiva le architravi per un autentico collasso istituzionale, un cortocircuito nella terzietà a cui le istituzioni e i loro rappresentanti sarebbero stati chiamati dal loro ruolo: politici, magistrati, avvocati, professionisti, oltre ai servizi istituzionali e sociali chiamati a vigilare e a tutelare l’integrità dell’affidamento ed il corretto percorso di formazione psichica e sociale del minore. Per fornire un’idea di massima del fenomeno tentiamo di ricostruire dalle testimonianze ascoltate un elenco dei personaggi che, a vario titolo e con differenti modalità, passano al Forteto109: Edoardo Bruno, Piero Fassino, Vittoria Franco, Francesca Chiavacci, Susanna Camusso, Rosi Bindi, Livia Turco, Antonio Di Pietro, Tina Anselmi, Claudio Martini, Riccardo Nencini, Paolo Cocchi, Michele Gesualdi (Presidente Provincia di Firenze), Stefano Tagliaferri (Presidente Comunità Montana del Mugello), Alessandro Bolognesi (Sindaco di Vicchio), Livio Zoli (Sindaco di San Godenzo e Londa), Rolando Mensi (Sindaco di Barberino di Mugello). E poi i magistrati del Tribunale per i Minorenni di Firenze, a cominciare dai presidenti che si sono succeduti (Francesco Scarcella, Piero Tony, Gianfranco Casciano), dal sostituto procuratore Andrea Sodi, i giudici Francesca Ceroni e Antonio Di Matteo e il giudice onorario

Mario Santini. Frequenta Il Forteto Liliana Cecchi, allora presidente dell’Istituto degli Innocenti di Firenze, ma anche molti medici tra cui Roberto Leonetti (responsabile dell’Unità funzionale Salute

Mentale Infanzia-Adolescenza per la zona Mugello). Non mancano i professionisti: volti noti come i giornalisti Rai Betty Barsantini e Sandro Vannucci, ma anche avvocati come Elena Zazzeri, presidente della Camera Minorile di Firenze. Le frequentazioni sono variamente declinate: si va da chi compie un passaggio in vista di prossime elezioni giusto il tempo di qualche stretta di mano con fotografie, a chi scrive prefazioni per le pubblicazioni editoriali che il Forteto realizza per osannare quell’esperienza. C’è poi chi – magari anche solo per territorialità – diviene frequentatore più assiduo; a costoro Fiesoli riserva trattamenti d’amicizia che, se considerati isolatamente come dovevano parere a chi ne era oggetto, sembrerebbero rientrare in pratiche normali: regalare la spesa fatta settimanalmente in cooperativa, far cavalcare gratuitamente uno dei cavalli del maneggio, invitare a pranzo o a cena piuttosto che offrire aiuto per sbrigare qualche lavoretto

109 Dati tratti dalle testimonianze presenti nei Verbali 6 e 7, citt. e in un dossier consegnato dall’Associazione Vittime del Forteto e acquisito agli atti della Commissione nelle private abitazioni, dall’imbiancatura al riassetto del giardino o al trasporto della legna da ardere per il caminetto di sala. Favori utili per facilitare e rinsaldare rapporti, e soprattutto per accreditare di volta in volta la comunità e i suoi leader in un progresso esponenziale a spirale ascendente. Alcuni casi, ricollocati entro una privilegiata visuale panoramica grazie alle numerose testimonianze acquisite dalla Commissione, divengono piuttosto significativi. Eccone uno emblematico tra i molti riferiti alla Commissione:

Commissione: «Lei ha parlato dei lavori […] ecco, vuole essere più preciso: […] come si svolgevano i fatti?

Gianni Anzini: «Faccio un esempio: mi ricordo della volta in cui si doveva andare a risistemarle il giardino, perché si era trasferita nella casa nuova in fondo a via Bolognese. Si andò con Gualtiero, c’erano anche Andrea e altri ragazzi del Forteto, tra cui Fulvio, quello che imbianca, muratore, si andò con il camioncino con il cassone dietro e i materiali si portavano tutti dal Forteto, si arrivava lì dalla mattina alla sera, ci si metteva, lui saliva in vetta agli alberi a potare gli alberi, io decespugliavo, Flavio imbiancava e lì così gli si è rifatta la casa nuova, tutta gratis senza aver mai visto nulla… tutto materiale del Forteto, dalla vernice al decespugliatore alla motosega, tutta la roba che serviva per fare i lavori che andavano fatti, addirittura anche Davide andò a rifargli tutto l’impianto elettrico, perché era tutto da rifare da nuovo, tutto bellino, con le lucine tipo queste, però sopra nascoste… io avrò avuto 15 /16 anni, quindi intorno al 2008».

Gualtiero Cironi: «Insomma, io ho partecipato perché tutti gli anni, per esempio, alla OMISSIS con quel camioncino gli portavo un carico di legna, perché c’aveva il camino. Diciamo… sì, va beh. Lei non ci chiedeva niente, effettivamente, noi eravamo molto legati a questa persona perché per tutta la vicenda giudiziaria prima degli ultimi fatti lei si era impegnata come tutrice e come avvocato nella tutela dei ragazzi per quanto riguarda.. però chiaramente io personalmente, per quanto ne sappia io, compensi non ne ha mai presi […].

Comunque io personalmente mi sentivo un po’ in dovere di dover fare questo, poi c’era talmente un’abitudine di fare queste cose alle persone che in qualche modo ci aiutavano sotto vari aspetti.. come quella di.. per esempio alla fine dell’anno a tutte le persone che c’erano più vicine si facevano dei cesti regalo, insomma il Forteto è famoso per la qualità dei cesti, in qualche modo. Non so se.. diciamo che io avevo uno spirito abbastanza altruista, però queste cose qui erano abbastanza frequenti, ecco». La circostanza è parzialmente confermata dal Presidente della Cooperativa Il Forteto Stefano Pezzati, che a domanda diretta della Commissione risponde: «Sì, perché mi ricordo che l’avvocato OMISSIS cambiò casa e ebbe bisogno di qualche lavoro: comprava la legna da noi, per esempio, e gli si portava lì. Credo che qualcuno a titolo personale sia andato a fare queste cose, insomma»110. Le testimonianze acquisite dalla Commissione riportano il recedere dalle rispettive responsabilità nelle persone che dovevano controllare e che invece, forse con eccessiva leggerezza, accettavano regali (fossero anche semplici forme di formaggio) o comunque accettavano un rapporto amichevole con i membri della comunità facendo scendere in secondo piano le loro responsabilità. E che negli ambienti giudiziari frequentare Il Forteto fosse cosa consueta lo lasciano capire le parole del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni Massimo Floquet: «Ricordo anche che una volta mi invitarono al Forteto, dove andavano anche degli altri colleghi non solo del Tribunale e io non andai, ma vi dico in perfetta buona fede che fu solo perché, essendo romano, il sabato sera tornavo a Roma»111. Tale pratica non risulta affatto strana a Floquet che, giunto a Firenze dopo una lunga esperienza nella capitale, racconta: «Nella realtà romana andavo da Padre Gaetano, che era il cappellano di Casal del Marmo, aveva una casa famiglia con ragazzi condannati anche da noi magistrati e andavamo lì per recuperare il contatto con i ragazzi»112. La contiguità fra Tribunale per i Minorenni di Firenze (ma non solo) e Forteto è ribadita poi, una volta di più, dall’ex Responsabile dell’Unità Funzionale per la Salute Mentale di Infanzia e Adolescenza della Asl 10 per la zona Mugello Marino Marunti che alla Commissione ha raccontato: «Quando sono arrivato al Forteto (era il 1998, ndr) conoscevo la situazione del Forteto […] e mi aveva colpito il fatto che ci fosse una sentenza su una struttura come Il Forteto […]. Però poi mi lasciò ancora più perplesso il fatto che ci fosse stata una presa di posizione di una certa parte culturale di Firenze che cominciò a dire “sì, la sentenza c’è stata, però è stato un errore di interpretazione, perché ci sono state malelingue, ci sono state famiglie invidiose, ci sono state persone che ne hanno fatto un discorso economico, sono invidiose di noi, noi siamo una struttura che funziona bene, non ci hanno capito, questi sono tutti quelli che hanno un modello retrivo di cultura legata alla famiglia, noi siamo una situazione…” e hanno trovato il sostegno, compreso il Tribunale dei Minori. Voglio dire, Giampaolo Meucci, senza fare nomi, era uno che era chiaramente pro Forteto, tutta una parte di quel giro, no? Ci sono altri all’epoca. E allora praticamente questa levata di scudi nei confronti di questa struttura ha permesso poi, stranamente a mio avviso, che rimanessero anche i minori […] tant’è che il Tribunale decise comunque di continuare a dare loro gli affidi»113. Questi non sono che alcuni dei molti esempi riportati dalle testimonianze escusse durante le audizioni. E’ possibile che nessuno di costoro si sia mai accorto di modi e stili di vita praticati al Forteto, così come li abbiamo desunti dalle testimonianze udite durante i nostri lavori? Forse sì, è possibile. Lo è grazie alla sapienza carismatica di Rodolfo Fiesoli: «Il discorso – racconta Mario Melani114 – era che Rodolfo spiegava sempre, per esempio, il discorso della coppia, di dormire separati.. motivava questo fatto con il fatto che i bambini che arrivavano da una situazione familiare drastica, drammatica vivevano il conflitto genitoriale, nel senso che il bambino era geloso del babbo e della mamma che dormivano insieme, quindi lui dava le motivazioni dicendo che creando il bambino che andava a dormire solo con il babbo, oppure solo con la mamma l’attenzione era rivolta solo al bambino, questa è la spiegazione. […] Un’altra spiegazione, per esempio, se succedevano episodi in qualche modo improvvisi, perché a volte poteva succedere che volassero schiaffi, oppure che ci fosse un vociare, comunque il Fiesoli riusciva sempre in qualche modo a riportarli… a trasformarli e a dire “vedi? Si sente bischero! Vedi? Torna quello che dico io, la dinamica è quella lì, lui si arrabbia perché ha un passato brutto” etc. etc., però non ho mai visto il Sodi (il riferimento è al sostituto procuratore del Tribunale per i Minorenni di Firenze Andrea Sodi, ndr) andare da quella persona a chiedergli “ma come mai stai facendo così?”, questo non l’ha mai fatto. Addirittura quando ci fu il discorso di Strasburgo (il riferimento è al procedimento che nel 2000 porta alla condanna dell’Italia da parte della Corte europea per i diritti dell’uomo in relazione all’affidamento al Forteto di due bambini, cit., ndr) ero in camera con Rodolfo, perché era il periodo in cui ancora avevo il legame con Fiesoli e Sodi c’era già, era presente al Forteto con il discorso di Strasburgo e in camera di Rodolfo, dove si stava parlando, Rodolfo mi disse “diglielo al Sodi che ci vogliono fare il culo, questi qui di Strasburgo!” e io al Sodi per tutta risposta gli dissi “più che altro non mi sembra giusto che noi giovani, che non abbiamo fatto niente, si debba pagare per quello che hanno fatto loro”, riferito a Rodolfo, a Goffredi o agli adulti, in qualche modo. Però il Sodi non è che mi sembrava che mettesse niente in dubbio, non è che…». Viene riferito che anche con il giudice minorile Antonio Di Matteo Fiesoli intrattenesse un rapporto assiduo, stretto, duraturo. Tanto da recarsi da lui in visita una volta che il giudice si era trasferito a Salerno. Lo racconta Saverio Praticò: «Mentre Rodolfo stava andando a trovare un giudice che si era trasferito da Firenze a Salerno si portò questi due ragazzini in viaggio e nell’hotel fece quello che doveva fare.. il nome non lo volevo dire: giudice Di Matteo»115. Chi fosse a tirare le fila di tutta questa rete di relazioni lo afferma con chiarezza Piero Zavattini: «Di Matteo Antonio, sì, finché non è stato trasferito giù a Salerno, perché mi sembra sia stato trasferito a Salerno, ma non lo so per certo, frequentava spesso il Forteto.. vuol dire venire a cena e a pranzo, stare lì a chiacchiera con Rodolfo […] perché poi le amicizie erano di molto circoscritte tra.. non è che le persone che stanno… creino un rapporto, eh, il rapporto poi lo porta avanti il Fiesoli»116.

Ma c’è anche un altro espediente: ai personaggi illustri di passaggio più o meno frequentemente al

Forteto veniva mostrata la realtà fatata delle ‘sacre stanze’ allestite ad hoc per le visite esterne, di posaterie d’argento e applausi sorridenti a salutare la partenza dell’ospite, di ragazzi che un’occhiata di Rodolfo Fiesoli faceva precipitare dinanzi al tavolo dei leader per raccontare percorsi di recupero spirituale ed emotivo mai effettuati rispetto ad abusi spesso mai subiti. Il Forteto? In quei resoconti era un Eden. Lo ha spiegato efficacemente davanti alla Commissione Saverio Praticò: «C’è un sistema in cui si prende in giro sistematicamente il potente di turno che serve, che sia bianco, rosso o turchino, perché al Forteto ci passano tutti e l’approccio è che si prendono su, entrano nelle sacre stanze, che sono locali con degli affreschi tipo questi, un po’ più piccoli, si dà loro il primo assaggio, sono luoghi in cui i ragazzi non possono entrare, perché farebbero disordine. Dalle sacre stanze si esce quando già stanno pranzando, per capire i particolari: il gruppo sta pranzando, si sale su quando il pranzo è quasi alla fine, vanno via a lavorare quasi tutti, rimangono i fedelissimi, Rodolfo si mette al tavolo con la credenza con l’argenteria, con dietro il tavolo speciale per queste occasioni dove c’è l’argenteria apposita, queste persone non fanno la fila come gli altri per servirsi, perché lì c’è una sorta di self service, ma con il carrellino viene loro portato il massimo delle prelibatezze, rimangono a sedere quei cinque o sei fedelissimi […]. Questo è quello che succede, di modo che vengano chiamati in partita da Rodolfo a comando con lo sguardo quando ne ha bisogno, perché Rodolfo […] è abile e furbo, sarà un millantatore, però queste persone gli fanno il resto del lavoro, c’è il violinista che poi gli fa la sviolinata […]. Ah, prima che tutto il grosso esca gli viene fatto sistematicamente l’applauso: gli viene l’applauso, prima di andare via, perché c’è proprio un sistema […]. In quel contesto lì gli viene presentato il famoso paradiso di cui si dice sempre, non è che gli si va a parlare di persone schiavizzate: […] ci sono cascati tutti […]»117. In buona sostanza, l’attitudine al plagio di Fiesoli stendeva le sue spire dal particolare (le persone all’interno della comunità) al generale (istituzioni e loro rappresentanti). In vista delle elezioni amministrative del 1995 venne fatta un’apposita riunione tra i ragazzi che si trovavano a votare per la prima volta con lo scopo di indirizzare la loro espressione una volta al seggio: «Il Forteto tendenzialmente è di sinistra, si votava a sinistra, il Partito Democratico probabilmente […] si doveva votare a sinistra, mi ricordo che ci fu proprio tutta una situazione, ci spiegò per chi votare e come votare, perché c’aveva i nominativi: insomma, era una cosa parecchio mirata […] tendeva…

a.. il voto era una cosa mirata, anche perché il potere del Forteto era un discorso soprattutto territoriale e in Toscana, soprattutto a Firenze, era la sinistra […] Il Forteto aveva bisogno di tantissimi appoggi e l’appoggio vero politico era quello: è come quando si fecero le tessere dei partiti e s’era tutti di sinistra, tutti! […] mi ricordo che successe che c’erano movimenti nella politica, insomma la sinistra poteva vincere, aveva più movimento e allora fu deciso che tutti i grandi, quasi tutti, il 70/80%, facessero la tessera, naturalmente tutti di sinistra. Poi ci fu la scissione e furono divise le tessere un po’ in qua e in là […] Avevamo anche dei ritorni: i permessi che magari venivano accettati con più facilità, permessi edilizi etc. etc., c’erano anche dei vantaggi al Forteto. Naturalmente gratis non si fa nulla per nulla […] amicizie politiche, giudiziarie, amicizie di tutti i tipi […] bisognava avere amici da tutte le parti»118. Fiesoli assicurava così al Forteto il radicamento e il peso sul governo del territorio: «Quando si andava a Vicchio con le deleghe nella sezione a fare le riunioni si aveva una delega di 30/40/50 persone e il voto contava. Quando veniva il politico a vedere veniva al Forteto, perché magari faceva il 10% di tre serate del paese, era una cosa importante»119. Forse anche perciò, dissentire non era gradito: «Gli dissi “io comunque non voto così, non sono d’accordo”, è anche vero che il mio babbo all’epoca votava per il Movimento Sociale e io gli dissi “io voto destra, sono di destra e voto destra”. Mi ricordo che Ceccherini si arrabbiò parecchio, la sera a fissare.. si doveva chiacchierare del perché io dovevo votare a destra e dovevo essere quello diverso, qua e là, però il giorno dopo si arrivò alle elezioni… naturalmente mi convinsero a votare per la sinistra, perché a una certa ora ero stanco: dopo due o tre ore che parli… “va bene, voto a sinistra”, poi tanto nella cabina elettorale ci sono io e basta, andai nella cabina, feci l’errore di votare per la destra, mi ricordo che tornai a desinare e, mentre stavo passando dietro al Ceccherini, mi batte sulla spalla “ lo sai per chi *** votato? Per la destra”, per Fini all’epoca e poi è successo un casino»120.

Non era gradito neppure il dissenso collettivo, per dir così, come dimostra il caso di Dicomano raccontato in parte da Piero Zavattini: «A Dicomano c’era più scontro, un po’ perché quelli del paese erano un po’ contrari al Forteto, soprattutto per il discorso di OMISSIS121 fecero il comitato.

A Dicomano, soprattutto dopo l’arrivo di OMISSIS, la mamma creò quel comitato grazie al negozio di Maxim: creò un comitato a Dicomano e si mise contro Il Forteto e Il Forteto che fece? Levò tutte le sostanze a Dicomano e tutto quello che aveva a Dicomano lo spostò a Vicchio. A Vicchio erano tutti contenti, perché oltre a prendere la gente di Vicchio a lavorare al Forteto (anche per quanto riguarda gli avventizi si faceva una media di 20 persone all’anno e non sono poche) anche per il Sindaco era un vanto, questa cosa qui»122. Prosegue Saverio Praticò: «Ci fu una sorta di embargo nei confronti di Dicomano da parte del Forteto, perché Dicomano raccolse le firme dell’intero paese che si rifiutava che queste due bambine venissero tolte dalla nonna, perché non ce ne era motivo e quindi tutto il paese firmò […]. Al Forteto ci fu l’embargo contro Dicomano e nessuno a tutt’oggi va a fare la spesa a Dicomano, ecco.. […] negozio o qualsiasi attività non poteva essere frequentata dai membri del Forteto»123. La circostanza è confermata da un’ex insegnante proprio di Dicomano, Augusta Gaiarin, che ha voluto affidare alla Commissione una sua memoria scritta. La signora, successivamente ascoltata dalla Commissione, riferisce: «15/20 anni fa, portano via due bambine, due sorelline da una nonna in maniera molto brutale. Mi telefonano e mi dicono “guarda, c’è il palazzo tutto circondato, ci sono i Carabinieri, c’è la Misericordia, c’è…” Mentre mi telefonavano queste bambine erano già state portate via: premetto che avevano un ambiente familiare della mamma e del suo compagno disastroso, per cui hanno fatto bene a allontanarle, la nonna le seguiva con affetto, però hanno pensato che fosse bene. Il modo è stato brutale e allora il giorno dopo ho scritto una lettera al Sindaco come responsabile di tutto ciò che accade nel suo territorio e ai suoi cittadini, perché la nonna era sua cittadina, questa lettera l’ho mandata al Forteto per conoscenza e poi non mi ricordo se l’ho mandata anche a Treviso, dove era appena nato un comitato sulla difesa dei bambini. […] Un giorno vengo chiamata dal Sindaco senza dirmi chi era o chi non era, dice “c’è una persona che ti vuol vedere”, “va bene”. Entro nel suo ufficio e vedo il Presidente Fiesoli, ho detto “veramente tu me lo potevi anche dire che era lui, perché io con lui non ho proprio niente da dire, cioè non ho… se vuole mi risponda”, “no, si sieda, via!” e insomma blandamente mi ha detto che avrei fatto del male alla Fondazione e all’Associazione, che questo non era il modo, che avremmo rimesso tutto a posto, che le voci dovevano un attimino… sì, sì, sì, che tutto poteva essere attenuato, che… “dai, la ritiri”, “no – dico – io non ritiro nemmeno una virgola: anzi, le aggiungo dell’altro, se mi vuole ascoltare!”. Insomma, lui si è… non dico arrabbiato, ma si è alterato, io mi sono alterata e lui mi ha detto “guardi, sarà responsabile del danno che avremo. Dai, mi dia la mano, cerchiamo di essere alleati, più che…”, ho detto “io non le do proprio niente, perché resto nella mia posizione e lei resti pure nella sua! Tra me e lei ora non c’è più dialogo!”, sicché andò via borbottando. La reazione è stata piuttosto grave: […]. Hanno portato via tutti i bambini dalla scuola di Dicomano e li hanno… io la chiamo una deportazione: li hanno portati tutti a Vicchio senza tener conto ormai delle amicizie e delle… perché penso che ogni genitore stia attento, prima di fare… Li hanno portati via, va beh, e poi hanno dato ordine a qualsiasi membro del Forteto di non spendere più nemmeno un centesimo e di non camminare nemmeno per le strade di Dicomano, quindi hanno creato un certo… sì, a qualcuno hanno creato proprio un disagio»124. Su questi fatti, la Commissione ha formulato un quesito puntuale ai presidenti dell’Associazione, della Fondazione e della Cooperativa Il Forteto sentiti in audizione. Ha risposto il Presidente della Cooperativa Stefano Pezzati, declinando la domanda in questi termini:

«Io questa qui la tralascerei, non tanto perché sia oggetto dell’inchiesta (il riferimento è all’inchiesta della magistratura, ndr), ma perché ci potrebbe entrare e quindi…»125 . Per altro, durante la medesima audizione, i tre presidenti hanno definito come «apartitico e aconfessionale» ciascuno il proprio organismo di pertinenza.

Ma se Il Forteto aveva bisogno di amicizie ramificate, per ‘gli amici del Forteto’ era così opportuna questa pratica? Secondo la presidente del Tribunale per i Minorenni di Firenze Laura Laera no: «Io posso dire quello che ho intenzione di fare io e come mi comporto io: io non ho nessuna intenzione di frequentare nessuna comunità»126, ha asserito durante l’audizione in Commissione.

«In generale – ha aggiunto– troppa contiguità con le comunità e con i servizi sociali secondo me è sbagliata […] Credo che il giudice in questa sua funzione di garanzia debba mantenersi in una posizione appunto di garanzia»127. La stessa presidente Laera ci ha testimoniato di quanto simili condotte abbiano contribuito nel tempo a un evidente allargamento nelle maglie dei controlli: «Quella che mi sembra essere un po’ carente in relazione a queste procedure è la valutazione dell’idoneità delle coppie […] Non ho visto agli atti dei fascicoli che ho visionato io delle valutazioni approfondite delle coppie o pseudo coppie che sono state proposte dai servizi come coppie affidatarie o come persone affidatarie»128, ha riferito il magistrato rendendo conto di dossier poco documentati e relazioni dei servizi sociali scarne e molto diradate nel tempo tra le carenze subito evidenti nella generalità dei casi.

Abusi sessuali, violenze fisiche: tutto terribile. Tuttavia, dalle audizioni effettuate abbiamo riportato la sensazione netta che per i minori all’interno del Forteto il disagio più profondo, il dolore più grande in questa assurda classifica dell’orrore derivasse da un sistema che negava loro di sviluppare, coltivare e vivere liberamente i propri sentimenti: verso la famiglia d’origine, con cui si recide ogni contatto e spesso persino i rarissimi figli naturali che esistono all’interno del Forteto vengono tolti alle loro madri ed affidati ad altri; verso un compagno o una compagna, con il sostanziale divieto ad intrattenere relazioni eterosessuali; verso un amico, laddove tutti facevano la spia su tutto e tutti al leader Rodolfo Fiesoli; persino verso i genitori affidatari, visto che capitava che questi potessero essere sostituiti e dato che comunque i doveri genitoriali erano affidati di fatto alla comunità. In questa maniera, impedendo una normale circolazione ‘orizzontale’ dei sentimenti tra i membri della comunità, l’esito naturale era che il solo sentimento possibile si concentrasse verso il capo. In buona sostanza, la rarefazione dei legami affettivi lasciava aperta un’unica via di compensazione: Rodolfo Fiesoli, che dal canto suo si dimostrava sempre pronto a stabilire con le persone un rapporto diretto. Per lui, forte di questo rapporto esclusivo che gli assicurava di esercitare un controllo costante e crescente su bambini e ragazzi che provenivano da situazioni complesse e avevano il bisogno di sentirsi importanti per qualcuno, era facile, passo dopo passo, ottenere tutto quello che desiderava. Chi, nonostante tutto, riusciva a sottrarsi, invece che rabbia per le molestie ricevute provava uno schiacciante senso di colpa per aver detto no. Naturalmente questo senso di colpa veniva amplificato dall’atteggiamento della comunità che

– dietro il velo dell’omertà, dell’ignoranza o comunque vittima di plagio adulti compresi – accettava e giustificava gli approcci sessuali di Fiesoli nei confronti dei ragazzi e arrivava addirittura a definirli una terapia.

Chi invece non riusciva a sottrarsi – pur essendo eterosessuale e avendo, una volta uscito dal Forteto, formato una propria famiglia diventando padre – inizia a provare rabbia verso Fiesoli quando scopre che il Profeta fa le stesse cose anche con altri ragazzi, consapevolezza che fa venir meno il carattere di esclusività del rapporto che Fiesoli dà ad intendere a ciascuno. Per amplificare il proprio potere di plasmare la vita comunitaria sulle sue regole malate, Fiesoli aveva la necessità di ridurre tutti i componenti della comunità ad autentiche monadi, unità isolate tra loro. E’ il paradosso: monadi all’interno di una comunità. Ovvio, in questo contesto, che quanti erano regolarmente sposati finissero presto per vivere separati. Ovvio, in questo contesto, che si elabori l’utile concetto di famiglia funzionale, che funzionale lo è davvero ma non certo alla crescita del fanciullo, bensì al bisogno di controllo che Fiesoli – con l’aiuto dei suoi fedelissimi – esercitava sulle coscienze e sulle persone. Ma è comprensibile: una coppia, un vero nucleo familiare, racchiudono in sé – proprio in quanto tali – una forza dirompente, ben maggiore della somma dei valori assoluti delle persone che lo compongono. È una forza che lega le persone, che spinge a prendersi cura dei propri cari, che crea uno spazio riservato inaccessibile agli altri… tutte qualità che Fiesoli avvertiva come una minaccia, un ostacolo all’esercizio indiscriminato del suo controllo delle persone, un fattore potenzialmente disgregante di quella comunità – Il Forteto – creata per essere un totem alla sua personalità incrinata.

Da qui l’esigenza di bollare come sbagliati i rapporti eterosessuali che porterebbero alla creazioni di relazioni e quindi al formarsi di coppie, da qui l’esigenza di spersonalizzare i singoli individui fino a ridurli a monadi, in un percorso che pare intrinsecamente contraddittorio ma che è invece altamente straniante; monadi stordite dal lavoro, confuse rispetto al proprio passato, confuse sulla propria identità sessuale, incerte su ciò che esisteva fuori come sui loro desideri. Unità scisse dagli altri e da sé, prive della minima possibilità di essere materialmente indipendenti, agevolmente condizionabili e gestibili. Chi non ci stava doveva andarsene. Da solo, così come di fatto da soli si viveva dentro la comunità. Finché la seconda generazione – cioè ragazzi arrivati al Forteto in affidamento e a cui, una volta cresciuti, sono stati affidati altri bambini sfortunati, molto più condizionabili e per i quali è meno semplice che si creino le condizioni per rientrare nelle famiglie d’origine – ha seguito la natura. Finché la seconda generazione ha scelto di comportarsi umanamente. Finché questi giovani cresciuti in un contesto di distorsione e devianza hanno sviluppato un affetto reale, sano e autentico verso una compagna o un compagno, verso un fratello, o più spesso verso i bambini avuti in affido decidendo di difenderli; anche contro tutto il Forteto, ovvero verso il mondo. Tutto il loro mondo. Con la forza del loro amore, questi ragazzi hanno spezzato il circuito chiuso innescato dal Profeta Fiesoli e da coloro che erano definiti i suoi ‘discepoli’. Così si è riaffacciato il desiderio di costruire affetti, di concedersi una vita sessuale e lavorativa secondo le proprie inclinazioni, la voglia di decidere della propria vita da protagonisti, da persone libere. L’orrore che ci hanno raccontato è stato reso possibile anche dalla negazione di un naturale scorrere di sentimenti e affetti tra simili; allo stesso modo, la necessità prepotente di vivere da persone libere una vita affettivamente piena ed appagante ha spazzato via il sistema-Forteto che Fiesoli e le sue sentinelle avevano costruito.

  1. La Regione Toscana e Il Forteto

E’ fuor di dubbio che Il Forteto in tutte le sue declinazioni – Cooperativa, Fondazione, Associazione

– abbia goduto negli anni di grande credito presso la Regione Toscana che ha accolto con continuità richieste di contributi. Se per la Cooperativa si acquisisce patrimonio rurale da concederle poi in affitto, si rilasciano (gratuitamente) concessioni idriche per uso irriguo e altre attribuzioni, la Fondazione ottiene dalla Regione Toscana il riconoscimento della personalità giudirica con decreto del Presidente della Giunta n. 3185 del 9.06.2000, ed è inoltre iscritta al Registro regionale del volontariato con decreto della Provincia di Firenze n. 4332 del 2.11.2004. Nel decreto n. 2702 del 24 maggio 2010, la giunta regionale afferma che «la Fondazione Il Forteto è un’onlus […] le cui attività, come risultanti dallo statuto, sono coerenti con le finalità istituzionali della Regione e funzionali agli obiettivi della programmazione regionale in materia sociale». Dalle audizioni è emerso che in almeno un caso rappresentanti della Cooperativa Il Forteto – i cui prodotti rappresentano un’eccellenza tra le produzioni tipiche locali – insieme a loro omologhi di altre realtà produttive toscane hanno preso parte a viaggi all’estero entro delegazioni della

Regione Toscana. Nel caso specifico si trattava di un viaggio in Australia organizzato da Toscana

Promozione al seguito dell’allora governatore Claudio Martini, e durante il quale i testimoni affermano di essere stati – come di prassi accade in simili circostanze per tutti i componenti delle delegazioni – ospiti della Regione e di aver sostenuto unicamente le spese di viaggio129.

Nel 2000, da un’interrogazione130 dei consiglieri regionali Franco Banchi (Cdu) e Pieraldo Ciucchi (Psi) e dalla relativa risposta dell’allora vicepresidente della giunta toscana Angelo Passaleva (con delega tra l’altro proprio a Politiche sociali, Coordinamento interventi in materia di infanzia, gioventù e famiglie) si apprende che presso la sede della Fondazione è stato attivato un Centro Affidi. Dinanzi a simili concrete attestazioni di stima e fiducia, che agli associati del Forteto si affidino minori con certa disinvoltura per qualche verso non stupisce: è una catena di credibilità in cui ogni anello accresce, giustifica e legittima l’altro. Attraverso la rete di relazioni significative (millantate o no) messa assieme dal Fiesoli si alimenta il mito del Forteto. Eppure quale fosse il contesto di vita nella comunità si sapeva.

6.1 Era il 1980: accadde in aula

Era il 1980. Il 28 ottobre in Consiglio regionale si parla del Forteto. All’ordine del giorno sono iscritte due interrogazioni del Consigliere regionale della Democrazia Cristiana Rinaldo Innaco (Sull’esperienza di vita della Cooperativa Agricola Il Forteto di Barberino di Mugello e Sulla costruzione di alcune stalle su terreni di proprietà della SAS Azienda Agricola di Bovecchio) nonché la proposta di delibera n. 64 (Acquisizione al patrimonio indisponibile della Regione di un complesso immobiliare di proprietà dell’Azienda agricola di Bovecchio, Barberino di Mugello). E’ il tempo del primo procedimento giudiziario contro Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi, quello che porterà alla sentenza di condanna del 1985. Già il giudice istruttore si era parzialmente pronunciato, ma la prima sentenza era attesa da lì a pochi giorni. La proposta di delibera sostanzialmente definisce l’acquisizione di patrimonio da parte della Regione (l’area della SAS

Sparavigna di Bovecchio) da assegnare poi in affitto al Forteto. Dai banchi dell’opposizione – in particolare da parte dei consiglieri Rinaldo Innaco, Piergiorgio Franci e Piero Pizzi, tutti della Democrazia Cristiana – si solleva innanzitutto la questione amministrativa: gli uffici della Regione

Toscana, infatti, avevano stimato quei terreni per 280milioni di lire. L’accordo di acquisizione da parte della Regione, però, è per 310milioni di lire. La spiegazione è fornita dalla stessa giunta nella delibera, in cui si spiega che gli uffici regionali abitualmente sottostimano gli immobili che valutano131. Contestando questo meccanismo, il consigliere regionale Camillo Andreoni (MSI) afferma: «E’ evidente lo sforzo di giustificare con un apparente fine istituzionale della Regione quello che è in sostanza un fine diverso, e cioè un intervento assistenziale indiretto a favore della Cooperativa agricola Il Forteto»132. E ancora: «Si vuole aiutare a tutti i costi la Cooperativa o Comunità Il Forteto, e questo è il fine ultimo, il fine supremo, per raggiungere il quale non bisogna guardare tanto per il sottile»133.

Durante la stessa seduta, il consigliere Rino Fioravanti (Pci) illustra la delibera per acquisire il terreno in questione, spiegando tutti i vantaggi dell’operazione e assumendo una posizione garantista nei confronti di Fiesoli e di altri dirigenti del Forteto sotto accusa già allora per gravi reati alla persona. Sulla questione prendono la parola diversi consiglieri. Il primo è Piergiorgio Franci (Dc), che dichiara apertamente che tutti sanno qual è il motivo vero che spinge la Regione a questa operazione e che «Non esistono, a questo momento, valutazioni tecniche o economico-gestionali che confortino la validità dell’acquisizione che si sta per compiere […] Poiché non è in alcun modo dimostrabile che l’operazione è rivolta al perseguimento del bene comune, qual è la ragione vera?» La parola torna al consigliere Innaco, che nomina subito Il Forteto, «le due cose sono strettissimamente e indissolubilmente collegate e fuse tra loro»134, dichiara. «Una vicenda intricata e controversa che ha implicazioni giuridiche ancora da sciogliere – mancano ancora 5 anni alla sentenza definitiva, ndr – e prospettive ancora aperte, che potrebbero dare a tutta la vicenda sbocchi gravi e imprevedibili»135.

Ma a quanto pare il Forteto preme parecchio, perché «c’è stato un atteggiamento sostanzialmente di cedevolezza verso il membri della Cooperativa Il Forteto, asfissianti nelle loro sollecitazioni, come ciascuno di noi può constatare, di obliquità e ambiguità nei confronti di alcuni genitori che venivano così per poco ammorbiditi, di ipocrisia nei confronti dell’istituzione che rappresentiamo perché la decisione a livello politico era già presa da tempo»136. Si parla già apertamente di comunità con fini sociali in alternativa ad altre istituzioni presenti nella società. Se non bastasse Innaco fa riferimento alla violenza psicologica e al plagio: «La violenza, che consiste nell’inculcare pretesi principi etici e morali senza il minimo rispetto dell’altrui personalità e dell’altrui diritto di autodeterminarsi in ogni scelta e segnatamente in quelle sessuali. […] qui si costringono numerose persone, maggiori e minori di età, a tollerare e praticare il regime di vita da loro imposto nella Cooperativa e caratterizzato da promiscuità assoluta fra persone dello stesso sesso, pratica dell’omosessualità […] autocritica per colpe mai commesse, divieto assoluto di rapporti eterosessuali anche tra marito e moglie, divieto di contatti con le famiglie di origine, ostilità nei confronti delle stesse, da manifestarsi anche con violenza fisica […] pratiche umilianti segnatamente attuate ai danni di soggetti in stato di turbamento o comunque psicolabili o addirittura menomati patologicamente in senso psichico e fisico»137. Dalle parole dello stesso Innaco emerge che già nel 1980 i genitori dei ragazzi affidati al Forteto scrivevano lettere ai giornali gridando allarme. «E non si dica che certe cose e fatti di questa Cooperativa non sono sufficientemente conosciuti dai rappresentanti delle forze politiche», conclude Innaco.

A questo punto interviene il consigliere socialista Paolo Benelli, per dire che «la delibera che stiamo per approvare ha per oggetto un problema che si inserisce a pieno titolo nelle linee di politica agricola della Regione […] Noi siamo qui a svolgere il nostro ruolo e non possiamo addensare o angosciare il nostro ruolo con compiti di gestione o di valutazione diretta che non attengono alla visione dell’impalcatura istituzionale che abbiamo voluto costruire; noi abbiamo dei referenti che sono gli Enti locali della zona, che hanno la responsabilità della gestione di questo patrimonio che viene a loro consegnato con questa delibera e che certamente si troveranno di fronte al problema dell’affidamento eventuale in affitto alla Cooperativa Il Forteto. Io sono convinto che questa struttura è un dramma per alcune famiglie, ma io, come ciascun operatore politico che non è un operatore socio-sanitario, non è un tecnico di psicanalisi, di reinserimento degli handicappati, io mi devo affidare a chi, a partire dal Tribunale dei minori, ha preso certe delibere, certi affidamenti»138. Poi fa riferimento a prestigiosi pedagogisti e psichiatri che credono nel ‘metodo Forteto’, tra cui il dottor Giovanni del Poggetto139, allora primario di psichiatria

  • Giovanni Del Poggetto, specialista in malattie nervose e mentali. Psicoterapeuta, è stato primario della Terza U.O.

 Psichiatria Azienda Usl 2 Lucca. E’ stato iniziatore e promotore dell’affido etero familiare di disabili psichici. Attualmente insegna alla SCHESIS, scuola umanistico scientifica per la salute mentale, istituita da Regione Toscana, Asl Lucca.

La seduta è molto movimentata e Benelli viene interrotto più volte da interventi del pubblico presente in aula. Alla fine il Consiglio regionale approva l’acquisizione del terreno.

Dalla parte più squisitamente amministrativa, il dibattito dunque scivola su usi, costumi e stili di vita praticati al Forteto. Il consigliere Innaco li definisce «esperienza ideologizzata e camuffata da valori e pretese etiche civili» ritenendo che «vada interrotta e non sostenuta da un pubblico potere qual è la Regione»140. L’interrogazione dell’esponente della Democrazia Cristiana pone domande circa «la pesantissima tensione che caratterizza i rapporti tra i figli residenti nel Forteto e i loro genitori, al numero di minorenni e portatori di handicap affidati ai membri del Forteto” e via dicendo sulla condizioni dei bimbi dati in affidamento»141. L’assessore regionale Giorgio Vestri risponde che in merito al Forteto ha già relazionato l’assessore all’agricoltura, in nome e per conto di tutta la giunta142. Poi aggiunge che «la Cooperativa, in quanto tale, non è una struttura socio-assistenziale. Nella maggior parte dei casi l’affidamento non è avvenuto alla struttura, ma più correttamente a famiglie facenti parte della Cooperativa. Le norma applicabili sono quindi quelle relative alle case-famiglia […] in alcuni casi i minori sono stati direttamente affidati dal Tribunale dei minorenni, e tale fatto, al di là delle valutazioni di merito, costituisce garanzia quanto meno indiretta che non sono state violate leggi»143. I controlli, poi, non sono affare della Regione, ma «spettano all’amministrazione comunale»144. Sempre il consigliere Innaco pone all’attenzione della Giunta un’altra questione: il Forteto avrebbe costruito abusivamente due stalle su un terreno non suo, pensando che poi lo avrebbe comprato la Regione e glielo avrebbe rivenduto. Una volta scoperto che non le aveva costruite nel posto giusto (erano su un lotto di terreno che la Regione non aveva intenzione di acquisire), le avrebbe demolite e ricostruite sul terreno ‘giusto’, quello che la Regione aveva intenzione di comprare.

Ma ciò che Innaco contesta, tra le altre cose, è proprio il «credito morale che la Regione senza averne intenzione potrebbe indirettamente addurre a questa Cooperativa, e sarebbe un altro modo di interferire dall’esterno su ciò che il giudice dovrà pronunciare tra pochi giorni»145. La sua valutazione è questa: «Non ci troviamo di fronte a una Cooperativa agricola, ma purtroppo a una macchina guidata da due o tre cosiddetti capi che sta macinando le intelligenze, uniformando le volontà, strumentalizzando persone umane che ha ridotto a un coacerbo collettivo, a una massa mobile manovrata, che si entusiasma o si autoproclama colpevole a seconde delle direttive da seguire o da conseguire»146. Innaco si fa uno scrupolo: «Dobbiamo almeno evitare che qualcuno possa dire a noi, come ha scritto il Giudice Istruttore sull’operato di alcuni enti (cito tra virgolette): “Poiché gli imputati adducono a loro difesa l’affidamento di minori o di psicolabili da parte del

Tribunale per i minori e di vari Consorzi sociosanitari, questo giudice istruttore non può non rilevare, così come del resto hanno fatto i periti psichiatrici, la leggerezza con cui sono stati effettuati tali affidamenti, senza adeguata informativa e successivi controlli”». Era il 28 ottobre 1980.

6.2 Dagli Anni ’90 a dopo il 2000: accadeva alla Asl 10

Tra i principali enti erogatori di servizi del Sistema Sanitario Regionale, le Aziende sanitarie locali (Asl) possono a buon titolo considerarsi parte integrante e attiva dell’ente-Regione. E’ la fine degli Anni ’90 quando la Asl 10 di Firenze assegna alla zona del Mugello due nuovi responsabili per le Unità Funzionali per la Salute Mentale degli Adulti e per la Salute Mentale di Infanzia e Adolescenza; si tratta, rispettivamente, dei dottori Massimo De Berardinis e Marino Marunti, entrambi ascoltati in audizione dalla Commissione nella seduta del 22 novembre 2012. Le loro dichiarazioni rivelano quante perplessità – assolutamente non recondite – riscuotesse Il Forteto agli occhi degli addetti ai lavori e quanto queste venissero osteggiate quando non esplicitamente contrastate. De Berardinis arriva in Mugello nel 1997: «Quando sono arrivato questa comunità, questa istituzione all’interno di quelle che erano le istituzioni sanitarie di assistenza della zona sembrava godere di una positiva considerazione, soprattutto a livello delle istituzioni politico/amministrative. Ricordo di essere stato invitato […] a un incontro che mi dicevano essere una pratica, una consuetudine, al quale venivano invitate molte persone: prevalentemente professionisti non solo della zona, politici, qualche magistrato etc… Sono andato a quest’invito: si trattava di una specie di merenda o qualcosa del genere, nella quale ho conosciuto personalmente

[…] questi due signori: il signor Goffredi e il signor Fiesoli. Devo dire la verità: il clima che c’era in quest’incontro mi sembrava piuttosto strano, non ne comprendevo… c’era come un’atmosfera di amicizia presunta, non mi sono sentito a mio agio e quindi dopo un breve momento di educazione me ne sono andato»147.

A questo primo approccio ne seguirono altri, e De Berardinis si formò una sua opinione professionale: «C’è stato – […] credo nel 98 – un convegno a Firenze organizzato da questa associazione, ero stato invitato e ho partecipato come uditore nel pubblico per farmi un’idea di quale fosse e in che cosa effettivamente consistesse quest’istituzione, della quale sentivo molto parlare. In quell’occasione mi sono fatto un’idea molto precisa, diciamo così: le cose che venivano sostenute erano prima di tutto contro legge: la legge sugli affidi non era assolutamente nulla di quanto si sosteneva in quelle occasioni e la posizione, che veniva in qualche modo rappresentata come una posizione ideologico/concettuale, era assolutamente paranoide […] ricordo che c’era un magistrato: non saprei dirlo con sicurezza, ma credo… sì, sicuramente c’era un magistrato: non mi ricordo se era il Presidente del Tribunale dei Minori o qualcosa del genere. […] Era in palese contrasto tutto ciò che veniva presentato come una filosofia di quest’istituzione, una filosofia decisamente disturbata, diciamo così. I principi della 184 sono così evidenti che non credo sia neanche il caso che li richiami a voi, invece il clima, l’atmosfera e il modo in cui questi concetti venivano presentati parlavano di una situazione che ritenni essere il portato… come spesso capita, piccole realtà, piccole comunità tendono a sviluppare atteggiamenti tendenzialmente… diciamo così: si sentono un po’ vittime, insomma è quello che definiamo un atteggiamento paranoideo delle piccole comunità. […] una realtà nella quale aleggiava una filosofia di questo tipo, dove le persone venivano trattenute, sottratte al mondo esterno e tutto questo veniva esaltato come un percorso terapeutico mi parve una cosa assolutamente fuori dall’ordinario e decisamente patologica, motivo per il quale non ho mai più avuto relazioni con questa istituzione e con queste persone»148. Ancora: «La filosofia del Forteto è quella che i bambini affidati non devono avere relazioni con le famiglie d’origine: questo è il punto centrale. Oltre a questo la filosofia è che non debbono avere una famiglia affidataria come tale, ma un gruppo, un gruppo di persone: questo è… Questo non ha niente a che vedere né con la legislazione…»149.

Il dottor Marino Marunti ebbe modo di formarsi un’opinione – data la qualificazione professionale si tratta sostanzialmente una diagnosi – del tutto affine. Marunti arriva in Mugello nel 1998, l’anno dopo rispetto a De Berardinis. E’ lui ad avere in carico i minori su cui nel 2001 ha sentenziato la

Corte Europea: «Mi sono avvicinato a questa realtà – racconta – per valutarne il funzionamento rispetto ai casi che mi sono trovato in carico, collegati al Forteto […] non mi tornavano certe cose: intanto la filosofia di fondo, che era quella della divisione maschi/femmine, però ci volevo capire un po’ di più in questo tema […]: ognuno poi nella vita fa le proprie scelte, comunque fatto sta che questi vivevano questa realtà separata che dovevo capire come stava. Poi secondo me avevano delle rigidità di fondo, non erano flessibili come viene richiesto nelle situazioni dell’affido tipico, avevano un modello che non poteva essere controllato, perché la struttura – ripeto – non era una struttura che si controllava, avevano delle teorie a mio avviso abbastanza particolari, tipo quella della famiglia funzionale, del chiarimento e queste cose qua. […] Fatto sta che questi elementi mi hanno creato un po’ di difficoltà ad aderire a questo modello e quindi sono rimasto in una posizione di cautela: il principio di maggior cautela deve guidare i servizi, non è che si debba accettare tutto. Nello stesso tempo però il Forteto dal 1999 ha iniziato a ricevere plausi, finanziamenti, soldi e attenzione per poter portare il modello dell’affido in giro per il territorio per diventare addirittura il gruppo che gestiva»150.

I due medici, ciascuno per le proprie pertinenze, espongono con chiarezza presso la loro struttura di appartenenza prima, e direttamente presso i vertici della Asl 10 poi, i loro dubbi sulle dinamiche interne al Forteto e sui principi educativi propagandati dalla comunità. Tutti sono a conoscenza dei rilievi mossi dai due professionisti. Ecco cosa accade, così come ricostruito dalla loro viva voce: «La neuropsichiatria, ovvero il dottor Roberto Leonetti – racconta Marunti – era sicuramente in ottimi rapporti con Il Forteto, quindi garantiva da parte sua la perfetta funzionalità e la perfetta capacità rispetto a tutte le cose. […] A questo punto sono nate queste due correnti, cioè una corrente che seguiva il principio nel Forteto […] con il supporto del neuropsichiatra […] e con il supporto della psicologa della zona sud /est […]; tutti ben introdotti nell’ambiente […] e io invece da solo […] A questo punto sono diventato in minoranza, anche perché […] c’era il direttore del dipartimento, che era chiaramente d’accordo su questa posizione e me lo riportava spesso, questo fatto, considerandomi come uno che voleva andare per conto suo e gli dissi “guarda, io sono un professionista, ho un contratto e quindi rispondo di quello che faccio” e mi fecero capire che mi avrebbero fatto rispondere di quello che facevo»151.

De Berardinis viene addirittura convocato dall’allora direttore generale della Asl 10 di Firenze

Paolo Menichetti dopo una discussione con il proprio responsabile di dipartimento: «C’era un certo atteggiamento nelle istituzioni locali: quello di voler individuare in quest’istituzione un punto di riferimento proprio per gli affidi e la cosa mi preoccupò, non ero direttamente coinvolto, ma mi preoccupò e chiamai quello che era l’allora mio direttore di dipartimento, perché restai veramente molto colpito da questa cosa che lessi (si riferisce alla sentenza della Corte Europea dove era citata la condanna del 1985, ndr). […] Chiamai […] l’allora direttore del dipartimento, e parlai con lui di questa cosa, manifestando a lui la mia preoccupazione che l’azienda (sanitaria, ndr) potesse essere coinvolta in una situazione di questo tipo. Pensavo di essere quello che cadeva dal pero e il collega mi disse “ma no, ma guarda che…” […] e avemmo una discussione abbastanza forte, perché gli dissi “ma guarda che qui si dice che questa è una sentenza della Cassazione: non solo, qui si dice che queste persone sono ree confesse, non c’è dubbio” […] Avemmo questa discussione abbastanza animata, perché mi disse “no, no, assolutamente non la devi prendere così, le cose non stanno così, queste sono persone perbene” e io dissi “ma come sono persone perbene?! veniamo trascinati nel fango in una maniera assurda da una cosa del genere!”, beh, la cosa in qualche modo terminò con questo discorso così. Il giorno dopo venni chiamato dal direttore generale… il dott. Menichetti, Paolo Menichetti, il quale mi chiamò e mi chiese come mai c’era stata questa discussione animata […] e io dissi “ma come perché c’è stata questa discussione animata? Voglio dire, leggo che queste persone sono state coinvolte in una sentenza dove ci sono dei reati e si parla del fatto che la nostra zona, la nostra realtà sanitaria, quindi l’azienda rischia di appoggiare un progetto di questo tipo e la cosa infamante da tutti i punti di vista”, quindi dico “la mia preoccupazione è per i nostri servizi, per la nostra azienda e anche, giustamente, per lei, che è il direttore e viene trascinato in una situazione di questo tipo”. […] In seguito a quest’incontro ci fu una riunione»152. La racconta Marunti, che per le sue competenze vi prendeva parte: «C’è la riunione con Menichetti: quella bisogna che ve la dica […] io – riferisce Marunti alla Commissione – che ero l’unico che aveva quest’atteggiamento diverso rispetto a tutto il modello perché, come ripeto, avevamo i colleghi in una direzione e il direttore di dipartimento in una direzione… a questo punto ci convoca il direttore generale: non sapevo che c’era stato l’incontro con De Berardinis e il direttore generale […]. Fatto sta che ci convoca e dice “ah, allora […] sì, è vero, c’è stata questa sentenza, però in fin dei conti Il Forteto è una struttura benemerita e meritoria, quindi deve ricevere tutto l’appoggio e tutta l’attenzione professionale. Tutti siamo chiamati a dover…” […] A questo punto si fa un giro dove ognuno dice la sua rispetto al tema, io dico che […] in fin dei conti bisognava capire meglio certe cose, Menichetti si irrita e dice […] “e comunque qui siamo un gruppo che deve lavorare tutto unito, andando nella stessa direzione che viene considerata quella più utile, più produttiva, più…” io gli risposi che, siccome ero un dirigente e avevo la mia autonomia professionale, avevo firmato un contratto dove c’era scritto che avevo piena autonomia professionale e che rispondevo di quello che facevo […] io andavo a diritto su quella che era la mia convinzione»153. Il dottor Marunti – che lamenta apertamente davanti alla commissione di aver subito per questo un clima di isolamento e mobbing – ha scelto di collocarsi in pensione anticipata all’inizio del 2010.

6.3 I fondi regionali: un riepilogo

Per dare una dimensione di ciò di cui si parla – ovvero quello che i rappresentanti della Asl 10 ascoltati in Commissione definiscono come «positiva considerazione, soprattutto a livello delle istituzioni politico/amministrative»154 – appare utile tracciare un elenco sintetico e assolutamente senza pretese di esaustività degli atti attraverso cui la Regione Toscana ha, negli anni, destinato risorse al Forteto in termini sia di denari che di concessioni, sovvenzioni, sponsorizzazioni o quant’altro. Ecco ciò che gli uffici hanno trovato con una prima ricerca:

COOPERATIVA AGRICOLA

QUANDO PERCHÉ QUANTO
03/09/1997 Concessione di derivazione d’acqua dalla Sieve per uso 10 anni
Decreto 5338 irriguo in Comune di Vicchio di Mugello (FI)
21/04/1999 Per il progetto 98/02/07 finalizzato al miglioramento della Lire 677.222.000
Decreto 01964 trasformazione di prodotti agricoli (Euro 349.755,97)
13/09/1999 Per progetto di trasformazione e commercializzazione Lire 203.268.000
Decreto 5504 prodotti agricoli, così ripartite: 71.144.000 lire dallo stato, (Euro 104.979,16)
30.490.000 dalla Regione, 101.634.000 di Fondi europei
ACG
19/09/2001 Per solare fotovoltaico, a fronte di un investimento Euro 309.874,14
Decreto 5043 complessivo di 516.456,90 euro
(carbon tax)
29/11/2001 Progetto 98/02/07 finalizzato al miglioramento della Euro 438.988,36
Decreto 7081 trasformazione di prodotti agricoli, nuovo impegno di
spesa e liquidazione
TOTALE Euro 1.203.597,63

FONDAZIONE

QUANDO PERCHÉ QUANTO
19/08/1999 Per concorrere alla pubblicazione dei materiali del convegno Lire 10.000.000
Decreto 5110 su La famiglia, problematiche dell’affido e relazioni (Euro 5.164,56)
intrafamiliari
28/07/2004 Contributo per l’organizzazione del convegno «La scuola della Euro 1.221,48
Decreto 4400 famiglia» a Pratolino il 25 maggio di quell’anno, cui viene
concesso il patrocinio della Regione Toscana
24/05/2010 Per la realizzazione del progetto denominato «Chiaroscuro 2» Euro 45.000,00
Decreto 2702
TOTALE Euro 51.386,04

Che Il Forteto abbia ricevuto contributi pubblici a vario titolo non è del resto un mistero. Per quanto attiene la Cooperativa, lo conferma il suo stesso presidente: «La cooperativa – ha illustrato Pezzati alla Commissione – ha beneficiato nel corso degli anni di aiuti e contributi pubblici per diritti assegnati ai terreni o partecipando ai bandi per i fondi strutturali finalizzati all’attività agricola»155. Esattamente come centinaia di altri soggetti affini.

Oltre alla Regione, ricognizioni effettuate da vari esponenti politici negli enti locali rilevano che anche la Provincia di Firenze, vari Comuni e la Comunità montana del Mugello hanno negli anni erogato contributi economici. La più recente è stata condotta da una consigliera comunale dei Comunisti Italiani-Rifondazione a Dicomano, e parla di soldi assegnati alla Fondazione per progetti contro la dispersione scolastica, osservando il paradosso della finalità entro un contesto – quello del Forteto – in cui la scolarizzazione come si è visto è estremamente bassa156. Proprio questa è stata una delle obiezioni sollevate anche dalla Commissione in occasione dell’audizione dell’assessore al welfare Salvatore Allocca: «Il 5 maggio del 2010 – fa notare la Commissione – avete dato un finanziamento a una fondazione i cui responsabili nell’’85 erano stati condannati per atti di libidine violenta, nel 2000 una sentenza della Corte Europea ha condannato l’Italia perché dava bambini a questa struttura e nel 2010, il 5 maggio del 2010 le si danno i soldi: una roba così sembra pazzesca!»157. Per l’assessore Allocca la questione è da porsi in altri termini: «Si arriva alla richiesta (del finanziamento, ndr) sulla base di una delibera, bisognerà verificare in base alle domande.. poi si approva il progetto e poi dopo il finanziamento si dà alla fine, non è che si faccia il monitoraggio, altrimenti il progetto lo facciamo noi, non lo fa il privato sociale. Una volta che hai fatto questo progetto è sottoposto al finanziamento in funzione della rendicontazione delle spese effettivamente sostenute, ma anche della qualità dell’intervento, questo mi sembra del tutto evidente. Dovrà essere seguita questa prassi, quindi indipendentemente dalla cosa orribile che può essere successa non è che dovremo verificare ab origine se era possibile o non era possibile, a questo punto dovremo verificare che il progetto sia stato eseguito e sia stato eseguito con la necessaria qualità e efficacia, questo è quello che dovremo fare»158.

Ma quali sono i requisiti che un organismo deve avere per poter partecipare ai bandi di assegnazione per i fondi pubblici e, nella fattispecie, per quelli regionali? Secondo quanto spiegato in Commissione dall’assessore Allocca e dai dirigenti intervenuti, esistono degli albi; in particolare, nel caso specifico, quello delle associazioni e quello del terzo settore che però non richiede, per esservi iscritti, verifiche qualitative. Spiega l’assessore che «ci sono autocertificazioni che però riguardano il profilo fiscale e le attività che devono corrispondere al profilo». Il sistema di iscrizione a questi albo è dunque a maglie molto larghe: «Abbiamo iscritte nell’albo credo centinaia e centinaia di associazioni, di organizzazioni del terzo settore e quant’altro – illustra Allocca – che si iscrivono per poter aver accesso a una relazione che non è solamente quella del finanziamento dei progetti […] perciò non è che venga fatta un’opera di definizione alla fonte per l’iscrizione, poi quando c’è un progetto viene valutato il progetto e credo che debba essere valutato complessivamente il profilo»159. Il dirigente entra più nel dettaglio: «Non lo gestiamo noi, l’albo, però siccome non viene chiesto il certificato penale né del Presidente né del Consiglio di amministrazione né di altri soggetti, come si fa per le aziende quando si fa un bando, non credo ci siano i presupposti giuridici per la cancellazione di un’associazione, anche perché in questo caso andiamo a finanziare delle cose che vanno a favore dei ragazzi, non è che vadano a favore del Presidente o di qualcun altro: secondo me c’è un ragionamento da capire bene; nel momento in cui per un caso di questo tipo qui si facesse un’operazione di rivalsa, poi coloro che ne avrebbero il danno maggiore sarebbero i ragazzi che stanno in quell’associazione. Secondo me è una materia abbastanza complicata, non è come nelle aziende private, in cui effettivamente hai una normativa nazionale la quale ti consente di escluderli da bandi anche negli anni successivi. Questo andrebbe previsto, ma ad oggi non credo ci siano le condizioni giuridiche per poter fare una cosa di questo tipo. E’ più un problema di opportunità»160. Che poi, spiega ancora il dirigente, «la normativa non è che ci consenta di escludere sulla base di situazioni personali che riguardano queste cose qui […] per norma di legge non abbiamo nessuno strumento per dire che a questi soggetti con queste caratteristiche non possiamo dare finanziamenti»161.

T E R Z A P A R T E

  1. La Toscana e le politiche per gli affidi

La cosa che colpisce di più è che, nonostante due sentenze di condanna, nel corso di trent’anni della sua storia Il Forteto abbia potuto godere di una reputazione positiva. Anche in virtù di ciò per anni, per decenni, decine di minori hanno continuato ad essere collocati presso persone all’interno del Forteto malgrado i pronunciamenti della magistratura e dietro al comodo paravento di un assetto giuridico-normativo che frammenta competenze e legittimità d’azione. E talvolta, soprattutto laddove le persone si avvicendano in ruoli e posizioni, non è opportuno lasciare troppi margini di discrezionalità legata alla sensibilità personale. Nel corso delle audizioni che la Commissione ha effettuato con gli enti che a vario titolo sono attori nei processi di affido, è apparso chiaro fin da subito che tra l’uno e l’altro segmento di azione c’è stato un vuoto che almeno in un caso – quello del Forteto – ha avuto esiti drammatici per la vita di molti minori. Si è generata una zona franca dovuta a un collasso delle istituzioni. Al di là delle discussioni su chi abbia colpa e chi no, chi più e chi meno, resta il fatto che chi aveva la responsabilità prevalente in materia (Tribunale per i Minorenni e servizi sociali in primis) non ha effettuato le verifiche necessarie all’interno di quella comunità. Dal fronte istituzionale non si è concentrata l’attenzione sulle procedure di affido, ma la si è diretta in modo acriticamente benevolo verso la struttura intesa a tutto tondo. Con finanziamenti, patrocini, promozione all’estero dei prodotti, passerelle politico-istituzionali, presentazioni di libri e così via, si è costruito e alimentato un pregiudizio che faceva sì che chi aveva la competenza per effettuare il controllo su un segmento del percorso di affido si sentisse quasi legittimato, nel dubbio, a prendere per buono quello che veniva raccontato, dal momento che tanti soggetti istituzionali importanti e autorevoli testimoniavano – con la loro presenza, la loro vicinanza e il loro sostegno nei comportamenti pubblici – che quella era una struttura benemerita. Ascoltata in Commissione, la Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza Grazia Sestini si è così espressa: «Qui non c’erano le condizioni giuridiche per un affido, perché la legge sull’affido, che è una legge nazionale, non contempla situazioni di questo tipo»162.

7.1 La Regione

«Come Regione Toscana competenze di fondo non ne abbiamo»: sono queste le prime parole con cui l’assessore regionale al welfare Salvatore Allocca esordisce in Commissione durante l’audizione a lui dedicata. «Gli affidamenti – prosegue – per legge sono proposti dal servizio di assistenza sociale e quindi dai territori, dai Comuni e vengono monitorati, sempre per legge, ogni sei mesi quelli che riguardano gli affidamenti familiari. Diversa è invece la questione delle strutture, che hanno il processo di accreditamento e quindi una possibilità di controllo sulla qualità da parte della Regione Toscana. La struttura, per così dire, del Forteto non rientra con precisione né nell’una né nell’altra fattispecie, perché non si tratta né di una Asp (Azienda di Servizi alla Persona), né di una struttura di accoglienza; si tratta di un’associazione di famiglie che, nella previsione delle varie fattispecie per gli affidamenti, è prevista dalla Regione Toscana ma è assimilata a quella degli affidamenti familiari, perché di famiglie trattasi». Al Forteto, spiega ancora Allocca, «vengono affidati dai servizi sociali e dal tribunale minori per l’affido, ma con le stesse modalità caratteristiche dell’affido familiare»163. L’assessore segnala l’atipicità della realtà de Il Forteto, comunità dove gli affidi erano però fatti alle singole famiglie e non avente le caratteristiche delle strutture soggette ad accreditamento secondo la legge regionale 49 del 2010 (Accreditamento delle strutture e dei servizi alla persona del sistema sociale integrato), dunque non soggetta al controllo regionale previsto per tali strutture. Le parole dell’assessore sono di assoluto rilievo, poiché collocano Il Forteto in una dimensione esterna a ogni processo di accreditamento cui invece sono soggette altre strutture: «L’albo – afferma ancora Allocca – non è lo strumento di selezione, […] è solamente una sorta… non è come l’accreditamento… se c’è l’accreditamento diventa lo strumento di selezione in funzione della qualità. L’albo ha un’altra funzione e quindi guai se fossimo tenuti a dover fare una verifica del livello della qualità per le migliaia di associazioni che hanno la possibilità di iscriversi a un albo, che è un elenco puramente formale, per distinguere le due cose. Una questione è quella dei vari albi che vengono utilizzati anche per la partecipazione, per la comunicazione, per alcune cose e un conto è il processo di accreditamento, che è diverso»164. Per quanto con la definizione di ‘famiglia funzionale’ si intendesse qualcosa che con la famiglia propriamente intesa poco ha a che vedere, di fatto comunque al Forteto i minori erano formalmente affidati a famiglie. Ebbene: forse sarebbe stato opportuno, e certamente lo è ancora, prevedere una normativa specifica per gli affidi presso questo tipo di comunità.

Ma se la Regione Toscana si chiama fuori quanto a responsabilità, a chi invece le attribuisce? «La legge statale – puntualizza l’assessore Allocca – ha un profilo molto certo e dice che l’assistente sociale che propone l’affidamento fa la relazione al Tribunale che poi dopo fa la sentenza, fa il monitoraggio in continuo della condizione di affidamento e ogni sei mesi deve fare relazione al Tribunale che fa la verifica, questo dice la legge che riguarda le famiglie. Per quanto riguarda invece le strutture che sono previste nella nostra legge, il nostro sistema di controllo è basato sull’accreditamento e conseguentemente sulla valutazione della qualità. Il problema nasce con questa figura (Il Forteto, ndr) che è ibrida ma che se non è sottoposta, almeno per il momento, alla procedura di accreditamento e alla verifica della qualità, è comunque sottoposta alla verifica dell’assistente sociale»165. L’assessore Allocca ribadisce: «Se la legge prevede che ci sia un percorso di monitoraggio e controllo e di restituzione al Tribunale, non può essere la Regione Toscana a farsi carico di questo e non se ne è fatta carico […] Però è evidente che il problema del monitoraggio specifico degli assistenti sociali e di se hanno fatto ciò che dovevano in base alla legge fornendo le indicazioni al Tribunale non può competere alla Regione Toscana»166. Il dirigente poco dopo lo ribadisce: «Si è detto che il primo attore è il Tribunale, questo bisogna averlo sempre presente; il quadro del crollo istituzionale… c’è stato un vuoto, ma c’è un attore che mette una firma sotto a un provvedimento»167. Tribunale dei Minorenni, dunque, ma non solo. Il dirigente regionale circoscrive infatti il percorso dell’affido entro una triangolazione precisa: «Il primo attore che firma il fatto che quel ragazzo entra in quella struttura è il giudice, è il Tribunale. I controlli sono fatti sulla base della convenzione che queste strutture obbligatorie devono avere con gli enti locali sul territorio: anche qui occorre verificare se c’era una convenzione – e penso di sì – in atto con il territorio che regolamentava queste cose. Il rapporto è Tribunale, famiglia, in questo caso, o fattispecie e servizi sociali del comune, del territorio: che poi li dia in appalto o in gestione all’Asl o alla Società della Salute o a altre cose, la responsabilità è comunque del servizio sociale del comune. Questo è il triangolo […] Il rapporto è Tribunale, famiglia, assistente sociale»168.

Anche la giunta regionale, tuttavia, ha ritenuto che ci fosse margine di miglioramento. Infatti, proprio prima dell’estate del 2012, si è adoperata per dar vita a un protocollo d’intesa con il Tribunale per i Minorenni di Firenze «per la collaborazione ai fini della tutela dei diritti dei bambini e degli adolescenti e per lo sviluppo del sistema informativo regionale sui minori». Il protocollo è stato siglato il 19 novembre 2012. Ecco come il dirigente di settore della Regione Toscana motiva questa iniziativa: «Il rapporto con il Tribunale dei Minori è sempre stato difficile, storicamente: me lo sono trovato come problema. L’unica cosa positiva è che è alla firma un protocollo nuovo, nel quale si concordano le procedure: è la prima volta che si riesce a mettere in un protocollo il fatto di concordare le procedure per l’affido e cose del genere. Il che ci consente in qualche modo di poterci lavorare e di legare meglio il ruolo degli enti locali con il Tribunale e così via, perché ripeto: l’affido è proprio una procedura che gestisce il Tribunale in rapporto con il territorio»169. Dinanzi a queste affermazioni, la Commissione desume la «sofferenza in ordine all’autonomia del Tribunale» e l’esigenza da parte della Regione di arginarla. L’assessore Allocca argomenta così: «Se voglio organizzare politiche per l’infanzia credo di dover sapere ciò che succede anche sul fronte del Tribunale, non è che non possa venire a conoscenza quando i fenomeni sono.. però è uno scambio che avviene sui grandi numeri, sui flussi, su ciò che succede, non sulle singole questioni in cui ognuno mantiene le proprie competenze. Però credo che questo sia un elemento centrale […]. Questo è il criterio del fatto per cui si fa un protocollo di comunicazione. Questo però non influisce sul fatto che ognuno ha delle competenze, perciò nel momento in cui il Tribunale invia un ragazzo che ha avuto percorsi di devianza fa una scelta del tutto autonoma e, se è un inserimento di tutela come un affidamento, lo colloca da una parte con un atto che è tutto avocato alla sua decisione, non so se mi spiego e così è anche sotto il terreno del controllo»170.

7.2 Il Tribunale per i Minorenni e la Procura presso il Tribunale per i Minorenni

Si chiama Laura Laera l’attuale presidente del Tribunale per i Minorenni di Firenze. L’abbiamo ascoltata durante il nostro lavoro di inchiesta. Come nel corso dell’audizione ci ha ripetutamente ricordato lei stessa, si è insediata nella sua carica il 21 giugno 2012. Malgrado ciò, grazie alla sua pregressa esperienza ventennale presso il Tribunale per i Minorenni di Milano, la Presidente Laera ha fornito indicazioni assai utili sulle procedure di affido e sulla parcellizzazione di responsabilità e competenze in cui il Tribunale per i Minorenni viene inopinatamente sospinto in un perimetro marginale. Ecco cosa ci ha spiegato la Presidente Laera: «Per quanto riguarda gli affidi disposti dal Tribunale per i Minorenni, in genere sono gli affidi che o non possono essere consensuali, quindi c’è bisogno di una limitazione della potestà perché il genitore non è d’accordo sulla proposta dei servizi di mettere il proprio bambino in un affido etero familiare, oppure, quando c’è stato il previo affido consensuale, non finisce nei termini di due anni e quindi talvolta viene prorogato anche dallo stesso giudice tutelare, ma in genere va disposto dal Tribunale per i Minorenni. Fatta questa breve premessa tecnica, in realtà la famiglia affidataria non la sceglie mica il Tribunale: la famiglia affidataria in genere la sceglie il servizio […] perché noi non abbiamo un elenco di famiglie affidatarie, come per esempio per le famiglie adottive […] Per l’affido no: la scelta delle famiglie affidatarie, la selezione delle famiglie affidatarie, la valutazione, la formazione etc. fanno parte di tutta un’attività amministrativa, quindi in realtà la famiglia affidataria viene individuata dai servizi […]. Inizialmente il provvedimento di affido è al servizio perché provveda al collocamento etero familiare del bambino, poi si svolge tutta quest’attività, il servizio riferisce “ho individuato la coppia xy che mi sembra più idonea”, talvolta l’ha già collocato, quindi non è che ci sia la proposta, poi noi valutiamo, qualche volta sì e qualche volta no. Dopo si fa, si dovrebbe fare, un po’ d’istruttoria per verificare questa scelta e dopodiché si può fare un provvedimento sia di conferma di affido al servizio perché lo mantenga collocato nella famiglia affidataria, sia, in alcuni casi, soprattutto in quei casi in cui l’affido non è più temporaneo come dovrebbe essere in linea di massima, ma si prolunga sine die […] si può fare anche l’affido diretto alla famiglia. Avete capito? A una famiglia individuata dai servizi che è diventata collocataria poi il Tribunale può fare l’affido diretto alla famiglia, magari con controlli e sostegni dei servizi etc. etc., ma non è certo il Tribunale che sceglie le famiglie affidatarie»171. Il Tribunale per i Minorenni non opera le scelte delle famiglie, ma neppure ha in carico i processi di verifica. A domanda diretta della Commissione proprio su questo, la Presidente Laera risponde: «Che il Tribunale debba farsi carico di questo compito beh, certo, non è nei nostri compiti, non so, noi facciamo il provvedimento, li affidiamo e poi dovrebbero essere altri quelli che fanno i controlli; soprattutto nel momento in cui i fascicoli non sono più pendenti, ma sono definitivi per noi è un fascicolo chiuso, va in archivio e, se non c’è un sistema efficace di controllo di quello che succede dopo, noi francamente abbiamo ben poche armi, perché il controllo delle comunità, che prima era del Tribunale per i Minorenni, è stato demandato dalla legge alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni, che però ha un controllo mirato a un obiettivo specifico che è quello di verificare che vi siano collocati minori non segnalati, questo è il compito della Procura della Repubblica. Seguire le vicende di un bambino che ha avuto un collocamento o in comunità o in famiglia, adesso poco importa, ma con un provvedimento che è diventato definitivo, beh, questo non è più compito del Tribunale»172. Per la verità, un tentativo di seguire il minore una volta affidato era stato effettuato: «Sulla carta – racconta la Presidente Laera – esiste una commissioncina interna al Tribunale istituita dal mio predecessore, quello che ha fatto il facente funzioni, con dei giudici onorari che dovevano proprio occuparsi della verifica della situazione dei bambini in comunità, non mi risulta che finora abbia funzionato granché»173. Anche sui provvedimenti in capo al Tribunale per i Minorenni le responsabilità sono condivise: «Prima di tutto non è il Presidente, perché forse una cosa che bisogna chiarire è che il Tribunale per i Minorenni decide in composizione collegiale, quindi ci sono due giudici togati e due giudici onorari, tutti i provvedimenti sono assunti collegialmente, non esiste il Presidente o il giudice, ma ci deve essere un collegio […] c’è il giudice delegato, che è il giudice delegato all’istruzione, dopo riferisce in Camera di Consiglio previo parere del Pubblico Ministero e la Camera di Consiglio decide, assume i provvedimenti. Tutti i provvedimenti sono collegiali»174. In realtà, sulla spinta delle domande della Commissione, si scopre che in alcuni casi il Tribunale per i Minorenni è tenuto a fornire una valutazione sulle famiglie:

Commissione: «Può capitare, in linea teorica, che il Tribunale incontri i genitori affidatari all’interno dell’istruttoria?».

D.ssa Laera: «Certo: li convoca, anzi… ».

Commissione: «Quindi ci può esser anche una valutazione diretta, non soltanto intermediata dai servizi sociali?»

D.ssa Laera: «Certo, certo, assolutamente! Anzi, ci sono dei casi previsti dalla legge in cui gli affidatari vanno sentiti, come per esempio nel caso del procedimento di adottabilità, se sono collocati in affido etero familiare li dobbiamo sentire, li dobbiamo vedere».

Commissione: «Per capire, come autorità al di sopra del Presidente del Tribunale dei Minorenni non c’è nessuno, cioè è l’autorità suprema sul destino dei bambini?»

D.ssa Laera: «Beh, noi gerarchicamente dipendiamo dalla Corte d’Appello, dal Presidente della Corte d’Appello, il mio diretto superiore da un punto di vista dell’organizzazione giudiziaria è il Presidente della Corte d’Appello».

Commissione: «Ho capito. No, perché mi chiedevo appunto com’è possibile che un Presidente del Tribunale dei Minori abbia continuato a affidare minori. Non so se il Presidente…

D.ssa Laera: «Non lo dovete chiedere a me».

Le diverse testimonianze acquisite durante le audizioni della Commissione hanno ravvisato gravi responsabilità su verifiche e controlli nei servizi sociali. Le relazioni semestrali di vigilanza sugli affidi che secondo la legge sarebbero chiamati a svolgere sono «molto, molto scarne, sono delle mezze paginette», afferma la Presidente Laera mostrando l’esiguità di alcuni fascicoli d’affido175. Anche la scadenza imposta dalla legge pare sfumata: «Qualche relazioncina c’è, la scadenza semestrale non c’è… […] adesso queste scadenze non è che siano così formali da venire sempre rispettate, quindi non mi pare che il problema sia la scadenza delle relazioni, ma se c’è stato un lavoro a monte di verifica della situazione». Muovendo rilievi precisi ma anche avanzando qualche parziale giustificazione al loro operato, la Presidente Laera parla ancora in questi termini del lavoro dei servizi sociali: «Per quanto riguarda l’operato dei servizi sociali, bisognerebbe verificare come sono organizzati al loro interno i servizi. I servizi a cui vengono affidati i minori certo che hanno il dovere di controllare come vengono gestiti non nelle comunità, perché qui continuiamo a sbagliare a parlare di comunità.. perché in realtà non era una comunità accreditata né riconosciuta, no? È un’altra cosa […] credo che non possiamo neanche parlare di associazioni famiglia […] Quello che voglio dire è che certamente l’ente affidatario ha il dovere di verificare la situazione dei bambini che gli sono affidati. Poi come queste verifiche avvengano e quali risorse effettive ogni singolo Comune o ente affidatario abbia al suo interno in grado di svolgere questo lavoro, francamente questo credo che sia un problema, perché se i Comuni piccoli hanno scarso personale e scarsi servizi sociali, questo credo che sia un problema più generale, non legato a quel singolo servizio a quella singola assistente sociale. Certo poi all’interno di questo credo debbano essere valutate le responsabilità dei singoli, no? Questo credo che sia un compito che forse andrà affrontato anche da parte dei Comuni, però questo è un problema più generale di quante risorse vengono destinate ai servizi sociali»176.

Complementare rispetto a quello del Tribunale per i Minorenni è il lavoro svolto dalla Procura presso il Tribunale per i Minorenni. In Commissione abbiamo ascoltato il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni Massimo Floquet che ha circoscritto così il proprio perimetro operativo: «Siamo praticamente una cosa parallela, come le Procure e i tribunali degli adulti, sono due uffici diversi. […] E’ difficile che io abbia un genitore che viene a rappresentare una cosa a me: c’ha sempre la possibilità di arrivare al servizio, il servizio fa una prima analisi e, se vede che ci sono delle cose che non vanno, propone e fa gli interventi; quando i genitori per mille motivi… non ultimo quando qualcuno viene loro a dire “non sei adatto a gestire la famiglia”, ti senti toccato in quei meccanismi, per cui dici “tu non hai capito nulla”, allora in quel caso gli atti vengono trasmessi alla Procura la quale, ove ritenga che ci siano i presupposti, fa ricorso al

Tribunale per i Minorenni per decadenza o limitazione della potestà genitoriale […] il servizio ha questo difficilissimo lavoro di andare prima a capire che c’è un difetto nel sistema famiglia, laddove non riesca a riparare “fa la spia” alla Procura, la quale fa ricorso, il Tribunale limita la potestà genitoriale e adesso, udite bene, rimanda lo stesso servizio – perché questo è il sistema – in quella famiglia a aggiustare le cose. […] la scelta del posto o della famiglia in cui mettere il ragazzo in genere è del servizio […] il parere del Pubblico Ministero si dà prima, in genere non è che si sia già individuato il posto, in genere il parere è così, limitazione della potestà genitoriale e affidamento del minore al servizio sociale con idoneo collocamento eterofamiliare, questo fa il Pubblico Ministero. D’altra parte abbiamo solo di civile circa 2.000 fascicoli all’anno e non saremmo assolutamente in grado di entrare nel merito di questa valutazione, che in sostanza spesso dalle carte non emerge neanche concretamente»177. Floquet sa essere ancora più esplicito sul proprio ruolo: «Il mio parere riguarda il togliere […] E’ quell’aspetto che io vedo, il resto lo do quasi per scontato perché il servizio […] in genere trova ciò che sul mercato in quel momento storico è disponibile»178.

Questo il meccanismo, che ancora una volta ritaglia un ruolo centrale per i servizi sociali. E, nell’intenzione del legislatore, si pone un unico obiettivo: «Sono tutte situazioni che, attraverso il Tribunale, attraverso la limitazione o la decadenza, mirano sostanzialmente al recupero della famiglia»179. Proprio il legame che al Forteto, secondo quanto riferito in maniera univoca e concordante da numerosissime testimonianze rese alla Commissione, veniva rescisso per primo. Ma allora, è stato il dubbio manifestato con chiarezza a più riprese dalla Commissione al Procuratore, nel caso del Forteto come è stato deciso di affidare quei fanciulli a quelle persone in quel contesto? Il Procuratore risponde: «Beh, questo bisognerebbe chiederlo a loro, nel senso che io non conosco nulla direttamente, se non per cose che ho sentito dire, o per cose che mi sono state riferite dalla Procura degli adulti quando faceva le indagini e si è rapportata con me per venire a capo di certe situazioni, mi ha segnalato certe situazioni, io ho riaperto certe posizioni e conseguentemente ho una realtà frammentata»180. Un’idea però il Procuratore se l’è fatta soprattutto su uno degli aspetti cardine delle dinamiche fortetiane degli affidi, ovvero la famiglia funzionale: «Non darei un bambino a una situazione che non fosse formalmente familiare: non mi convince la famiglia funzionale»181, afferma Floquet senza giri di parole. Argomenta: «Se è vero quello che emerge dalle cose, ritengo che non gliene avrebbe dovuto dare nessuno (di minori in affido, ndr), perché se è vero che la struttura […] era organizzata con i maschi da una parte e le femmine dall’altra, francamente un ragazzino ha bisogno di avere intorno a sé qualcosa che invece sia un simulacro di famiglia, perlomeno. Se è vero quello, mi lascia molto perplesso che li abbiano dati, a meno che non ci fossero conoscenze di capacità o situazioni tali… o, come mi ha detto qualcuno, “gli abbiamo dato dei ragazzini talmente malmessi come malattie, che loro si prendevano comunque”»182.

Torna ad avere un suo peso anche la pratica in uso al Forteto di rinunciare alle rette che spettano di norma alle famiglie che ricevono un minore in affido: «A meno che – riflette il Procuratore dinanzi alla Commissione – non fosse passata la tesi che quella “comunità” era comunque una comunità valida dove si potevano collocare e perché ho sentito dire che in alcuni casi non prendevano neanche… eh, beh, scusate: guardate che uno dei problemi più grossi delle case famiglia sono le rette, eh! […] ti prendono il ragazzo, non ti fanno pagare, te lo prendono con tutti i problemi che c’ha…»183. Sì ma i controlli? «Il Tribunale – ha spiegato il Procuratore Floquet alla Commissione che indagava sul punto – in queste attività non è limitato al chiesto e al domandato come nella causa civile, se gli viene la curiosità di andare a vedere un’altra cosa può andarla a vedere. Considerate che però lui si muove soprattutto con i servizi e conseguentemente sotto questo profilo in qualche modo certo, è vittima. […] Se poi nella scelta mi convinco che ci sia una struttura eccezionale e li metto là, saltando soprattutto il controllo successivo […] se non ci fosse stato più questo controllo e non ci fosse stata più nessuna verifica, come sento, certo che sarebbe anomalo»184. Torna ancora, la parola «anomalia», nell’audizione del Procuratore Floquet. Accade in relazione al Forteto e a quella sua configurazione giuridicamente ibrida che, rispetto ai procedimenti di affido, lo colloca fuori da ogni maglia di controllo. Ecco come Floquet ricostruisce questa situazione: «Per quanto riguarda i servizi, il provvedimento del Tribunale andrebbe letto, andrebbero letti i singoli provvedimenti, perché in genere è “affido al servizio sociale con collocamento presso”, quindi da quel provvedimento si dovrebbe individuare il servizio […] che fa la verifica, verifica che non è quella semestrale, attenzione. Le relazioni semestrali sono delle case famiglia autorizzate, voi avete una legge molto precisa che le autorizza e quelle metodicamente ogni semestre mandano tutte le indicazioni con tutto il quadro di quella che è la situazione. […] Il

Forteto è un’anomalia, scusatemi: ora purtroppo abbiamo questo peccato che è venuto fuori, ma è del tutto anomalo, è un po’ tutto anomalo, perché tutte le strutture autorizzate mandano al Pubblico Ministero, al Procuratore, tutta la situazione semestralmente e la fotografia di quello che hanno in casa, come sta e chi… allora, intanto sulla base di quale autorità è stato collocato là, chi lo viene a trovare, che programma ha, che cosa fa, quale è il servizio di riferimento e la mandano al Procuratore. Per questo ero agitato quando è venuta fuori questa cosa del Forteto: perché io, da buon romano, nulla sapevo, anzi non sapevo… mi piacerebbe leggere le sentenze, perché non ho né la sentenza del Tribunale di Firenze (il Procuratore si riferisce alla sentenza che nel 1985 condanna Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi, ndr) […] Il servizio per un verso dovrebbe essere indicato nel provvedimento, non dovrebbero esserci equivoci. Per quanto riguarda le relazioni che vengono fatte dalle strutture, quelle vengono mandate al Procuratore, ma sono quelle ufficiali, chiunque altro non può tenere i bambini così. E’ il servizio sociale che […] deve verificare l’andamento e avvertire: […] tutti questi affidamenti andrebbero monitorati, in realtà vanno monitorati. Che poi possano saltare anche negli affidi virtuosi… perché da quello che mi dite, qua siamo veramente nello strano più strano dello strano»185. E’ una smagliatura, il Forteto, entro un sistema che invece nel suo complesso pare reggere in maniera credibile. E quello del Procuratore è un parere autorevolissimo dal momento che proprio lui è il destinatario delle relazioni periodicamente effettuate dai servizi sociali in tutti i casi di affido tranne che per quelli al Forteto, a quanto si apprende: «no, no, no, un momento, un momento: in questo caso siamo fuori dal mondo», sottolinea Floquet alla Commissone. «In questo caso – prosegue – se tutto questo è vero siamo un po’ fuori dal mondo, ma normalmente da quello che vedo io… Io sono il ricettacolo di tutte le relazioni dei servizi, perché è il Pubblico Ministero che chiede la riapertura […] Perciò ne leggo moltissime, da questo punto di vista vi posso tranquillizzare: il sistema non è bacato nell’insieme […] ovviamente tutti possono sbagliare, ma normalmente i servizi della Toscana lavorano, se lo posso dire, sufficientemente bene»186. E allora, attorno al Forteto, che cosa è successo?

7.3 L’Istituto degli Innocenti

«L’Istituto degli Innocenti opera in collaborazione con la Regione Toscana sulla base della legge 31/2000 e essenzialmente funge da centro di documentazione per i minori per quanto riguarda la Toscana. Tutti gli anni vengono fatte delle convenzioni specifiche con un piano di lavoro che detta gli obiettivi e quant’altro e, sulla base di quello, vengono fatte le attività. Il rapporto è abbastanza chiaro, diciamo che è uno strumento tecnico per la conoscenza dei fenomeni sui minori della Regione Toscana di supporto all’attività di formazione su queste cose, sia per quanto riguarda le attività regionali che infraregionali e nazionali»187. Così l’assessorato al welfare, nel corso dell’audizione ad esso dedicata, spiegava il rapporto tra Regione Toscana e Istituto degli Innocenti. La storica, antica realtà fiorentina da sempre dedicata ai minori in difficoltà espleta oggi, oltre all’attività di ricerca e di raccolta dati, anche altre funzioni più ‘dirette’ per così dire: «L’Istituto degli Innocenti è un ente che […] vive del lavoro che fa – ha spiegato la sua presidente Alessandra Maggi nella seduta che questa Commissione ha dedicato ad ascoltare l’Istituto – e quindi ha mantenuto la gestione di servizi educativi in convenzione con il Comune di Firenze: sono tre asili nido del centro storico fiorentino, tre piccole strutture di accoglienza per minori, di cui una che accoglie sette bambini, e una piccola struttura che risponde a emergenze, in genere, perché sono sette bambini piccoli, sotto i tre anni, che il Tribunale e i servizi territoriali ci affidano in attesa di intervenire sulla famiglia, se le condizioni della famiglia possono essere sanate, oppure di avviare un percorso di affido e eventualmente di adozione, se si dichiara lo stato di adottabilità. I bambini stanno da noi in genere non più di un anno e in questo periodo c’è questo lavoro importante che realizziamo con i servizi e con il Tribunale. E due strutture che accolgono mamme con bambini, anche queste molto piccole, con sette posti in una e cinque in un’altra»188.

Il patrimonio esperienziale dell’Istituto degli Innocenti nel campo degli affidi non è insomma marginale, nella realtà toscana. La presidente Maggi tiene però a specificare: «Noi raccogliamo i dati e quindi lo strumento nostro, la conoscenza nostra è quella relativa… Mentre sulle strutture, proprio in virtù dell’accreditamento, raccogliamo più dati, quindi delle strutture sappiamo più cose, abbiamo più informazioni, sugli affidi familiari chiaramente abbiamo dati numerici, ma come centro di documentazione: questo ci tengo a precisarlo»189. E per quanto riguarda Il Forteto: «Non abbiamo nessuna indicazione, nel senso che i bambini affidati al Forteto sono dentro quel numero degli affidi familiari, quei dati che ci arrivano dalle zone, quindi se le famiglie del Forteto hanno in affidamento un certo numero di bambini che provengono da più zone, noi li abbiamo come affidi familiari. Il Forteto non è neanche citato, perché sono comunque affidi a famiglie»190. Ancora una volta, dobbiamo rilevare che il Forteto agisce entro un territorio limbico rispetto alla giurisprudenza di settore. Nella sua declinazione in Cooperativa, Associazione e Fondazione sfugge tuttavia – in quanto luogo collettivo – a ogni inquadramento normativo sugli affidi e, proprio perciò, a ogni verifica. Il Forteto è un luogo tra gli infiniti possibili in cui una (non) famiglia accoglie dei minori in regime di affido familiare. Le verifiche, quando ci sono, sono effettuate sui genitori affidatari come se questi, e i minori che vi sono collocati, vivessero avulsi da quel contesto e non all’interno di una comunità con regole proprie. Ma, lo si è visto, non è affatto così. «Anomalia», la definisce davanti alla Commissione il dottor Marino Marunti, responsabile fino al 2010 dell’Unità funzionale per la Salute Mentale di Infanzia e Adolescenza della Asl 10 per la zona Mugello:

«L’anomalia grossa, e questa è una colpa delle istituzioni, è quella di aver lasciato al Forteto libertà di movimento senza farlo rientrare, come struttura, nelle strutture di tipo educativo assistenziale, dove c’è la Commissione di valutazione strutture»191. Alla presidente degli Innocenti, una cosa del Forteto appare chiara: «Le procedure dell’affido sono ben regolamentate, quindi c’è una serie di passaggi che è necessario fare e, se non sono stati fatti, chiaramente non si è certo tenuto conto del bambino e non si è rispettato il diritto del bambino»192.

La definizione puntale delle competenze rimane tuttavia farraginosa: «La difficoltà qui sta nell’individuare il soggetto a cui il decreto del Tribunale affida il bambino, perché in genere nel decreto del Tribunale ci dovrebbe essere anche il soggetto che poi deve comunque seguire quest’affido. […] e poi c’è l’inadempienza rispetto al seguire queste situazioni, perché le situazioni di affidamento hanno bisogno di essere seguite; anche quelle di adozione, ma quelle di affidamento hanno bisogno di essere seguite ancora di più perché, come dicevo, sono affidamenti temporanei […]. Siccome sono a tempo, è chiaro che i soggetti che devono controllare, ossia il Tribunale per i Minori in primis… perché è il Tribunale per i Minori che fa il decreto di allontanamento, stabilendo a chi l’affida, il tempo, il motivo, chi chiede l’allontanamento e quindi poi c’è l’esercizio di un controllo, perché i servizi… […] i servizi territoriali, individuando…chiaramente ci dovrebbe essere una concertazione con i servizi territoriali, perché ora forse solo in questa situazione… perché in genere i bambini sono in affidamento a famiglie del territorio della zona dell’ambito comunale […] e poi ecco un’altra cosa che vi volevo dire: siete consapevoli, ora non c’entra nulla l’Istituto degli Innocenti, chiaramente, ma…, delle difficoltà che i servizi sociali hanno anche nel nostro territorio? Perché in questi ultimi anni fra le difficoltà delle amministrazioni comunali e le incertezze chiaramente in molte situazioni c’è stato un turn over di personale…»193.

Alla Commissione che domanda direttamente alla presidente Maggi se lei sia mai stata al Forteto, la presidente risponde: «Io sono una mugellana, vengo da Borgo San Lorenzo e quindi Il Forteto lo conosco, perché chiaramente è una realtà del territorio mugellano, nasce nel territorio mugellano e si sviluppa in quel territorio, quindi la conosco come esperienza, ci sono stata e devo dire che la percezione di una situazione di disagio, di difficoltà e di sofferenza non l’ho mai avuta. Poi chiaramente le situazioni non si valutano andandoci una volta ogni tanto in occasione di eventi, perché poi anche loro hanno realizzato eventi, hanno fatto cose… e poi venendo da quel territorio ho avuto esperienze amministrative sia in quel territorio che in Consiglio Provinciale, nominata da quel territorio, quindi quando si rappresenta un territorio chiaramente si hanno contatti con tutte le realtà del territorio. Non come Presidente dell’Istituto Degli Innocenti, ma come amministratrice mugellana conosco quell’esperienza che ha fatto un percorso importante negli anni, perché ha costruito una situazione che permette l’inserimento lavorativo, però ecco, al di là di questo non sono in condizioni di…»194. Il radicamento territoriale della presidente Maggi proprio nella zona del Mugello lasciava immaginare alla Commissione che fosse arrivata forte e chiara l’eco delle sentenze del 1985, con le condanne a Fiesoli e Goffredi195, e del 2000 quando la Corte europea dei diritti dell’uomo condanna l’Italia per due affidamenti a persone all’interno del Forteto. Invece no: «Sa – si schermisce la presidente Maggi dinanzi a domanda diretta della Commissione – all’epoca, quando successe quell’evento non… chiaramente sono quelle situazioni che ti fanno pensare, ti mettono in attenzione e quindi c’è una grande attenzione da parte degli amministratori per capire poi come le vicende evolvono, che cosa succede e poi però le cose sono andate avanti rispetto… e anche lì tutti i soggetti che oggi sono comunque interessati e che devono controllare la situazione anche all’epoca erano gli stessi soggetti, perché se avevano dei bambini affidati le responsabilità erano degli stessi livelli istituzionali, quindi nel momento in cui poi le situazioni vanno avanti è chiaro che c’è stato un controllo, c’è stata una verifica, come del resto state facendo voi oggi e sta facendo la magistratura, quindi…»196. Ciascuno, par di capire da quanto acquisito durante le audizioni, supponeva che qualcun altro avesse controllato. Così i campanelli d’allarme non scattavano: «O forse sono scattati – riflette ancora la presidente Maggi – però rispetto alle verifiche di quelle situazioni… ora io ero un amministratore in un comune della zona che non aveva bambini affidati e quindi… […] Poi sarà la magistratura a stabilire se effettivamente rispetto a queste ultime vicende c’è reato o non c’è stato, non è finita la procedura, […] però rispetto agli amministratori locali e ai servizi territoriali locali credo che non ci siano state inadempienze, nel senso che il controllo su questa situazione, nel momento in cui sono andati avanti ulteriori affidamenti, è stato fatto»197. Fatto sta che lì ci sono ancora dei minori collocati in affido, la cui situazione è attualmente monitorata dal Tribunale per i Minorenni e dal Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza del Consiglio regionale. La procura ha notificato in tutto 23 avvisi di garanzia per maltrattamenti e altri reati tra cui l’abuso sessuale.

7.4 I servizi sociali

Lunghi percorsi di formazione e valutazione, inserimenti nelle banche dati dei centri affidi o – in loro assenza – in appositi elenchi di disponibilità, abbinamenti ponderati tra minori da affidare e famiglie valutate e disponibili poi, laddove non si rivelasse possibile l’affido etero familiare consensuale, l’intervento del Tribunale per i Minorenni con appositi decreti di affido. Questa la prassi con cui – secondo quanto la Commissione ha potuto ricostruire nel corso delle numerose audizioni – si giunge a definire l’affidamento di un bambino o comunque di un minore a un nucleo familiare. Non al Forteto.

Susanna Malfanti (SdS di Livorno): «Forse Fiesoli… sapete, come tutte le persone, che quando uno lo conosce… l’ho conosciuto nell’87/88 […] ma francamente così a vederlo nel 1987 in un colloquio, trovato in Tribunale fior fior di professori che lui ha portato durante i convegni, signori […] Trovo questa persona che mi viene fatta conoscere in Tribunale… in un Tribunale, il Tribunale per i Minori di Firenze… chi c’era? C’erano Scarcella e Casciano198 […] lo trovai in Tribunale forse perché mi venne fatto incontrare: forse mi venne fatto incontrare da qualche giudice, dalla segreteria di qualche giudice, perché sa, nell’87 me ne sono passate di situazioni […] l’oggetto della riunione era trovare una collocazione per un bambino […]».

Commissione: «Quindi in quel momento, in quella riunione in Tribunale alla presenza di Fiesoli e dei magistrati… lei prima non lo conosceva Fiesoli, l’ha conosciuto in quell’occasione, perciò se ho capito bene […] fu una riunione in qualche misura organizzata dal Tribunale per presentarle Fiesoli e per trovare una collocazione, una soluzione al problema della collocazione di questo minore con dei problemi».

Malfanti: «Sì»

Commissione: «E’ capitato altre volte che il Tribunale in qualche forma abbia suggerito la struttura Forteto o abbia presentato persone del Forteto per trovare collocazione ai minori?»

Lorena Paganelli (Responsabile Società della Salute Valdinievole): «[…] Spesso nel passato – non parlo degli attuali Presidenti, parlo di quelli del passato – quando c’erano situazioni particolarmente complicate in cui i servizi avevano difficoltà a individuare una risposta che fosse l’ideale rispetto a quella situazione il Tribunale più volte presentava come esperienza positiva e di soluzione della problematica l’esperienza del Forteto».

Egizia Badiani (Asl 4 di Prato): «Per il Forteto, nel senso che era accreditato, pur non essendo una comunità, come persone affidabili che possono fare un buon lavoro in situazioni di disagio dei minori, ecco. Mah… abbastanza in quel periodo lì, perché si parlava… ora ho un vuoto di memoria su prima che divenisse Casciano Presidente chi c’era… Toni199, eh, il periodo di presidenza di Toni e di Casciano perlopiù».

  • Francesco Scarcella e Gianfranco Casciano si sono succeduti, negli anni, alla presidenza del Tribunale per i Minorenni di Firenze
  • Piero Tony è stato presidente del Tribunale per i Minorenni di Firenze dopo Scarcella e prima di Casciano

«Quando nacque la proposta d’inserimento dei minori P.200 mi ricordo che un po’ ci fu suggerita la comunità del Forteto da un giudice onorario non togato allora al Tribunale per i Minorenni […] quindi in qualche modo non dico che ci fosse una legittimazione totale, però insomma era una fonte accreditata, il Tribunale per i Minorenni, ecco».

Non sfugge che, mentre il Tribunale per i Minorenni ci ha riferito di individuare le famiglie ove collocare i minori fidandosi in tutto e per tutto delle valutazioni stilate dai servizi sociali, questi ultimi ribaltano completamente gli equilibri e le responsabilità. E’ quanto mai chiara Egizia Badiani della Asl 4 di Prato: «Della precedente vicenda degli anni 80 del Forteto certamente non nel dettaglio, ma per sommi capi ne eravamo a conoscenza […] Però sarà stato… come dire? Ripeto: veramente passare sempre attraverso l’autorità minorile, il Tribunale per i Minorenni, per noi servizio sociale era inteso come un elemento di garanzia, perché francamente si parla di sentenze, di giudizi e di organi giudiziari e non abbiamo mai preso in considerazione di fare collocazioni che non fossero passate […] attraverso l’autorità giudiziaria […]. In tutti questi casi che sono ospitati presso le famiglie del Forteto siamo sempre passati attraverso il Tribunale per i Minorenni e prima attraverso la Procura»201.

Naturalmente, la Commissione ha ascoltato in audizione anche i responsabili e gli operatori dei servizi sociali del Mugello. Costoro hanno declinato le responsabilità sugli affidi a persone all’interno del Forteto tranne che in un caso risalente al 1999, affermando di essere stati coinvolti nell’effettuare verifiche sugli affidi in atto ancora adesso al Forteto solo molto di recente, nel 2012, ovvero dopo che la nuova inchiesta della Procura aveva rivelato i suoi clamorosi esiti con l’arresto di Rodolfo Fiesoli. Ciò che abbiamo ascoltato è stato innanzitutto un sottobosco autoassolutorio fitto di competenze frammentate, mandati specifici del Tribunale dei Minori a tracciare perimetri di intervento circoscritti e rigidamente intesi, visite presso la comunità in cui tutto appariva in modo che «non c’è mai stato niente che facesse presupporre una cosa di questo tipo»202. Il tutto intercalato tuttavia dal racconto, nel caso di competenza del Mugello, di verifiche compiute con colloqui di una manciata di minuti con i ragazzi quando non unicamente con gli affidatari che riferivano che tutto andava bene, tutto era a posto. Per il Forteto, ci si accontentava così. Ma è emerso anche un altro dato assolutamente rilevante: al Forteto arrivavano minori da più parti della Toscana, ma dal Mugello no. I servizi del Mugello evitavano di affidare a persone all’interno del Forteto. E le perplessità, segnalate o meno, non mancavano. Passiamo in rassegna alcuni frammenti di quanto acquisito dalla Commissione durante l’audizione del 18 ottobre 2012 (Cfr. Verbale 14 nelle pagine via via indicate):

Merj Cai (Responsabile Unità Funzionale Sociale Asl 10: «C’è stato un caso in cui abbiamo potuto rilevare sia dalla visita domiciliare che per stessa ammissione della famiglia […]

Questo dato di essere o non essere realmente famiglia l’abbiamo rilevato in un caso, l’abbiamo visto anche in quella che era la disposizione delle stanze e questo, ovviamente, è stato inserito nella relazione in maniera molto specifica e ben dettagliata, perché c’era anche un’altra questione, ma anche questa non è una questione nuova, e cioè che non solo queste due persone non erano legate da quel vincolo… che poi siano sposati o no non c’entra, ma non rappresentano il nucleo familiare e non solo ciascuno aveva una

  • Si tratta di quattro fratellini attualmente ancora collocati in affido presso persone all’interno del Forteto o uscite dalla comunità dopo aver accolto quei minori

propria stanza separata in punti diversi della casa, ma anche la vita quotidiana poi non si svolgeva tanto in ambito familiare nel nucleo familiare, ma in un ambito molto allargato, non c’era la cucina della famiglia. Quest’elemento ovviamente l’abbiamo segnalato e riportato in maniera ampia nella relazione e chiaramente l’abbiamo lasciato alla valutazione del Tribunale e dei servizi che l’hanno inviato, perché il rilievo di questo dato lo possono valutare i servizi che hanno progettato quest’affido». (pag. 5)

«Le anomalie relativamente, per esempio, al modello familiare, quelle ci sono state […] Un conto sono le criticità per il fatto che le famiglie non sono vere famiglie e questo da un punto di vista professionale per me era un dato importante del quale non si dava una valutazione positiva, tant’è vero che, sapendo questo – ripeto – siccome i bambini avevano bisogno di famiglie non si mandavano lì. Le altre cose ben più gravi di cui si sta parlando è chiaro che noi non le sapevamo: l’unica volta in cui ne abbiamo avuta notizia è stato l’anno scorso, quando infatti l’abbiamo segnalato, le altre anomalie riguardavano più che altro o le difficoltà con la famiglia d’origine, o questa problematica della famiglie per cui c’erano i due affidatari che però non erano una coppia reale e, tutte le volte che li abbiamo incontrati, l’abbiamo detto a chi aveva la titolarità di quel progetto, al Tribunale e ai servizi che ce li avevano messi». (pagg. 31-32)

Maria Antonia Cimarossa (Dirigente dei servizi sociali del Comune di Vicchio): «Non si può considerare un’eccellenza – quando si fa un affido.. se si chiama affido deve esserci un progetto dove il soggetto – chiamiamolo soggetto, invece che ragazzo o ragazza – esce dall’affido dove è e è pronto per riprendersi la sua vita sociale, personale etc.. Quando questo non è, a me sembra che sia un progetto incompiuto, quindi se vuole il mio parere di funzionario un’eccellenza in questo senso non l’ho mai considerata». (pagg. 21-22)

Massimo Principe (Direttore Società della Salute del Mugello): «Non sto parlando ora dell’aspetto che poi è venuto fuori degli abusi, sto parlando di un modello che non ho mai capito: è un modello genitoriale che non capiamo come potesse funzionare, con una famiglia che non era tale, con gli uomini separati dalle donne […] Però è chiaro che nella zona probabilmente questo discorso era così passato che, guarda caso… ma per un discorso proprio di non condivisione di un modello, assolutamente […] e se l’hanno accreditato non so perché l’abbiano accreditato: […] evidentemente il problema è anche culturale». (pag. 23)

Angela Manna (Responsabile Unità Funzionale salute mentale infanzia e adolescenza della Asl 10): «E’ chiaro che nel tempo la ‘fama’ del Forteto via via ci era… la fama nel senso che c’erano delle cose che non tornavano anche a noi servizi: in primo luogo, che c’era come un’esigenza di separazione totale dalle famiglie d’origine e questo non rientra nel modello, non ci rientra e non si può tollerare di mettere all’interno questo. In secondo luogo, che gli affidamenti al Forteto erano sine die, quando invece si parla di un tempo».(pag. 35) Nonostante tutte queste «anomalie» fossero state rilevate proprio dai soggetti deputati a farlo, al Forteto gli affidi sono proseguiti senza battute d’arresto e malgrado le varie sentenze susseguitesi. Perché? I servizi sociali del Mugello rispondono: «Siamo stati interpellati soltanto adesso»203. E poi, comunque: «Tutti i bambini affidatari del Forteto provengono da altri comuni, da altri… non c’è stata una gestione diretta: questo volevo precisare, solo questo»204.

Q U A R T A PA R T E

  1. Conclusioni: le politiche regionali in tema di affidamento dei minori

8.1 Il lavoro della Commissione d’Inchiesta

Come affermato nella prima parte di questa relazione la Commissione, attraverso il lavoro d’inchiesta, ha raccolto una serie di indicazioni atte ad affrontare un’analisi critica delle politiche di affidamento di minori in Toscana. Il punto di partenza è stato l’ascolto di persone che, a vario titolo, hanno avuto a che fare con la vicenda del Forteto. Per questo, come già ricordato, la Commissione si è data il compito di acquisire informazioni ed elementi di conoscenza diretti sugli aspetti procedurali, normativi, tecnici, ma anche sui riflessi della vita quotidiana di esperienze affettive ma anche traumatiche scaturite dalla vicenda personale dell’affidamento. Il tutto badando a non sovrapporsi, nel caso specifico della vicenda del Forteto, all’attività giudiziaria in corso. Il percorso di audizioni effettuato è stato a tratti drammatico e inverosimile. Per questo motivo la Commissione ha scelto di concentrarsi nell’acquisizione di tutti i dati utili a far emergere eventuali errori nelle procedure e nei comportamenti che governano la molteplicità di soggetti coinvolti nei procedimenti d’affido. In altri termini, il metodo logico impiegato dalla Commissione ha seguito una via di astrazione attraverso cui si è tentato di risalire a concetti generali prendendo le mosse da casi particolari: da questi concetti generali, poi, evidenziandone le problematicità ma anche i punti di forza, la presente parte descrittiva vuol essere la sintesi auspicata. Altro obiettivo prioritario era quello di stabilire se vi fossero smagliature normative da poter sanare.

A fronte di questa premessa, la domanda principale da cui la seconda parte dell’indagine ha tratto l’avvio è stata la seguente: come è stato possibile che sia successo quanto abbiamo ascoltato?

Come è potuto accadere? Come hanno potuto avere luogo tutte le cose clamorose che abbiamo sentito raccontare e dalle quali la magistratura ha fatto emergere “il caso Forteto”? Da qui, abbiamo sviluppato poi una serie di riflessioni per argomentare quello che nella prima parte è stato definito il “corto circuito istituzionale”. Come si vedrà meglio in seguito, le altre due macro domande alle quali la Commissione ha prestato attenzione, anche con appassionati dibattiti, sono state: come ha funzionato il “sistema” dell’affidamento in questi anni? Quali nuovi strumenti auspichiamo si possano attivare per evitare il determinarsi di situazioni simili a quelle che hanno reso possibile quanto accaduto al Forteto? Dinanzi a queste domande, poche ma sostanziali, la Commissione ha deciso di mettere in risalto le criticità normative sulle quali sarà possibile intraprendere in un secondo momento l’iniziativa legislativa per modificare, sanare o innovare i dettati legislativi e deliberativi esistenti.

8.2 Riferimenti normativi

Di seguito, pare opportuno fornire una elencazione in ordine cronologico dei riferimenti normativi regionali che fanno da cornice all’istituto dell’affidamento dei minori. Si tratta degli atti regionali che regolano la materia, e che si inquadrano tutti entro la cornice legislativa nazionale definita con la legge 4 maggio 1983 n. 184 recante Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori, come modificata dalla legge 28 marzo 2001 n. 149, nonché al titolo VIII del libro primo del codice civile.

Il primo atto regionale significativo per la materia degli affidi è la Deliberazione del Consiglio regionale del 21 settembre 1993, n. 364 Direttiva su criteri e modalità di sostegno economico per l’affidamento familiare con l’Allegato Criteri e modalità di sostegno economico alle famiglie e alle persone che hanno minori in affidamento. Successivamente è stata emanata la Deliberazione del Consiglio Regionale 348/1994 Direttive ai Comuni e alle Usl per la costituzione e il funzionamento del servizio per l’affidamento familiare. A distanza di sei anni, poi, la Regione – con Legge regionale 20 marzo 2000 n. 31 Partecipazione dell’Istituto degli Innocenti di Firenze all’attuazione delle politiche regionali di promozione e di sostegno rivolte all’infanzia e all’adolescenza – ha previsto di attivare una collaborazione con l’Istituto degli Innocenti di Firenze, attribuendo a tale soggetto le funzioni dell’osservatorio sociale regionale minori, delle attività di osservazione, raccolta ed elaborazione di dati e informazioni, studio e analisi della condizione di vita dei minori e delle problematiche dell’infanzia, dell’adolescenza e delle famiglie. A compendio, nel 2000 si sono regolati anche gli accordi di programma per le adozioni con la Delibera di Giunta regionale n. 1218 del 12 novembre 2001 Accordo di programma per l’applicazione delle leggi in materia di adozione tra la Regione Toscana, i Comuni capofila delle zone socio-sanitarie e le Aziende sanitarie locali. Di fondamentale importanza è la Delibera di Giunta Regionale n. 313 del 25 marzo 2002 Guida e strumenti operativi in materia d’abbandono e maltrattamento dei minori, ove si specificano le competenze in materia civile e penale dei singoli soggetti coinvolti: Operatori dei servizi territoriali, Enti Locali/ Aziende Sanitarie Locali, Organi Giudiziari.

Si giunge poi alla nota Legge regionale n. 41 del 24 febbraio 2005, Sistema integrato di interventi e servizi per la tutela dei diritti di cittadinanza sociale, seguita dal regolamento 15/R del 26 marzo 2008 Regolamento regionale di cui all’art. 62 della legge regionale 24 febbraio 2005, n. 41 Sistema integrato di interventi e servizi per la tutela dei diritti di cittadinanza sociale.

Questa Commissione d’Inchiesta ritiene particolarmente rilevanti gli articoli 6, 16, 21, 52 e 53 della legge regionale 41. Passiamoli brevemente in rassegna, enunciandoli:

  • Art 6 (Soggetti istituzionali tenuti alla erogazione delle prestazioni), comma 3: Per i minori è competente il Comune nel quale risiede il minore. Se il minore non è residente in Toscana, è competente il comune nel cui territorio si è manifestata la necessità d’intervento.
  • 16 (Le associazioni familiari)
  • Le finalità di cui all’articolo 15 sono perseguite anche tramite il riconoscimento ed il sostegno ad associazioni familiari, comunque denominate, nelle quali i nuclei familiari realizzano attività di cura e di assistenza alla persona loro affidata, e alle persone che accedono prioritariamente agli interventi e ai servizi erogati dal sistema sociale integrato secondo i percorsi disciplinati dall’articolo 7.
  • L’ente pubblico competente disciplina i rapporti con le associazioni familiari attraverso apposite convenzioni.
  • A favore delle famiglie e delle persone sono sostenute esperienze di solidarietà e di auto-aiuto, anche attraverso la realizzazione di servizi di prossimità e di reciprocità.
  • 21 (Strutture soggette ad autorizzazione), comma 1 lettere:
  1. centri di pronto accoglienza per minori, per l’accoglienza di soggetti privi o carenti del sostegno familiare, caratterizzate da media intensità assistenziale, media ed alta complessità organizzativa, con una capacità ricettiva massima di dieci posti letto;
  1. case di accoglienza per minori con il proprio genitore, anche organizzate con la modalità di gruppo appartamento per cinque nuclei;
  1. servizi residenziali socio-educativi per minori di tipo familiare caratterizzati da media intensità assistenziale, media complessità organizzativa così articolati:
    • comunità familiari, con una capacità ricettiva massima di sei minori;
  • comunità a dimensione familiare con una capacità ricettiva massima di dieci minori e di due posti riservati alla pronta accoglienza;
  1. gruppi appartamento per minori di età non inferiore a sedici anni e con una capacità ricettiva massima di quattro posti letto;
  1. strutture semiresidenziali, sociali e socio-sanitarie, caratterizzate da diverso grado di intensità assistenziale in relazione ai bisogni dell’utenza ospitata, anche collocate o in collegamento con una delle tipologie di cui alle lettere a), b), c) e d) e delle comunità a dimensione familiare di cui alla lettera g).
  • Art 52 (Politiche per la famiglia), comma 2, lettera c): Gli interventi di sollievo, aiuto e sostegno alle famiglie impegnate in attività di cura e assistenza di persone disabili, di persone con problemi di salute mentale, di anziani e di minori in affidamento;
  • Art 53 (Politiche per i minori): Le politiche per i minori consistono nell’insieme degli interventi e dei servizi volti a garantire al minore la protezione e le cure necessarie per il suo benessere, e a promuoverne il pieno e armonico sviluppo psicofisico, l’educazione e la crescita in un idoneo ambiente familiare e sociale. Comma 2, lettera e): L’affidamento temporaneo a famiglia, a servizi residenziali socio-educativi e le altre tipologie di affidamento, secondo gli indirizzi della Giunta regionale da emanarsi entro centottanta giorni dall’entrata in vigore della presente legge.

Il 27 febbraio 2006 vede poi la luce la Delibera di Giunta regionale n. 139 Indirizzi in materia di affidamento di minori a famiglia e a servizi residenziali socio-educativi, ai sensi dell’art. 53 comma 2, lett. e) legge regionale 24 febbraio 2005 n. 41: si tratta di una pietra miliare che definisce un piano d’azione dei diritti del minore e fornisce una sistemazione all’istituto dell’affidamento familiare.

La Legge regionale 1 marzo 2010 n. 26 Istituzione del Garante per l’infanzia e l’adolescenza sancisce poi l’attivazione di questo organo autonomo, istituito presso il Consiglio regionale; è considerata la figura più idonea a garantire la promozione, la salvaguardia e la tutela dei diritti e degli interessi dei minori. Il Garante per l’infanzia e l’adolescenza ha funzioni di promozione, sostegno, controllo e tutela dei diritti e degli interessi dei minori, in raccordo con tutti i soggetti e gli enti che hanno competenza in tale ambito.

Vi è poi il Piano Integrato sociale 2007-2010, dove le disposizioni inerenti i minori sono le seguenti:

  • 2. I diritti dei minori
  • 2.1. I minori fuori dalla famiglia: l’affidamento a famiglie e l’affidamento a servizi residenziali socio-educativi
  • 2.2. I minori in famiglia: l’adozione nazionale ed internazionale
  • 2.3. Lo sviluppo del sistema dei servizi per la tutela del minore fuori dalla sua famiglia di origine: l’accoglienza in struttura residenziale
  • 2.4. I minori vittime di maltrattamento, abuso ed abbandono
  • 2.5. Interventi per i minori non accompagnati
  • 2.6. Partecipazione dell’Istituto degli Innocenti di Firenze all’attuazione delle politiche regionali di promozione e di sostegno rivolte all’infanzia e all’adolescenza

Formalmente ancora in fase di approvazione del Consiglio è quindi il Nuovo Piano Socio-Sanitario Integrato Regionale 2012-2015, di cui alla PdCR n. 38 del 19 dicembre 2011, che ribadisce come specifico obiettivo di lavoro l’esigenza di un rafforzamento della rete di rapporti e relazioni tra tutti i soggetti coinvolti nei procedimenti che riguardano la tutela e la promozione dei minori. Ultimo in ordine temporale è il recente accordo stipulato dalla Regione col Tribunale per i Minorenni di Firenze e definito con la Delibera di Giunta regionale n. 815 del 17 settembre 2012 Protocollo d’intesa tra Regione Toscana e il Tribunale per i minorenni di Firenze per la collaborazione ai fini della tutela dei diritti dei bambini e degli adolescenti e per lo sviluppo del sistema informativo regionale sui minori. Di questo accordo e delle altre norme si cercherà di dare alcuni spunti di modifica nel paragrafo che segue.

  • Una riflessione sui Soggetti coinvolti: Servizi, Tribunale, famiglie affidatarie, Regione Toscana

Sia a livello di spiegazione del come si sia potuta determinare la vicenda del Forteto, ma anche alla luce di altre dichiarazioni di soggetti affidatari nonché dei servizi stessi, le maggiori problematicità si sono riscontrate nell’individuazione netta dei ruoli e delle competenze per quanto attiene gli affidamenti giudiziari. Dovrebbe apparire scontato porre la competenza del Tribunale per i Minorenni un gradino sopra il ruolo dei Servizi (sia sociali che sanitari): tuttavia, il rapporto di collaborazione tra i due soggetti istituzionali è emerso oscuro e sbilanciato.

La legge 4 maggio 1983 n. 184, modificata dalla legge 28 marzo 2001 n. 149, è chiara nell’individuare ‘chi’ debba disporre l’affidamento del minore: ai sensi dei commi 1 e 2 dell’art 4 è il Servizio Sociale del luogo in cui il minore risiede che dispone l’affidamento consensualmente con i genitori; laddove non sia possibile pervenire a questo accordo, il servizio segnala il caso al pubblico ministero presso il Tribunale per i Minorenni così da ottenere quanto prima il provvedimento da parte del giudice.

Andiamo avanti. Il comma 3 articolo 4 recita: «Nel provvedimento di affidamento familiare devono essere indicate specificatamente le motivazioni di esso, nonché i tempi e i modi dell’esercizio dei poteri riconosciuti all’affidatario, e le modalità attraverso le quali i genitori e gli altri componenti il nucleo familiare possono mantenere i rapporti con il minore. Deve altresì essere indicato il servizio sociale locale cui è attribuita la responsabilità del programma di assistenza, nonché la vigilanza durante l’affidamento con l’obbligo di tenere costantemente informati il giudice tutelare o il tribunale per i minorenni, a seconda che si tratti di provvedimento emesso ai sensi dei commi 1 o 2. Il servizio sociale locale cui è attribuita la responsabilità del programma di assistenza, nonché la vigilanza durante l’affidamento, deve riferire senza indugio al giudice tutelare o al tribunale per i minorenni del luogo in cui il minore si trova, a seconda che si tratti di provvedimento emesso ai sensi dei commi 1 o 2, ogni evento di particolare rilevanza ed è tenuto a presentare una relazione semestrale sull’andamento del programma di assistenza, sulla sua presumibile ulteriore durata e sull’evoluzione delle condizioni di difficoltà del nucleo familiare di provenienza».

Fatta questa premessa normativa e anticipato della scarsa chiarezza nei ruoli dei soggetti istituzionali, le esperienze ascoltate nel corso dell’indagine hanno portato in risalto alcuni problemi che potremmo definire di ‘governo’ dei processi di vigilanza dell’affidamento. Le maggiori incertezze ricadevano infatti sul ‘chi’ dovesse seguire il minore, se il servizio sociale del Comune della residenza originaria del minore stesso (quello dove vive con la famiglia d’origine) oppure il servizio sociale del Comune di destinazione dell’affido (nel caso appunto in cui l’allontanamento disposto dal Tribunale preveda un cambiamento di domicilio e quindi di distretto sociosanitario). Anche in questo caso, dalle dichiarazioni rese dai Servizi sociosanitari è apparsa palese la difficoltà a chiarire alla Commissione questo aspetto. La responsabilità dell’operatore viene quindi meno e si frantuma in questo gioco di attori istituzionali (Tribunale, Servizi sociali e servizi sanitari, famiglie). E’ un rapporto dunque sbilanciato, quello tra Autorità Giudiziaria e Servizi, e occorrerebbe riequilibrarlo. La prova della necessità di approfondire e rivedere questo rapporto di collaborazione finalizzato alla tutela del minore è proprio il protocollo sottoscritto da Tribunale per i Minorenni di Firenze e Regione Toscana di cui abbiamo accennato prima e che approfondiremo tra poco. Nel corso dell’audizione dedicata ad alcune associazioni di famiglie affidatarie tra cui l’Associazione Ubi Minor e l’Anfaa (Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie)205, i rappresentanti di questi organismi hanno univocamente affermato che la realtà dei centri affido è in Toscana assolutamente variegata quanto a efficientamento delle strutture. Non solo: la loro istituzione, prevista dalla Regione Toscana fin dal 1994 con deliberazione del Consiglio regionale 348, è ad oggi per nulla uniforme ma anzi rarefatta e per lo più affidata alla sensibilità dei singoli territori. Si riferisce che nei Centri affido il personale è carente e che, laddove ci siano figure professionali, queste appartengono all’Asl o al Comune ma anche alle Cooperative cui, talvolta, viene appaltata la gestione del servizio. Inoltre, ha aggiunto, è capitato spesso che tali servizi abbiano respinto giovani coppie sposate interessate all’affido senza fornire spiegazione alcuna agli intervenuti. Tra gli altri problemi riscontrati con i servizi sociali è stato riferito il caso di denuncia, da parte di una famiglia affidataria, di un assistente sociale per abbandono di minore. Sempre alla luce della vicenda del Forteto, dalle stesse dichiarazioni di assistenti sociali sono emerse negligenze di operato che non spetta a questa Commissione giudicare, ma che potrebbero aver costituito una sorta di concorso involontario al comporsi di tutta la vicenda. Ricordiamo ad esempio – dalle parole di un’assistente sociale adesso in ruolo dirigenziale ma all’epoca dei fatti tutrice di due minori affidati a due coppie che vivevano al Forteto – che le visite di monitoraggio nei due anni di affidamento (diventati poi quattro) sono state soltanto quattro e che gli stessi incontri, mai alla presenza della famiglia di origine nonostante il nulla osta del Tribunale, si consumavano nell’arco di dieci minuti circa a bambino. Potremmo dunque affermare, come principio generale, che il controllo sull’affido si possa sostanziare nella continuità del rapporto tra servizio e famiglia affidataria, le due colonne sulle quali poggia, o meglio dire, dovrebbe reggersi, il progetto di affidamento di un minore. Un ulteriore punto poco chiaro, salvo essere smentito in provvedimenti di affidamento successivi al 1988, è stata la previsione del Tribunale per i Minorenni di Firenze che affidava una minore alla ‘Comunità Il Forteto’, più volte citata nel provvedimento giudiziale quale «comunità affidataria». Tale definizione esula da ogni tipologia di struttura riconosciuta o accreditata presso la Regione Toscana a svolgere accoglienza per minori, e non trova riferimento normativo alcuno né conferme nelle dichiarazioni del Presidente della Comunità Il Forteto e del Presidente della Cooperativa Agricola Il Forteto, i quali invece hanno affermato che Il Forteto in quanto struttura non abbia mai avuto minori in affidamento. Tuttavia, dalle numerose audizioni effettuate è emerso come tratto comune che – visti dall’esterno – gli affidamenti sembravano esser fatti alla Comunità. Ancora, a collegare i racconti delle associazioni di tutela e accoglienza dei minori è spesso emerso un filo rosso: secondo le testimonianze, il Tribunale per i Minorenni sarebbe restio ad affidare bimbi alle famiglie per «paura» – questo il termine usato nelle audizioni – che le famiglie si «approprino» dei bambini loro affidati. Qui si aprirebbe il capitolo relativo alla formazione delle famiglie affidatarie, protagoniste di percorsi formativi ai sensi delle linee definite con la Deliberazione del Consiglio regionale 348/1994. Nel corso dell’audizione in Commissione d’Inchiesta alla quale è intervenuto l’assessore alla politiche sociali206 si è dibattuto a lungo su quale potesse essere stato il ruolo della Regione nei processi di controllo e vigilanza sul progetto di affidamento di un minore. A scanso di equivoci occorre ribadire che attualmente, in base alla normativa vigente207, il compito della Regione Toscana è quello di effettuare il controllo sui requisiti strutturali qualitativi dei centri residenziali, e cioè la loro rispondenza ad elementi di qualità attraverso il procedimento dell’accreditamento istituzionale. Su questo punto l’assessore ha confermato che gli uffici stanno procedendo per aumentare il livello di controllo. Un’altra lacuna chiarita è stata anche quella sul ‘chi controlla chi’. Le risposte fornite sono state le seguenti: «Se il dirigente dell’Asl abbia competenze nel verificare che l’assistente sociale vada almeno ogni sei mesi lì e, nei suoi ruolini di marcia, dica sono stato lì, questa è un’altra partita e – ha assicurato l’assessore – la verifichiamo. Se invece vogliamo discutere se era compito o meno del Direttore Generale accertare il percorso di affidamento, questo la legge ci dice che è compito del Tribunale sulla base delle rendicontazioni che semestralmente devono fare gli assistenti sociali, questo è quello che abbiamo, tutto qui»208. Più che chiarire i dubbi, il quadro che emerge in realtà li aumenta: sempre alla luce della vicenda del Forteto, la confusione di ruoli, competenze e negligenze si infittisce. Se infatti sulla carta (leggi, codici e regolamenti) la definizione dei compiti sembra palese, nella pratica le relazioni tra questi soggetti appaiono un groviglio inestricabile. Da questo rapporto evidentemente sbilanciato – talvolta sui Servizi, talvolta sul Tribunale – sembra però essere gettata una nuova luce grazie ai contenuti del nuovo protocollo tra Regione.

  • Legge regionale 5 agosto 2009 n. 51, Norme in materia di sicurezza delle strutture sanitarie: procedure e requisiti autorizzativi di esercizio e sistemi di accreditamento (Bollettino Ufficiale n. 30 del 12.08.2009, parte prima)
  • Verbale 10, cit., pag. 13

Toscana e Tribunale per i Minorenni. I due organismi hanno infatti stipulato, fin dal 1999, una serie di protocolli di intesa attraverso i quali si è avviato e realizzato un percorso di collaborazione finalizzato alla stabilizzazione di un flusso informativo in grado di approfondire e sviluppare i livelli di conoscenza sul tema del diritto del minore ad una famiglia.

E’ tuttavia in questo ultimo accordo che si dà risalto ad una definizione di competenze in seno al progetto di affido. Gli accordi sono in ottemperanza della legge regionale 24 febbraio 2005 n. 41

Sistema integrato di interventi e servizi per la tutela dei diritti di cittadinanza sociale; in particolare l’articolo 53, comma 2, lettera d) prevede, nell’ambito delle politiche per i minori, interventi specifici in collaborazione con l’Autorità Giudiziaria. La delibera n. 815 del 17 settembre 2012

Protocollo d’intesa tra Regione Toscana e il Tribunale per i minorenni di Firenze per la collaborazione ai fini della tutela dei diritti dei bambini e degli adolescenti e per lo sviluppo del sistema informativo regionale sui minori parla infatti all’articolo 1 di «individuare forme di collaborazione finalizzate a garantire da un lato l’individuazione di modalità di raccordo con gli operatori che si occupano di tutela minorile e dall’altro a raccogliere informazioni utili ad una più efficace e mirata programmazione degli interventi, nonché all’organizzazione dei relativi servizi territoriali». Ma anche all’articolo 2 comma 1 le azioni che s’intendono portare a collaborazione mirano a «definire modalità di raccordo che consentano di attivare occasioni di condivisione e confronto, anche di natura formativa, per l’individuazione di procedure metodologiche ed operative che affrontino i nodi critici dei percorsi connessi alla prevenzione dell’allontanamento dei minori, all’affidamento familiare, all’accoglienza in comunità e all’adozione nazionale ed internazionale».

Riguardo al primo punto dell’accordo citato, anche il presidente del Tribunale per i Minorenni di Firenze Laura Laera, nell’introduzione al suo intervento in Commissione, ha confermato che «sono disponibile a un’ampia collaborazione con tutte le istituzioni per quanto possibile nel mio attuale ruolo, sia in relazione a questa vicenda del Forteto, sia per tutto ciò che concerne le problematiche relative al lavoro che il mio Tribunale è chiamato a svolgere»209. Uno dei punti individuati dal

Tribunale, che premerà approfondire nelle proposte politiche che seguiranno l’inchiesta della Commissione, è la formazione delle famiglie affidatarie attraverso un raccordo stretto tra Servizi e Tribunale. La presidente Laera poneva giustamente la questione della formazione «perché per quello che ho visto io da persona che viene da altre esperienze con altre modalità di lavoro, quella che mi sembra essere un po’ carente in relazione a queste procedure (di affidamento, ndr) è la valutazione dell’idoneità delle coppie»210. Più avanti, parlando della vicenda del Forteto, aggiunge: «Per quanto riguarda la valutazione delle coppie: sarebbe interessante chiedere ai servizi sociali, cosa che sto facendo, se esisteva una valutazione della coppia fatta all’epoca, perché anche questo sarebbe interessante da sapere e da acquisire»211. Parlando delle relazioni semestrali che i servizi sociali sono tenuti a redigere su ogni affido, il Presidente del Tribunale mostra ai commissari alcuni vecchi fascicoli per evidenziare quanto questi siano esigui: «Quindi per farvi vedere il volume […] da questo volume potete intuire […] ecco, molto, molto scarne, sono delle mezze paginette»212.

Il Presidente fa poi un confronto con la realtà della Regione Lombardia, dalla quale proviene, in merito alle professionalità dei servizi che valutano gli abbinamenti di minori con le coppie: «Qui – dichiara – potremmo aprire dei tavoli di discussione e di collaborazione. E poi concordo […] è vero che viene posta una grande attenzione nella valutazione delle coppie adottive e forse altrettant attenzione e risorse non vengono destinate alla valutazione delle coppie affidatarie: anche qui si potrebbero aprire dei fronti, no? Come sono organizzati qui i servizi affidi? Chi fa le valutazioni delle coppie che fanno domanda di idoneità genitoriale? E’ pensabile di mettere insieme questo tipo di servizi, in modo che competenze specifiche… perché c’è anche il problema della rotazione dei servizi, degli assistenti e degli psicologi, no? Per cui in realtà è difficile acquisire una specializzazione, se non si fa per un certo periodo piuttosto lungo questo mestiere, per cui forse porsi il problema di immaginarsi un servizio composito che faccia adozioni e affidi come servizio di valutazione, come una volta facevano le Asl negli anni. Mi ricordo che in Lombardia c’erano questi servizi delle Asl che facevano le valutazioni per gli affidi e per le adozioni, per esempio, con personale specializzato che sapeva anche quali erano le caratteristiche utili e interessanti da valutare ai fini dell’affido e ai fini dell’adozione. E allora come avviene questo su questo territorio francamente non sono in grado di dirlo: lo devo scoprire, perché mi piacerebbe appunto capire come funzionano i servizi affidi, come funzionano.. comunque è vero che, da quello che si vede, sembra che ci siano più risorse in un settore e forse meno in un altro che invece è molto sviluppato qui in Toscana, mi sembra che l’affido eterofamiliare sia uno strumento molto utilizzato, no?»213

Oltre alla brevità delle relazioni dei servizi, alla formazione delle famiglie affidatarie e alle professionalità dei servizi socio sanitari, il Presidente affronta tuttavia anche un altro problema che a suo modo di vedere costituisce il punto centrale dell’affido: «Adesso queste scadenze non è che siano così formali da venire sempre rispettate, quindi non mi pare che il problema sia la scadenza delle relazioni, ma se c’è stato un lavoro a monte di verifica della situazione periodico e se poi questo periodicamente si concretizza in una relazione di aggiornamento del caso, perché questo è il problema, il problema è come si fanno gli affidi e come si governano gli affidi. Io credo che questo sia un problema centrale […]»214. Anche il Presidente del Tribunale affronta la questione di chi debba seguire il progetto di affidamento: «(I servizi, ndr) dell’ente affidatario, che sono quelli del domicilio di soccorso iniziale. E poi bisogna vedere i provvedimenti, perché magari poi i provvedimenti mutano con il tempo l’ente affidatario del minore»215.

Il presidente Laera risponde anche alle domande che approfondiscono le modalità di governo del sistema dei controlli da parte dei servizi: «Per quanto riguarda l’operato dei servizi sociali, bisognerebbe verificare come sono organizzati al loro interno i servizi. I servizi a cui vengono affidati i minori certo che hanno il dovere di controllare come vengono gestiti […] Quello che voglio dire è che certamente l’ente affidatario ha il dovere di verificare la situazione dei bambini che gli sono affidati. Poi come queste verifiche avvengano e quali risorse effettive ogni singolo Comune o ente affidatario abbia al suo interno in grado di svolgere questo lavoro, francamente questo credo che sia un problema, perché se i Comuni piccoli hanno scarso personale e scarsi servizi sociali, questo credo che sia un problema più generale, non legato a quel singolo servizio a quella singola assistente sociale. Certo poi all’interno di questo credo debbano essere valutate le responsabilità dei singoli, no? Questo credo che sia un compito che forse andrà affrontato anche da parte dei Comuni, però questo è un problema più generale di quante risorse vengono destinate ai servizi sociali; quante assistenti sociali abbiamo sul territorio? E ogni assistente sociale di quanti minori si deve occupare? Perché credo che questo debba essere preliminare a individuare poi la responsabilità dei singoli, no? Perché se un’assistente sociale ha cento bambini da seguire potrà seguirli meno bene di una che ne ha dieci, quindi comunque che ci sia un dovere di farlo credo proprio che si possa dire, perché quando si affida l’ente affidatario ha l’obbligo di curare l’istruzione, l’educazione e il mantenimento dei bambini»216. Un ulteriore passo avanti su chi debba presidiare i controlli sui progetti di affidamento è stato ben messo in luce da uno degli interventi finali del Presidente del Tribunale anche se, come si leggerà, si parla di un controllo ben specifico: «Ho verificato che sulla carta esiste una commissioncina interna al Tribunale istituita dal mio predecessore, quello che ha fatto il facente funzioni, con dei giudici onorari che dovevano proprio occuparsi della verifica della situazione dei bambini in comunità, non mi risulta che finora abbia funzionato granché, invece è mia intenzione dedicare molta attenzione. Una delle prime cose che ho detto ai colleghi è stata, guardate, a me quello che importa è che il nostro lavoro principale sia verificare, primo, che gli allontanamenti vengano fatti quando debbono essere fatti, ma che una volta che collochiamo i bambini fuori dalla famiglia non ne perdiamo il controllo, quindi che il Tribunale debba farsi carico di questo compito beh, certo, non è nei nostri compiti, non so, noi facciamo il provvedimento, li affidiamo e poi dovrebbero essere altri quelli che fanno i controlli; soprattutto nel momento in cui i fascicoli non sono più pendenti, ma sono definitivi per noi è un fascicolo chiuso, va in archivio e, se non c’è un sistema efficace di controllo di quello che succede dopo, noi francamente abbiamo ben poche armi, perché il controllo delle comunità, che prima era del Tribunale per i Minorenni, è stato demandato dalla legge alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni, che però ha un controllo mirato a un obiettivo specifico che è quello di verificare che vi siano collocati minori non segnalati, questo è il compito della Procura della Repubblica»217. Dall’audizione con il Presidente del Tribunale è emerso anche un mea culpa che evidenzia come il rapporto «squilibrato» tra Tribunali e Servizi sociali si sia strutturato nel tempo: «Troppa contiguità con le comunità e con i servizi sociali secondo me è sbagliata: c’è stato tutto un lavoro, un dibattito che ruota attorno al ruolo dei giudici minorili, del giudice amministratore e del giudice terzo, noi veniamo da una cultura del giudice minorile, che era il cosiddetto giudice amministratore che lavorava in stretta sinergia con i servizi sociali, difatti una delle accuse che venivano mosse, in definitiva, a questo tipo di giustizia è di essere troppo contiguo il giudiziario con la Pubblica amministrazione e quindi di non svolgere efficacemente quel ruolo di garanzia che invece dovrebbe essere proprio del giudice»218.

Come si diceva nella parte iniziale del paragrafo, anche il Tribunale fa emergere problemi in seno alla gestione del progetto di affidamento da parte dei soggetti istituzionali coinvolti, chiamandosi in causa in prima persona come organo istituzionale. D’accordo con la Presidente del Tribunale, la Commissione ha rinvenuto la necessità di formalizzare in un accordo con la Regione Toscana le lacune esistenti soprattutto, a detta del Tribunale, a partire dall’«impegnarci a costruire dei servizi specialistici che sappiano quello che fanno, poi potranno anche sbagliare nella scelta della soluzione, ma lo faranno dopo aver utilizzato tutti gli strumenti diagnostici e prognostici necessari, non lavorando sull’emergenza come mi sembra che talvolta si faccia»219. La Commissione ha quindi intenzione di segnalare gli aspetti critici da modificare.

8.4 Spunti per una revisione delle politiche regionali in materia di affido

A fronte dei lavori svolti dalla Commissione d’Inchiesta e dei punti discussi nel paragrafo precedente, si possono sintetizzare nell’elenco che segue alcuni spunti di le forme, le procedure e i controlli sull’istituto dell’affidamento familiare. Una prima proposta di revisione delle politiche regionali in materia di affido può iniziare aggiornando e ordinando la materia preferibilmente entro un testo unico. Le norme regionali che regolano la materia risalgono infatti al 1993, poi al 1997 e infine le linee guida in materia di affidamento del 2006. Gli obiettivi principali che dovrebbero sovrintendere meglio la materia potrebbero essere:

  • prevenire il fenomeno dell’allontanamento familiare;
  • incrementare l’affidamento consensuale supportando la famiglia di origine;
  • promuovere forme alternative all’affido (es. affido diurno e part-time) o facilitare i provvedimenti di adottabilità;
  • individuare referenti certi per potenziare il sistema dei controlli sui soggetti responsabili dell’affidamento familiare;
  • facilitare il rientro nella famiglia di origine.

Inoltre la Commissione d’Inchiesta auspica che:

  1. Siano rivisti e potenziati – con l’apporto del Tribunale dei Minori, dei Centri affido dei Comuni e delle maggiori associazioni del terzo settore – gli indirizzi in materia di affidamento ex Delibera di giunta 139 del 2006 soprattutto ai paragrafi:
  • 4 Indicazioni operative organizzative laddove sono tra l’altro stabiliti i punti:
  1. coordinamento organizzativo, a livello di zona socio-sanitaria, fra i servizi sociali dei Comuni ed i servizi dell’Azienda Usl per lo sviluppo di percorsi assistenziali integrati;
  1. individuazione a livello di zona socio-sanitaria di un’area definita degli interventi minorili e nomina di un responsabile con compiti di coordinamento delle attività professionali;
  1. promozione delle relazioni comunitarie e sviluppo del lavoro di rete istituzionale e professionale e con gli altri soggetti sociali che operano nel settore dei minori e della solidarietà interfamiliare;
  1. superamento della parcellizzazione degli interventi per l’infanzia, l’adolescenza e la famiglia, da impostarsi e realizzarsi con l’impegno di operatori sociali, sanitari e educativi e condividendo obiettivi, responsabilità, interventi e risorse;
  1. attribuzione all’assistente sociale del Comune territorialmente competente, della presa in carico del caso, con la responsabilità della “regia” del progetto individuale e con l’impegno di facilitare l’apporto integrato delle altre competenze professionali necessarie per lo sviluppo del percorso socio-assistenziale.
  • 5 Il percorso assistenziale dell’affidamento di minori, dove si ravvisa la necessità e l’urgenza di rafforzare dal punto di vista di risorse umane ed economiche le reti e i soggetti istituzionali sopra richiamati al fine di supportare adeguatamente i servizi operanti.

In particolare, alla luce di quanto è accaduto al Forteto e, di quanto potrebbe essere accaduto altrove o potrebbe nuovamente verificarsi anche sotto altre forme di violenze ed abusi, si ravvisa la mancata applicazione della previsione delle linee guida dove si recita:

Fra le condizioni indicate per l’idoneo sviluppo del percorso affidatario si individuano in particolare:

  1. la costituzione di una équipe stabile di assistenti sociali e psicologi (quantità e quali Istituzioni) che, ferma restando la responsabilità del caso ad un assistente sociale, sia impegnata in forma continuativa su tutto il percorso dell’affidamento in modo da rendere effettiva la continuità assistenziale;
  1. l’apporto collaborativo di tutti i servizi e degli operatori il cui intervento può essere richiesto in relazione alle esigenze del minore e della famiglia;
  1. la verifica del progetto di affidamento in tempi programmati in modo da apportare correzioni al percorso definito e corrispondere all’impegno di tenere costantemente informati rispettivamente il Giudice tutelare o il Tribunale per i Minorenni e di presentare la relazione semestrale sull’andamento del programma assistenziale.

Per questo ultimo punto è necessario rendere più semplici le verifiche dell’andamento degli affidi magari aumentando, per ragioni di risparmio di risorse e di sostenibilità economica, la collaborazione tra vari servizi sociali: il fatto che i responsabili dell’affido siano i servizi di provenienza del minore, nei casi in cui il minore venga affidato a famiglie o strutture distanti scoraggia il controllo. Bisogna rendere più agevole tale controllo coinvolgendo i servizi del territorio dove si trova il minore, ma è indispensabile che questi servizi si assumano la responsabilità diretta di ciò che fanno anche se per conto di servizi di altri territori.

  • 6 Impegni della Regione, punto 3: questa Commissione chiede di dare priorità alla definizione operativa definita nel suddetto passaggio, laddove si afferma l’impegno della «promozione e sviluppo di reti locali e modalità di integrazione operativa a sostegno della qualificazione degli interventi, anche attraverso la definizione di appositi protocolli operativi, sia tra le diverse figure professionali, sia tra servizi, istituzioni, associazioni familiari e Tribunale dei minorenni, tenuto conto del rilievo assunto dalle azioni di sistema previste dalla L.R. 41/05».

Tuttavia, alla luce di quanto esposto sopra, preme inserire tra le urgenze degli uffici regionali la formazione degli operatori socio sanitari preposti agli affidi così come già stabilità al punto 4 lettera c): «Organizzazione di percorsi formativi e di aggiornamento per gli operatori impegnati nelle attività di affidamento, al fine di permettere una risposta sempre più specifica ed efficace ai bisogni espressi dalle famiglie e dai minori».

Si chiede inoltre di rivedere i ruoli e compiti dei soggetti che decidono dell’affidamento (Istituzioni e servizi) inserendo anche strumenti di sanzione laddove siano riscontrate negligenze da parte dei servizi e accertate le responsabilità. Si chiede quindi un sostanziale potenziamento del controllo regionale sugli assistenti sociali dipendenti delle Aziende Sanitarie e operanti presso i Comuni o loro enti consorziati, e sui soggetti da questi individuati per il percorso dell’affido.

Si auspica che siano inserite linee di indirizzo specifiche per l’affidamento dei neonati e dei bambini piccoli sempre secondo il principio di preferenza familiare piuttosto che l’accoglienza in comunità e strutture residenziali.

Si chiede anche, laddove siano emerse responsabilità e negligenze dei servizi sociali, che vengano applicati gli opportuni provvedimenti sanzionatori nei confronti loro e nei confronti dei dirigenti che non ne hanno controllato l’operato.

  1. Sia rivista la Deliberazione del Consiglio regionale n. 348 del 25 luglio 1994 Direttive ai Comuni e alle unità sanitarie locali per la costituzione e il funzionamento del servizio per l’affidamento familiare. Nella deliberazione si afferma che «I servizi hanno la responsabilità di scegliere, per ogni minore, il percorso che meglio risponde alle sue esigenze, dopo una approfondita valutazione del suo vissuto e dei suoi bisogni evolutivi, in riferimento all’età, alle difficoltà che manifesta e alle prospettive di cambiamento della sua famiglia». Necessario adeguare il principio secondo cui i Servizi hanno la responsabilità di seguire tutto il percorso assistenziale di affidamento e hanno l’obbligo di conoscere e verificare l’andamento del progetto di affidamento stesso. Ai punti 6.2 e 6.3 viene infatti spiegata quale sia la procedura di affidamento, quali siano gli elementi fondamentali su cui deve incentrarsi l’azione di tutti i soggetti coinvolti ma principalmente i Servizi che effettuano l’affidamento, la famiglia affidataria che riceve il minore, il minore stesso e la famiglia di origine. La Commissione ritiene di approfondire meglio gli aspetti descritti al punto 6.2. legati alla formazione delle famiglie affidatarie ma anche al loro sostegno economico (di cui parleremo oltre) e supporto con ogni risorsa professionale occorrente.
  1. Sia rivista la Delibera del Consiglio regionale n. 364 del 21 settembre 1993 Direttiva su criteri e modalità di sostegno economico per l’affidamento familiare, Allegato Criteri e modalità di sostegno economico alle famiglie e alle persone che hanno minori in affidamento. Qui sono indicati i criteri per il sostegno economico da parte degli enti locali. Al punto 1, essa stabilisce che «in attuazione di quanto previsto dalla legge 4 maggio 1983, n. 184, art. 80 c. 3 e dalla L.R. 16 aprile 1980, n. 28, art. 9 , c. 1, alle famiglie o alle persone singole che hanno minori in affidamento è corrisposto un assegno di base, determinato secondo i criteri indicati nei punti successivi.

 L’assegno di base è erogato al fine di riconoscere la natura di servizio dell’opera svolta dagli affidatari e di concorrere a rimuovere eventuali impedimenti economici che dovessero ostacolare famiglie e persone disponibili ed idonee ad impegnarsi nell’affidamento». La legge nazionale (L.184/1983 art.80 comma 3) stabilisce che siano le Regioni a determinare le condizioni e le modalità di sostegno economico alle famiglie e alle persone che hanno in affidamento il minore affinché l’affidamento possa fondarsi sulla disponibilità e l’idoneità all’accoglienza indipendentemente dalla condizione economica. La Commissione richiede di rivedere i criteri di determinazione dell’assegno di base corrisposto alle famiglie e di prevedere dei ‘bonus’ extra per le situazioni in cui il minore sia affetto da patologie invalidanti o soffra di particolari disabilità.

 Si chiede inoltre di verificare la possibilità di inserire una forma di affiancamento, monitoraggio ed anche di sostegno ai percorsi di avvio verso l’autonomia per i ragazzi in affido familiare, anche dopo il raggiungimento della maggiore età.

  1. Sia facilitata la diffusione della cultura dell’accoglienza e dell’affido nelle scuole (ruolo dell’Istituto dell’Innocenti);
  1. Sia sviluppato e rafforzato il protocollo di collaborazione con il Tribunale dei Minori di Firenze al fine di stabilire certezze sulle competenze e sui ruoli. Siano definite in via prioritaria le forme di collaborazione, condivisione e confronto tra Servizi socio sanitari e Tribunale per l’individuazione di procedure metodologiche ed operative che affrontino i nodi critici dei percorsi connessi alla prevenzione dell’allontanamento dei minori, all’affidamento familiare, all’accoglienza in comunità e all’adozione nazionale ed internazionale e sia inoltre creata una banca dati regionale delle famiglie affidatarie abbinate al nome di un responsabile del servizio, da mettere a disposizione anche del Tribunale dei Minori per favorire affidamenti familiari.

 

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