Allontanamenti facili: atto ispettivo Senato della Vice Presidente della Commissione Infanzia e Adolescenza Enza Blundo.

 “Noto con sommo dispiacere che il sistema di tutela dei minori in Italia presenta falle e disfunzioni tali per cui si può tranquillamente affermare che esiste un vero corto circuito tra le istituzioni deputate ad assistere le famiglie in difficoltà ed in molti casi non risulta neppure una reale tutela del minore.
Ho presentato un’ interrogazione per il caso emblematico di una minore allontanata per le precarie condizioni abitative che non ancora riesce a vedere realizzato il suo desiderio di poter tornare con la madre ed è stata addirittura collocata da Luglio a 600 km di distanza e risulta a tutt’oggi non essere stata iscritta a scuola!”                                                                     Enza Blundo

Atto Senato

Interrogazione a risposta scritta 4-06438 presentata da ROSETTA ENZA BLUNDO
martedì 4 ottobre 2016, seduta n.691 BLUNDO, CATALFO, GIARRUSSO, PUGLIA, SERRA, CAPPELLETTI – Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali, della giustizia e della salute – Premesso che, per quanto risulta agli interroganti:

il 29 novembre 2011, la signora R.P. subiva uno sfratto per morosità dalla casa ove la stessa viveva con la propria figlia minorenne, allora di 8 anni, il proprio compagno convivente, M.D., e il proprio figlio F.S., allora già maggiorenne, e riceveva un alloggio presso la casa del signor Staffa, ufficiale giudiziario che eseguiva lo sfratto, a Perugia in via dei Filosofi n. 31;

l’appartamento, non utilizzato da alcuni anni, era temporaneamente privo della sola energia elettrica, che il proprietario si era premurato di attivare, ma i servizi sociali, effettuando il sopralluogo, evidenziavano la circostanza unitamente a situazioni non rispondenti al vero, quali una presunta mancanza di collaborazione della signora R.P. per un servizio di assistenza domiciliare, attivata già nel 2011 in occasione della richiesta di aiuto economico avanzata dalla stessa. Di fatto sulla base della relazione del servizio sociale, il Tribunale di Perugia emetteva un provvedimento ex artt. 330 e 333 del codice civile dal seguente tenore: «rilevato che dalla relazione dei servizi sociali si evince un grave stato di disagio delle minore derivante dalle precarie condizioni abitative in cui è costretta a vivere, in una casa priva di luce e di riscaldamento in pieno periodo invernale in condizioni igieniche non idonee; ritenuto pertanto la necessità di provvedere con urgenza in sua tutela (…) dispone l’affidamento della minore (…) ai Servizi Sociali del Comune di Perugia e il suo immediato collocamento in una casa famiglia che sarà reperita dagli stessi Servizi Sociali, unitamente alla madre se lo vorrà; vieta alla madre di condurre con sé la figlia allorché volesse allontanarsi da detta struttura»;

di fatto la minore veniva quindi prelevata senza alcun preavviso da scuola e collocata presso “La casa di Pollicino” sita a Marsciano (Perugia). Ivi la raggiungeva, dopo un iniziale ostruzionismo dei servizi sociali, anche la madre, che, tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, veniva a conoscenza di essere gravemente ammalata di tumore ed iniziava ad effettuare i necessari accertamenti. A fronte di tale stato di malattia, i servizi sociali manifestavano la loro assoluta contrarietà a che la madre permanesse presso la struttura con la figlia. Tale stato morboso di fatto veniva “utilizzato” dai servizi sociali di Perugia per persuadere sia la donna che il Tribunale della non opportunità della permanenza della signora nella struttura ospitante la figlia. Nella relazione del 24 luglio 2012, si legge: «a nulla è valso il far presente alla signora che tale comunità, anche per la presenza di minori e donne incinte, poteva non essere adatta ad una persona affetta da tumore. Il Sevizio Sociale ha chiarito che qualora fosse emersa la patologia si sarebbe dovuto valutare insieme a lei cosa dire (…) e soprattutto se fosse opportuna la permanenza insieme alla bambina che a quel punto avrebbe dovuto affrontare con lei questo difficile percorso»;

successivamente, su richiesta dei servizi sociali di Perugia, i quali lamentavano che la madre mostrasse «difficoltà a relazionarsi in modo adeguato con la bambina», si disponeva un approfondimento sulle competenze genitoriali della signora R.P. e contemporaneamente si dava avvio a un progetto volto all’affidamento etero-familiare della minore;

il Tribunale per i minorenni dell’Umbria incaricava la Usl Umbria n. 1 di effettuare una valutazione psicodiagnostica relativa al rapporto madre-figlia, che di fatto si esprimeva in termini assolutamente positivi. In particolare, nella relazione del 30 gennaio 2013, si legge che «l’incontro tra madre e figlia ha permesso di rilevare l’esistenza di una forte carica affettiva, di un’efficace capacità, da parte della madre, di riflettere e rispondere alle richieste della bambina, così come di saperla contenere nei momenti in cui era necessario rassicurarla, oppure fermarla per preservare lo spazio di conversazione con gli operatori. La bambina ha dimostrato di riconoscere nella madre un sicuro punto di riferimento e di saperne fare uso per rispondere ai propri bisogni. Nel corso degli incontri madre e figlia hanno dimostrato un atteggiamento difensivo e di forte alleanza per difendere la loro unione ed allontanare lo spettro di una loro separazione»;

successivamente, a causa delle terapie a cui la signora R.P. veniva sottoposta dopo aver subito un importante intervento chirurgico di “quadrantectomia” (eliminazione delle ghiandole mammarie e ascellari compreso il cavo ascellare), la stessa veniva intimata dai servizi sociali, col sostegno del Tribunale per i minorenni umbro, a lasciare la struttura, poiché la propria permanenza era valutata incompatibile con l’ambiente. Madre e figlia venivano di fatto divise il 4 marzo 2013, con possibilità per la madre di incontrare la figlia solo un’ora al mese, aumentata fino a 2 a seguito dell’insistenza della mamma. La signora, recatasi a Voghera (Pavia) dal compagno, si vedeva quindi costretta ad effettuare il viaggio Voghera-Perugia della durata di 9 ore (andata e ritorno), per poter mantenere una, seppur minima, relazione con la figlia, la quale piangeva e chiedeva la vicinanza della madre;

considerato che:

alla luce della citata documentazione, la povertà della signora e la malattia che l’ha colpita sarebbero stati i motivi determinanti per la separazione madre-figlia; la minore veniva collocata presso una famiglia affidataria milanese dal settembre 2014 al giugno 2016. In tutto il periodo, sebbene il Tribunale di Perugia avesse incaricato i servizi sociali di Milano, in collaborazione con quelli di Voghera, paese di residenza della madre, di vigilare sul rapporto della bambina con la madre naturale nonché di sostenere la famiglia affidataria, il predetto servizio rimaneva inerte;

i servizi sociali di Voghera in data 3 settembre 2013 informavano, a seguito della visita domiciliare effettuata presso il nucleo familiare P.-D., sulla situazione abitativa dello stesso nucleo nonché sul reddito della signora, pari a 800 euro per 13 mensilità;

nonostante la relazione non facesse emergere alcun dato negativo rispetto al rientro della minore in famiglia, e proprio mentre sembrava che ciò potesse gradualmente effettivamente avvenire, i servizi sociali evidenziavano presunti comportamenti molesti nei confronti della minore da parte del signor M.D., compagno della madre, sulla cui relazione con la bambina fino ad allora non era mai stato posto alcun dubbio. In particolare, nella relazione dell’11 agosto 2015 a firma dell’assistente sociale, si legge che «tutto questo faceva ipotizzare fino a qualche settimana fa, che il progetto sarebbe proseguito in direzione di un graduale riavvicinamento (…) al nucleo di origine, con l’ampliamento del tempo trascorso con la madre, rimasto fino ad allora con cadenza mensile e in “spazio protetto”, per arrivare ad un’autonomia di gestione delle relazioni ed alla permanenza presso il nucleo di origine durante i fine settimane e le vacanze»;

considerato inoltre che:

il progetto di graduale riavvicinamento della minore al nucleo familiare d’origine viene di fatto polverizzato e dissolto da una sorta di “confidenza” che la madre affidataria avrebbe ricevuto dalla minore circa presunte particolari attenzioni ricevute da M.D., inevitabilmente risalenti a più di 4 anni prima, considerando che la bambina dal 2012 lo incontrava in spazio protetto insieme alla madre. Tuttavia, raccolta tale indiretta testimonianza, i servizi sociali hanno di fatto impedito alla madre di poterne parlare con la figlia e a distanza di ben un anno non hanno mai ritenuto di appurare simili circostanze, che gettano più di un’ombra in capo al signor M.D.. Più precisamente, relativamente alla veridicità delle presunte dichiarazioni della minore nella relazione dell’agosto 2015 si legge: «stante l’estrema delicatezza della situazione, il servizio scrivente così come gli affidatari, non sono in grado di stabilire la veridicità ed il senso delle rivelazioni» della minore;

nonostante le difficoltà a trovare un riscontro di attendibilità alle affermazioni della minore, i servizi sociali di Perugia hanno deciso di sospendere immediatamente gli incontri, che già avvenivano da ben 4 anni in spazio protetto in presenza di un educatore, tra quello che fino ad allora era considerato dalla minore come il proprio “buffo papà” e la piccola. Nella relazione del 27 giugno 2016, a distanza di ben più di un anno dalla presunta rivelazione della minore, senza che alcun approfondimento fosse stato eseguito, il servizio, a motivazione dell’impossibilità del rientro della minore ed in nome della sua presunta tutela, decideva di trasferirla in una comunità di Perugia. Il Tribunale di Milano, che dapprima aveva disconosciuto la propria competenza territoriale in favore di quello perugino, di fronte al diniego di Perugia di riconoscere a sua volta la propria competenza, decretava, senza alcuna indagine, processo, né accertamento, e senza aver sentito alcuno degli interessati, la sussistenza di “molestie sessuali” da parte di M.D. nei confronti della minore, e pertanto confermava la collocazione temporanea della minore in comunità a Perugia, affidandola ai servizi di Voghera. Allo stato attuale, pertanto, con decreto del Tribunale dei minori, la bambina è affidata ai servizi di Voghera e non frequenta alcuna scuola;

considerato altresì che a parere degli interroganti è paradossale e, di fatto, materialmente impossibile che i servizi sociali di Voghera, posti ad oltre 600 chilometri di distanza dalla minore, si prendano cura di lei. A ciò si aggiunge anche il fatto, assolutamente non trascurabile, che la madre non vede la propria figlia dal giugno 2015 e non può neanche fare affidamento su alcun programma di incontri;

considerato inoltre che:

negli ultimi anni, con sempre maggiore frequenza, si ravvisano sul territorio nazionale casi in cui gli assistenti sociali promuovono, senza alternative, l’allontanamento dei minori dalle famiglie in situazioni di indigenza e non di reale pericolo per il minore, e così pure insistono in queste vicende evidenti conflitti di interessi tra gli enti che decidono circa i collocamenti in comunità dei minori e quelli che gestiscono queste comunità, a loro volta destinatari di ingenti quote di finanziamento pubblico con totale mancanza di trasparenza circa il loro impiego e di qualsiasi valutazione di riscontro da parte dell’utenza (famiglie di origine e minori);

si tratta di situazioni poco chiare che, a parere degli interroganti, richiederebbero l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta che chiarisca l’effettiva e corretta applicazione della carta dei servizi sociali e del fondo per l’infanzia previsti dalla legge 8 novembre 2000, n. 328, recante “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”, relativa ai criteri di gestione dei fondi pubblici destinati alle attività di tutela dei minori e all’operato di assistenti sociali e psicologi nei casi di allontanamento dei minori dalle famiglie d’origine. La situazione è negli ultimi anni progressivamente degenerata, al punto tale che nell’aprile 2014 la Provincia di Rimini ha siglato con ASL, Tribunale ed ordine degli avvocati un protocollo inerente le procedure legate alla tutela minori, in cui si fa addirittura divieto alle parti ed ai loro rappresentanti legali di rivolgersi direttamente ai servizi sociali, di fatto replicando il modello privo di contraddittorio tipico della camera di consiglio del Tribunale dei minorenni, lesivo, secondo gli interroganti, dei diritti civili dell’utenza, primo tra tutti quello dei minori;

considerato infine che, a parere degli interroganti:

sarebbe necessario verificare: i criteri in base ai quali la minore sia stata nuovamente allontanata dalla madre e le motivazioni che impediscono l’attuazione di un programma di sostegno economico o alla genitorialità, volto ad evitare che l’allontanamento continui a persistere; i criteri di scelta della struttura affidataria; le ragioni effettive che fanno ormai durare da più di 4 anni l’affidamento della minore al di fuori del nucleo familiare d’origine, in evidente contrasto con quanto previsto dalle norme; i motivi per i quali, di fronte ad un’evidente inefficienza e incapacità del servizio sociale nel verificare le circostanze che avrebbero portato M.D. ad essere accusato di molestie sulla minore, il Tribunale ha avallato l’allontanamento della minore dalla madre e dal contesto sociale e scolastico in cui aveva vissuto per 2 anni;

i Tribunali per i minorenni ignorerebbero in numerose circostanze il principio del giusto processo, il che rende necessario un apposito intervento normativo, per ovviare a tale problematica, ancor più grave in quanto incidente sulla vita dei minori,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti e quali siano le valutazioni al riguardo;

se non ricorrano le circostanze per intraprendere le opportune iniziative ispettive e conoscitive previste dall’ordinamento, onde verificare se quanto lamentato dai soggetti coinvolti corrisponda al vero e se non ricorrano le condizioni per adottare i necessari provvedimenti correttivi a tutela delle parti e del corretto esercizio della funzione giurisdizionale;

se siano consapevoli delle gravi conseguenze psicologiche che continui e ingiustificati trasferimenti e allontanamenti dalla madre naturale possono provocare su un minore;

su quali basi siano giustificati i contributi statali percepiti dalle famiglie affidatarie ovvero dalle comunità di accoglienza che ospitano attualmente i minori, alla luce della situazione descritta, indicativa di molte altre simili, frutto, a parere degli interroganti, della distorta interpretazione di circostanze e documenti da parte degli organismi coinvolti nell’iter di allontanamento dei minori dalle famiglie d’origine.

TESTO INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA

Blundo: calvario di un minore di origine abruzzese

 

 

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