ALIENAZIONE PARENTALE: tra psicologia forense e psicologia clinica.

La Parental Alienation Syndrome (PAS), il caso estremo delle difficoltà che possono nascere tra i genitori e i figli in casi di separazione, è stata individuata negli anni ottanta da Richard Gardner, psichiatra forense della Columbia University di New York, e solo recentemente è stata accolta nella psicologia italiana, con la terminologia, dovuta a Gulotta e Buzzi (1998), di “Sindrome di Alienazione Genitoriale”.Gardner (1998) ha formulato tale categoria diagnostica per indicare l’in-tenso rifiuto del bambino verso uno dei due genitori, definito come un adattamento patologico causato dalla combinazione di due fattori: una si-stematica campagna di denigrazione (consapevole o meno) condotta sul bambino da parte di un genitore verso l’altro e il contributo del bambino stesso allo svilimento dell’altra figura genitoriale.                                                                                     Si tratterebbe di un disturbo psicopatologico di soggetti in età evoluti-va, in un’età frequentemente compresa tra i 7 e i 14/15 anni, che insorge nel bambino nel contesto delle controversie per la custodia dei figli. Gar-dner descrive otto principali manifestazioni – o fattori – della PAS; gli stes-si possono essere considerati come criteri d’identificazione della sindrome e si traducono in comportamenti osservabili nel minore. I fattori evidenziati da Gardner sono i seguenti: la presenza di una campagna di denigrazione del genitore alienato da parte del figlio, senza nessuna conseguenza negativa, rimprovero o punizione da parte del genitore alienante; la giustificazione del disprezzo verso di lui attraverso razionalizzazioni deboli, superficiali, as-surde; la mancanza di ambivalenza; il c.d. “fenomeno del pensatore indipen-dente” (costituito dalla negazione delle accuse di aver iniziato e mantenuto una campagna di denigrazione nella mente del figlio, e dall’affermazione da parte del figlio che i suoi pensieri sul genitore alienato sono esclusivamente frutto di proprie riflessioni); l’appoggio “automatico” e acritico al geni-tore alienante da parte del figlio; l’assenza di senso di colpa verso il genito-re alienato da parte sua; i c.d. “scenari presi a prestito” (borrowed scenarios) – quando, cioè, il figlio utilizza parole che appartengono a un linguaggio adulto, e che non fanno parte del vocabolario di un soggetto di quell’età, per descrivere le colpe del genitore escluso; e, infine, l’estensione dell’osti-lità a tutto il contesto familiare del genitore alienato.

A queste otto principali manifestazioni della sindrome l’Autore ha suc-cessivamente affiancato altri quattro fattori (additional differential diagnostic considerations): la difficoltà psicologica del trasferimento presso il genitore alienato, ogniqualvolta questo eserciti il suo diritto di visita; il comporta-mento del minore in tali situazioni; la natura del legame con il genitore alie-nante; e infine la presenza di un legame con il genitore alienato, riferito al periodo precedente al processo di alienazione e, quindi, a prima della sepa-razione (Gardner, 2003).

Walsh e Bone (1999) pongono come “criteri d’identificazione” del proces-so alienante anche il deterioramento della relazione dopo la separazione, cri-terio maggiormente valutabile in senso oggettivo, e la reazione abnorme di paura da parte del minore o dei minori di fronte alla sola presenza del geni-tore alienato, criterio, secondo gli autori, più strettamente psicologico. Rela-tivamente alle intense reazioni di paura, gli stessi autori sostengono che il le-game esclusivo e fusionale voluto e mantenuto dal genitore alienante venga invero veicolato da sensazioni di terrore e di minaccia, che possono gettare il minore in uno stato di vigilanza prolungato. Il minore, infatti, si comporte-rebbe come se fosse impossibilitato a disobbedire al genitore alienante, che nella maggior parte dei casi è il genitore affidatario o collocatario: “my way or the highway!” ovvero “o con me o in mezzo alla strada!”.

Addirittura, in situazioni fortemente conflittuali, il minore può essere usato dai genitori per soddisfare bisogni di sostegno e di conferma della propria validità genitoriale, che possono essere ricondotti “a forme di strumentalizzazione del figlio per soddisfare i propri bisogni difensivi, per pro-iettare su di lui le proprie esigenze insoddisfatte di protezione e di unione familiare, per svalutare l’altro coniuge, per identificare il figlio con se stessi o con quest’ultimo. Il figlio in queste modalità di rapporto rischia di essere oggetto di disconferma e di incontrare problemi nella costruzione del proprio senso di identità” (Malagoli Togliatti, Lubrano Lavadera e Modesti, 2000: p. 49). Kelly e Johnston, (2001) hanno tuttavia dimostrato che la PAS non può essere considerata una categoria diagnostica in quanto il comportamento alienante del genitore è una condizione non necessaria all’insorgere del rifiuto nel bambino (come si evince dai casi in cui il rifiuto del genitore nel bambino emerge in assenza di comportamenti di indottrinamento da parte dell’altro genitore), e, soprattutto, a causa della mancanza di un valido sup-porto empirico nell’identificazione della sindrome stessa. Gli autori pro-pongono quindi una riformulazione del concetto, focalizzando l’attenzione sul bambino alienato piuttosto che sulla relazione fra bambino e genitore alienante, e a tale scopo classificano le relazioni genitore-figlio dopo la se-parazione lungo un continuum che parte da un legame positivo con en-trambi i genitori, passa attraverso l’affinità verso un genitore, l’alleanza con un genitore, e arriva all’alienazione dall’altro genitore, o addirittura al c.d. “estraniamento”.

BAMBINI BAMBINI CON BAMBINI
SENZA PREFERENZA CON PREFERENZA
PREFERENZA AMBIVALENTE NON AMBIVALENTE
ATTACCAMENTO AFFINITA’ CON ALIENATO ALIENATO “DA” UN
VERSO ENTRAMBI UN GENITORE “CON” UN GENITORE GENITORE

L’estraniamento verso un genitore sarebbe, in quest’ottica, la risposta estrema che viene messa in atto dal bambino per sottrarsi agli effetti deva-stanti che la presenza di un genitore gravemente disturbato o abusante può provocare; da rilevare che questa viene considerata una reazione “sana”, che permette al bambino di distanziarsi da un legame patologico.

Al contrario, il bambino alienato nutre un grande rancore verso uno dei genitori, in assenza di concrete motivazioni che giustifichino una tale rea-zione; il bambino ha una reazione esagerata e immotivata al contatto con il genitore alienato, e una visione distorta di lui, alimentata con estrema in-tensità e ferocia. Il minore non può quindi essere considerato solo come vittima dell’alienazione operata dal genitore, ma si deve riconoscere anche il suo ruolo attivo. Egli solitamente diventa attivo in un’età compresa tra i 9 e i 12 anni, in genere dopo un tempo più o meno lungo di affidamento o collocazione presso il genitore alienante, e solo durante l’adolescenza ac-quisisce la capacità di leggere in modo critico i dati; per questo motivo, quando un figlio rifiuta di frequentare un genitore, è necessario prestare at-tenzione al rischio di colludere letteralmente con le sue richieste, e si deve piuttosto indagare a fondo allo scopo di comprendere i motivi del suo ri-fiuto, che costituisce comunque un fattore di perdita, sofferenza e difficoltà evolutiva, a causa del deterioramento dell’immagine del genitore alienato dentro di lui (Malagoli Togliatti e Franci, 2005).

Solitamente, i bambini alienati esprimono un’estrema avversione che può tradursi in “un rifiuto di vedere il genitore in qualsiasi occasione, incluso il setting terapeutico e vogliono parlare solo con gli avvocati e con i periti che credono sosterranno il loro punto di vista” (Kelly e Johnston, 2001: p. 263). Inoltre “un’altra caratteristica dei bambini alienati risulta essere la modalità attraverso la quale essi esprimono la loro storia; le loro affermazio-ni riguardo al genitore rifiutato sono pressochè identiche a quelle del geni-tore con il quale si alleano ma, a differenza dei bambini con alle spalle una storia di abuso, non forniscono alcuna informazione che possa sostenere la loro descrizione. Generalmente questi bambini appaiono molto provati, ir-rigiditi e fragili e utilizzano frequentemente le stesse parole o espressioni degli adulti” (Kelly e Johnston, 2001: p. 263).

Come si nota, Kelly e Johnston hanno riformulato il concetto per sot-tolineare la complessità del fenomeno, in quanto esso può, a loro avviso, es-sere determinato da numerosi fattori, ciascuno dei quali potrà essere signi-ficativo per un particolare bambino e per una particolare famiglia. Gli au-tori sottolineano quindi la necessità di una trattazione approfondita di tut-te le variabili responsabili della distorsione patologica della relazione tra ge-nitore e figlio, allo scopo di sviluppare progetti mirati e interventi terapeu-tici in grado di modificare la profonda alienazione del bambino nei con-fronti del genitore e di dare spazio a tutto il dolore e la sofferenza che da questa derivano.

La PAS è un chiaro esempio di problematica per il cui trattamento è ne-cessaria una cooperazione tra sistema giuridico e psicologi. Questi ultimi hanno bisogno del potere del tribunale perché le loro raccomandazioni sia-no attuate; i tribunali, invece, hanno bisogno che i professionisti forniscano loro consulenza e mettano in atto le terapie adeguate.

Il problema principale è e resta quello della cooperazione tra gli operatori psicologici, i servizi e gli operatori dell’ambito giudiziario (giudici, avvocati) ovvero quello del confronto tra categorie giuridiche e categorie psicologiche.Infatti quello che nasce è un sistema complesso di interazione giudice/coppia-famiglia/consulente. Ad esempio, nel processo di separazione coniugale si possono individuare due fasi, caratterizzate dalla presenza di due sistemi distinti: nella prima, il sistema costituito da giudici, avvocati e parti in causa, che si pone l’obiettivo di pervenire alla separazione coniugale attraverso la ristrutturazione dei vari aspetti psicosociali inclusi nel precedente contratto matrimoniale. In questo sistema vengono prese le decisioni riguardanti i beni mobili e immobili e i figli, e più in generale vengono definite le nuove regole che gli ex componenti della famiglia utilizzeranno per strutturare nel futuro la loro relazione. Nella fase successiva, che si apre qualora la prima fase non sia riuscita a risolvere i conflitti in modo accettabile per tutte le parti, il sistema pone l’attenzione sul figlio e sui suoi bisogni, incorporando al proprio interno anche gli psicologi (Masina e Mon-tinari, 1995: pp. 164-167). Il consulente tecnico è quindi colui che si trova collocato “in mezzo” ai due contesti: quello giudiziariovalutativo, formato da giudice, avvocati e parti in causa, e quello valutativo-trasformativo, formato da psicologi, minore, padre, madre e avvocati (Malagoli Togliatti, 1995).

La nostra impostazione riprende in parte la suddetta teorizzazione, ma la amplia a ricomprendervi anche le dinamiche della consulenza tecnica, incorporandovi anche i consulenti tecnici di parte, con la costruzione di uno schema ancora più complesso, allo scopo di individuare con chiarezza e precisione quelli che sono i differenti livelli che si intersecano e interagiscono tra loro.

È indispensabile dire che se lo psicologo clinico è solitamente padrone dei suoi spazi, sia che lavori in un contesto pubblico che in un contesto pri-vato, nel campo delle contese giudiziarie di separazione in cui si richiede il suo intervento non lo è. Intorno a lui, intorno al bambino, spesso infuria la battaglia (Verde, 2007), che investe pesantemente la vita di tutti i componen-ti del nucleo familiare e in particolare quella dei bambini: spesso gli avvo-cati perseguono la logica della guerra – mors tua, vita mea –1 e tendono, assumendo su di sé e agendo le difese proiettive del cliente (identificazione proiettiva), a farsi carico della “rabbia” della propria parte e a combattere la battaglia al posto suo. Potrebbero essere definiti i “capitani di ventura” di queste guerre giudiziarie: in altre parole, le parti in dissidio ricorrono agli eserciti dei legali, ai quali davvero trasferiscono il conflitto. Tutto ciò per-mette una certa modulazione dello stesso, visto che lo strumento giudizia-rio permette di esprimerlo in modo misurato e formale.

1 Espressione utilizzata da F. Fornari in Il codice vivente (1981) che definisce perfettamente quella che è la logica sottesa all’arte militare, per la quale occorre colpire per primi il nemico se si vuole evitare di morire al posto suo.

Questo schema complesso ha il merito di rendere più semplice l’analisi dei diversi piani di azione e di interazione tra i soggetti; non solo, lo sche-ma consente di evidenziare la doppia delega del conflitto che le parti fan-no a avvocati e psicologi. Alla base (due triangoli neri in grassetto), le due parti in conflitto (ciascuna rappresentatata dal genitore, dal legale, dallo psi-cologo cui i primi due sono rivolti); fra gli avvocati e il giudice, collegati da un tratto più sottile, il triangolo del giudizio; fra i consulenti, il triangolo della consulenza psicologica. In basso, il triangolo della famiglia originaria, con al vertice inferiore i figli legati a entrambi i genitori, e, fra i genitori, il tratto del dissidio che li ha condotti in tribunale.

Il triangolo della CTU si differenzia da quello del giudizio per la maggiore attenzione al benessere del minore o dei minori coinvolti, in un’ottica di promozione della funzione genitoriale e della bigenitorialità, cercan-do di far sì che si apra uno “spazio” psicologico di ascolto e di collabora-zione fra due persone altrimenti in una situazione di conflitto estremo: è evidente la natura paradossale di questo obiettivo.

Il caso limite si verifica quando i due triangoli, del giudizio e della consulenza, si riducono a uno: in questo caso, la situazione di CTU non si è potuta differenziare dalla situazione giudiziaria, per una serie di motivi: ad esempio, il CTU è incompetente e non tutela la genitorialità di una parte o per errori legati alla sua insufficiente formazione, o per il coinvolgimen-to nel conflitto; oppure, uno dei consulenti di parte o entrambi non lavo-rano per la genitorialità, ma per la vittoria della propria parte, colludendo con il bambino “narcisistico” del cliente e non differenziando da quest’ul-timo il bambino “reale”, con le sue concrete esigenze e bisogni; nel caso peggiore, un conflitto personale proprio del consulente di parte o degli av-vocati ha perturbato lo svolgimento della consulenza.

Centro Antiviolenza Bigenitoriale onlus: diagnosi su un bambino alienato

Centro Antiviolenza Bigenitoriale onlus: tentativo di allontanamento del minore dal padre

Oltre la teoria della PAS: sentenza Cassazione 6919/2016

La consulenza tecnica di parte nelle cause di separazione e divorzio fra psicologia forense e psicologia clinica

Area scientifica

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