Padri separati: la CEDU condanna l’ Italia. I casi Bondavalli, Strumia, Giorgioni.

Il caso Strumia

Il caso GIorgioni

Causa Bondavalli c. Italia – Quarta Sezione – sentenza 17 novembre 2015 (ricorso n. 35532/12)

Provvedimenti riguardanti minori – Restrizione del diritto di visita del genitore non affidatario – Decisione adottata sulla base di rapporti viziati da parzialità – Mancata adozione da parte delle autorità nazionali di misure atte a garantire il diritto di visita – Violazione del diritto alla vita privata e familiare – Sotto il profilo dell’inadempimento degli obblighi positivi dello Stato discendenti dall’art. 8 CEDU – Sussiste.

Integra la violazione dell’art. 8 CEDU, sotto il profilo dell’inadempimento degli obblighi positivi dello Stato, la mancata adozione da parte delle autorità nazionali di misure adeguate e sufficienti a garantire il rispetto del diritto di visita del padre non affidatario.

Fatto. Il caso prende le mosse dalle difficoltà di un padre non affidatario di esercitare il diritto di visita al figlio minore.

Data la delicatezza e complessità della situazione – e anche alla luce dell’accusa mossa dal ricorrente di maltrattamenti ai danni del minore da parte della madre – il tribunale per i minorenni incaricò i servizi sociali di seguire la vicenda familiare e di regolare la questione del diritto di visita, anche tramite incontri protetti.

I servizi sociali locali attestarono una situazione stressante per il minore che, a loro giudizio, era dovuta al comportamento del padre. Essi affermarono altresì che i presunti maltrattamenti da parte della madre erano frutto di un disturbo psichico di cui soffriva il ricorrente, come riconosciuto dalla perizia psichiatrica ordinata dal tribunale.

Il ricorrente contestò le relazioni negative redatte dagli assistenti sociali, che avevano determinato una drastica compressione del suo diritto di visita, lamentandone la parzialità in quanto l’autrice delle perizie psichiatriche era legata da un rapporto di colleganza con la madre del bambino. Egli chiese a più riprese una nuova relazione peritale, ma tutte le richieste vennero respinte.

Nel corso degli anni gli incontri tra padre e figlio si svolsero in maniera altalenante. Proprio in ragione delle difficoltà di fronte alle quali il ricorrente diceva di essersi trovato nell’esercitare il suo diritto di visita, da ultimo, il 4 febbraio 2015, egli sporse denuncia contro il responsabile dei servizi sociali, lamentando che si erano svolti più di 170 incontri senza che i servizi sociali avessero apportato o previsto cambiamenti per favorire una buona relazione padre-figlio.

Il ricorrente ha quindi adito la Corte EDU lamentando la violazione del suo diritto al rispetto della vita familiare, in quanto i giudici nazionali non avrebbero rispettato e garantito concretamente il suo diritto di visita al figlio minore. In particolare, il ricorrente riferiva che la restrizione del suo diritto di visita era frutto di una perizia psichiatrica parziale, in ragione dell’esistenza di un legame professionale tra la madre del minore e l’autrice della perizia stessa nonché i servizi sociali.

Diritto.

Diritto al rispetto della vita privata e familiare (art. 8 CEDU). Come la Corte ha più volte rammentato, se l’articolo 8 della Convenzione ha essenzialmente ad oggetto la tutela dell’individuo dalle ingerenze arbitrarie dei poteri pubblici, esso non si limita ad ordinare allo Stato di astenersi da tali ingerenze: a tale obbligo negativo possono aggiungersi obblighi positivi volti a garantire l’effettivo esercizio del diritto alla vita privata e familiare. Simili obblighi possono implicare l’adozione di misure tese a facilitare le relazioni reciproche fra individui, tra cui la predisposizione di strumenti giuridici adeguati e sufficienti ad assicurare i legittimi diritti degli interessati, nonché il rispetto delle decisioni giudiziarie ovvero di misure specifiche appropriate. Tali strumenti giuridici

devono permettere allo Stato di adottare misure atte a riunire genitore e figlio, anche in presenza di conflitti fra i genitori.

Essa rammenta altresì che gli obblighi positivi non implicano solo che si vigili affinché il minore possa raggiungere il genitore o mantenere un contatto con lui, bensì comprendono anche tutte le misure propedeutiche che consentono di giungere a tale risultato.

La Corte rammenta che non è suo compito sostituire la propria valutazione a quella delle autorità nazionali competenti, in quanto queste ultime, in linea di principio, si trovano in una posizione migliore per procedere ad una valutazione di questo tipo. Tuttavia, nel caso di specie, la Corte non può ignorare il fatto che, più volte, il ricorrente ha messo in discussione la parzialità dei servizi sociali e della psichiatra autrice della perizia in ragione dell’esistenza di un legame tra loro e la madre del minore, e che questi ricorsi sono stati respinti dai giudici interni.

La Corte fa presente di aver già sanzionato le autorità italiane per non aver tenuto conto dell’esistenza di un legame tra il perito incaricato di eseguire una valutazione psicologica del minore e il nonno di quest’ultimo (Piazzi c. Italia, n. 36168/09, § 61, 2 novembre 2010). Nella presente causa, la Corte rileva che l’esistenza di un legame tra la madre del minore, i servizi sociali e la psichiatra incaricata di redigere la perizia sulla famiglia era evidente, dal momento che fra loro vi erano legami professionali.

La Corte ritiene che non soltanto sarebbe stato nell’interesse del ricorrente ma ancor di più nell’interesse del minore che i giudici avessero risposto favorevolmente alle richieste del ricorrente, incaricando un altro esperto – indipendente e imparziale – di eseguire una nuova perizia, e affidando il sostegno psicologico del minore ai servizi sociali di un altro comune. Sulla base di questi nuovi rapporti, il tribunale e la corte d’appello avrebbero potuto valutare meglio la necessità di restringere o ampliare il diritto di visita del ricorrente, tenendo anche conto delle perizie prodotte da quest’ultimo secondo le quali egli non soffriva di disturbi della personalità tali da giustificare la restrizione del diritto di visita lamentata.

La Corte rileva, inoltre, che i giudici interni non hanno adottato alcuna misura appropriata per creare le condizioni necessarie alla piena realizzazione del diritto di visita del padre del minore. Sebbene nel caso di specie le autorità si sono trovate di fronte a una situazione molto difficile dovuta soprattutto alle tensioni esistenti tra i genitori del minore, la Corte rammenta che la mancanza di collaborazione tra genitori separati non può dispensare le autorità competenti dal mettere in atto tutti i mezzi che permettono di mantenere il legame familiare. Nel caso di specie, le autorità nazionali non hanno fatto ciò che si poteva ragionevolmente attendere da loro, dal momento che il tribunale e la corte d’appello si sono limitati a restringere il diritto di visita del ricorrente sulla base delle perizie negative prodotte dai servizi sociali e dagli psicologi che lavoravano nella stessa struttura amministrativa della madre del minore.

La Corte ritiene che la procedura avrebbe dovuto prevedere delle garanzie appropriate per proteggere i diritti del ricorrente e prendere in considerazione i suoi interessi. La Corte constata che i giudici non hanno proceduto con la diligenza necessaria e che, da circa sette anni, il ricorrente dispone di un diritto di visita molto limitato. Inoltre, tenuto conto delle conseguenze irrimediabili che il trascorrere del tempo può avere sulle relazioni tra il figlio e il ricorrente, la Corte ritiene a questo proposito che spetterebbe alle autorità nazionali riesaminare, entro breve tempo, il diritto di visita del ricorrente tenendo conto della situazione attuale del minore e del suo interesse superiore.

Alla luce di tali considerazioni, e nonostante il margine di apprezzamento dello Stato convenuto in materia, la Corte ritiene che le autorità nazionali non si siano adoperate in maniera adeguata e sufficiente per far rispettare il diritto di visita del ricorrente e abbiano dunque violato il diritto dell’interessato al rispetto della sua vita familiare. Pertanto vi è stata violazione dell’articolo 8 della Convenzione.

Equa soddisfazione (art. 41 CEDU). Ai sensi dell’art 41 della Convenzione, la Corte ha riconosciuto 10.000 euro per i danni morali e 15.000 euro per le spese.

RIFERIMENTI NORMATIVI

Art. 8 CEDU Art. 41 CEDU

PRECEDENTI GIURISPRUDENZIALI

Art. 8 CEDU – relativamente agli obblighi positivi dello Stato quanto al mantenimento dei legami familiari: Zawadka c. Polonia, n. 48542/99, § 53, 23 giugno 2005; Ignaccolo-Zenide c. Romania, n. 31679/96, § 108; Sylvester c. Austria, nn. 36812/97 e 40104/98, § 68, 24 aprile 2003; Zavřel c. Repubblica ceca, n. 14044/05, § 47, 18 gennaio 2007; Mihailova c. Bulgaria, n. 35978/02, § 80, 12 gennaio 2006); Kosmopoulou c. Grecia, n. 60457/00, § 45, 5 febbraio 2004; Amanalachioai c. Romania, n. 4023/04, § 95, 26 maggio 2009.

Art. 8 CEDU – sull’obbligo dello Stato di adottare ogni misura necessaria a garantire l’esercizio del diritto di visita: Macready c. Repubblica ceca, nn. 4824/06 e 15512/08, § 66, 22 aprile 2010.

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