Alienazione Parentale. Marie Claire: il costume e la monopinna da sirenetta. Anna Alberti.

Una storia di fantasia che sintetizza più racconti

 
Il Centro Antiviolenza Bigenitoriale onlus ringrazia la redazione di Marie Claire nella persona della Dott.ssa Anna Alberti e le mamme che con la loro testimonianza hanno reso possibile gettare ulteriore luce su un fenomeno ancora poco conosciuto, facendolo dalle pagine di una rivista che si rivolge ad un target femminile molto ampio.
L’auspicio è quello che la tematica non diventi campo di battaglia tra i generi ma resti focalizzata sulla salute dei bambini; che valga – anche – come contributo solidaristico ai genitori ed al ramo parentale tutto, vittime di Alienazione Genitoriale.
Rimangono fermi condanna e disprezzo verso le compagini di detrattori e negazionisti appartenenti a certe aree del femminismo asservite alla politica che, pro domo loro, promuovono differenti diritti, discriminando, e, nel caso dell’Alienazione Genitoriale, trascinando gli attori coinvolti in una insidiosa guerra tra i sessi, il cui bottino sono i figli.
R.B.
MARIE CLAIRE ottobre 2017
Di Anna Alberti
Diritti Riservati
IL COSTUME E LA MONOPINNA DA SIRENETTA, per immaginarsi principessa degli abissi. La sua voce che risuonava dalla strada, quando tornava da scuola affamatissima – “mamma sto arrivandoooooo”. La marea di peluches che riempivano il suo letto. E poi le zuffe a cuscinate prima di dormire, le serate sul divano, “appiccicate” davanti alla tv a guardare X Factor, le merende faraoniche preparate per lei e le compagne di scuola il sabato dopo i compiti… Sono le piccole cose a mancarmi di più, a ricordarmi ogni minuto che passa che mia figlia non è più qui con me. E – soprattutto – che non vuole più saperne di tutto questo. Martina, 13 anni, da due vive col padre, nonostante il giudice avesse stabilito il contrario, in fase di separazione. Non vuole più vedermi: cancellata dalla sua vita come fossi morta. Mentre la dico, questa cosa suona insostenibile. Eppure sta succedendo.
All’inizio non credevo nemmeno fosse possibile, pensavo che il giudice avrebbe rimesso subito le cose a posto. E invece… L’avvocato poi me l’ha spiegato: l’incubo che sto vivendo si chiama alienazione genitoriale. Solo uno dei tanti casi che affollano i tribunali. In pratica uno dei genitori riesce a inculcare al figlio l’idea che tutto ciò che di male sta succedendo nella sua vita sia colpa dell’altro genitore, e lo convince che la sua salvezza sta nel non rivederlo mai più. Un patto scellerato a cui un bambino già confuso e fragile per la separazione non riesce a sottrarsi. Anzi, ci si aggrappa con tutte le forze, mentendo ad assistenti sociali e giudici pur di non soffrire ancora. Di solito sono le madri a ordire questa tragica messa in scena. Ma oggi anche i padri hanno imparato. Senza pensare a cosa significhi per un bambino essere costretti a scegliere tra mamma e papà. A rinunciare a una parte di sé.
«Se mi lasci, ti porterò via Martina»: l’anatema che Giulio mi aveva lanciato quando gli avevo detto che volevo separarmi, mi sembrava solo l’ennesima spacconata. Ci avevo pensato tanto, ma alla fine avevo deciso che non potevo più sopportare l’aggressività di quell’uomo che non reggeva il mio successo professionale (ho uno studio di consulenza assicurativa, lui lavora in una falegnameria), e non perdeva occasione per insultarmi in presenza della bambina. Poco prima della separazione mi aveva preso per il collo davanti a lei, facendomi finire all’ospedale. Avevo fatto denuncia, poi per il bene di Martina l’avevo ritirata. Avevo anche proposto a Giulio di andare da un consulente famigliare, ma lui non ne aveva voluto sapere. Sono sempre stata convinta che mia figlia, come ogni bambino, avesse il diritto a due genitori, per quanto imperfetti. Il giudice mi aveva dato ragione e affidato la bambina, prevedendo per il padre incontri ogni due weekend, oltre a un pomeriggio la settimana. Dopo la separazione l’atmosfera in casa si era fatta più respirabile. Per un po’ di tempo le cose erano andate avanti decentemente, anche se la domenica sera il padre trovava sempre delle scuse per trattenere Martina: un raffreddore, i compiti non fatti… Andava a finire che spesso il lunedì non la riportava a scuola. E poi col mio ex marito era andato a vivere anche il figlio ventiquattrenne nato da una precedente relazione, portando con sé una giovane fidanzata. Stavano cercando di mettere in piedi una palestra di pesistica nella quale ogni tanto lavorara anche Giulio, ex culturista con atteggiamenti da guru. A quei ritardi avevo cercato di oppormi con inviti al buon senso, ma anche con una lettera dell’avvocato. Persino da scuola lo richiamavano alla puntualità: il rendimento di Martina, in passato bravissima, stava peggiorando. Ai problemi scolastici non avevo dato troppo peso, sapevo che per mia figlia era un brutto momento. Per di più cominciava a fare i conti con la preadolescenza, sensibilissima al confronto con le ragazzine che vicino a lei, ancora goffa e rotonda, sembravano piccole Barbie. L’impegno che metteva nello studio, le coccole che richiedeva quando rientrava dai weekend – “mamma, sono la tua “sirenotta”, vero?!” -, la sua dolcezza, non mi facevano pensare a nulla di irrisolvibile. Credevo che il tempo e il mio affetto l’avrebbe aiutata a ritrovare la serenità. Avevo anche fissato un incontro con la psicologa che già ci aveva aiutate (l’immagine del padre che mi picchiava, all’inizio la perseguitava) e Martina aveva accettato di buon grado.
la catastrofe  era arrivata inaspettata come quegli acquazzoni estivi che di colpo ti rovesciano addosso secchiate di pioggia. Quel lunedì all’uscita da scuola mia figlia non c’era. Giulio non mi aveva avvertita, contrariamente al solito. L’avevo subito chiamato, e lui senza rispondere mi aveva passato Martina: «Non voglio più vederti, d’ora in poi vivrò qui da papà, non venire a scocciarmi», mi aveva detto d’un fiato. Poi aveva riattaccato. Non potevo crederci, forse non avevo capito bene. Avevo cercato di richiamarla: il cellulare suonava a vuoto. Neanche su WhatsApp rispondeva. Dopo un tempo infinito era arrivato un suo messaggio, uno degli ultimi: «Ora basta, non chiamarmi più». Ero per strada, e ricordo perfettamente la sensazione improvvisa di mancanza di contatto col terreno: mi ero aggrappata a una panchina lì vicino, per non cadere. Qualcuno mi aveva offerto un bicchiere d’acqua. Ero rimasta seduta, attonita, per almeno un quarto d’ora. Lì per lì non avevo pensato di denunciare il fatto ai carabinieri. Avevo ancora negli occhi il bambino di Cittadella in fuga davanti alle forze dell’ordine che erano andate a prelevarlo a scuola per condurlo dal padre. Non avrei mai potuto infliggere a mia figlia un simile shock. Il mio avvocato era all’estero per una settimana. Disperata, avevo accettato di aspettarlo per rivolgermi al giudice. Speravo che quei giorni – per me una vita intera – avrebbero dato modo a mio marito di rendersi conto dell’enormità del suo gesto. A mia figlia il tempo di tornare in sé. Non avevo fatto i conti con la forza di un clan plagiato da un uomo che già in passato i periti avevano definito narcisista, disturbato, manipolatore. Un ex assetato di vendetta, che alla violenza domestica aveva sostituito l’accanimento su nostra figlia, per punirmi di essere stato lasciato. Ma soprattutto non avevo fatto i conti con i tempi letargici dei tribunali, incapaci di tutelare davvero “l’interesse del minore”. Perché tra udienze rimandate, incontri protetti con le assistenti sociali, nuove Ctu (consulenze tecniche d’ufficio), cavilli dell’altro avvocato, la verità è che da due anni non ho più rivisto Martina, tranne due incontri fugacissimi, con lei che quasi non mi guardava, incapace di rispondermi se non a monosillabi. Così sta crescendo mia figlia, devastata dai sensi di colpa. Senza una madre. E io senza di lei. Mi hanno detto che è ingrassata enormemente. Che si tagliuzza la pelle sulle dita. Dov’è la giustizia? La realtà è che anche i magistrati di fronte a un ragazzino riluttante hanno le armi spuntate: oltre al decreto ingiuntivo – che nessuno ha più il coraggio di adottare dopo il disastro anche mediatico di Cittadella – non ci sono strumenti sufficientemente rapidi previsti dalla legge. E così i tribunali si affidano ai servizi sociali, non sempre all’altezza. Qualcuno mi ha raccontato che in Austria la dissuasione inizia ben prima, con multe salatissime al primo ritardo nella riconsegna del figlio. Possibile che non si possa fare così anche da noi? In altri paesi stanno sperimentando dei periodi cuscinetto in strutture protette chiamate Family Bridge, per consentire ai figli di riprendere un rapporto normale con la madre o il padre respinto. È quello che spero di poter tentare con Martina: c’è un agriturismo finanziato dalla Regione che ha organizzato qualcosa di simile. Dopo l’ennesima Ctu che mi ha dato ragione, lo voglio proporre al giudice alla prossima udienza, a metà ottobre. Credo che per me e mia figlia sia l’ultima occasione. Lei ha quasi 14 anni, le sono arrivate le mestruazioni, e io non ero lì a farle una camomilla, a spiegarle cosa accade al corpo di una donna quando cresce.  Ma non voglio rinunciare a sperare. o
INFO Le associazioni di supporto per casi analoghi oggi non mancano. Trale più accreditate: alienazione.genitoriale.com ,centroantiviolenzabigenitoriale.com
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